Un embargo militare contro il modello securitario israeliano

Si è svolto in diretta Facebook nella serata di giovedì 18 marzo l’incontro Vuoi la pace? Prepara la pace: basta armi a/da Israele. La conferenza, inclusa nella Settimana contro l’apartheid 2021, è stata incentrata sulla presentazione del dossier Embargo militare contro Israele e ha visto gli interventi di Moni Ovadia, Wasim Dahmash, Antonio Mazzeo, Cinzia Della Porta, Fausto Gianelli, Giorgio Beretta, Samed Ismail, Rossana De Simone e Majed Abusalama.
L’incontro è stato organizzato dal movimento Bds (boicottaggio, disinvestimento e sanzioni) Italia.

Israele è una realtà politica che, nonostante la violenza che commette quotidianamente sul proprio territorio e in Palestina, gode di un’assurda impunità e protezione internazionale. Il dossier Embargo militare contro Israele chiede che questa ingiustificata tolleranza, soprattutto da parte di Stati Uniti ed Europa, giunga al termine, limitando il securitarismo sionista e la sua agibilità sulla scena militare internazionale.

Moni Ovadia ha sottolineato come una delle ragioni dell’autorità e dell’impunità israeliana sia il fatto che Israele viene identificato tout-court con il popolo ebraico. Ogni critica e denuncia viene respinta con l’accusa di antisemitismo.
O si scardina la propaganda intimidatoria con cui l’Europa e il mondo sono tenuti in scacco, o la violenza israeliana non sarà mai monitorata e condannata.

Coperta da questa retorica, la violenza israeliana si dipana indisturbata. Ma la colpa non è solo delle truppe che occupano i territori palestinesi massacrandone la popolazione; Wasim Dahmash ha portato l’attenzione sul fatto che il commercio di armi significa contribuire alla morte di altre persone. Chiunque venda armamenti ad Israele si rende complice di morte, complice delle atrocità israeliane e, va ricordato, complice di quel sistema coloniale che fin da fine ‘800 ha connotato quell’area geografica.

In questo contesto di violenza, Israele si sta sempre più affermando come forza di punta. Antonio Mazzeo, tra gli autori del testo sull’embargo, ha testimoniato come anzi sia diventato modello di militarizzazione per paesi occidentali tra cui l’Italia stessa.


Cinzia della Porta, di Unione dei sindacati di base, ha sottolineato l’importanza di sospendere ogni rapporto economico e militare con questo ente sociopolitico in modo da disinnescarne l’intoccabilità e, di riflesso, le atrocità commesse ai danni del popolo palestinese. I sindacati, in senso internazionalista, possono diventare un collante identitario per il popolo palestinese come lo sono nel resto del mondo. Essi contribuiscono diffondendo controinformazione e organizzando pratiche di resistenza contro l’oppressione di forze come quella israeliana.

Anche Giorgio Beretta, autore della postfazione di Embargo militare contro Israele, è tornato sulle parole di Mazzeo, riflettendo sul rapporto privilegiato tra Italia ed Israele. Una relazione basata sul commercio di armamenti e che si è fatta sempre più stretta all’insegna di accordi miliardari che hanno raggiunto il valore di 14,6 miliardi durante il governo Renzi.
Questo crescendo, sviluppatosi nel corso di un decennio dai primi anni del 2000, testimonia i “progressi” diplomatici del bel paese, ma soprattutto il crescente peso dell’industria militare nell’economia italiana. Questo settore produttivo è cresciuto tanto da spingere alla ricerca di nuovi mercati (ed Israele è uno di questi) e a rivoluzionare il sistema di licenze di vendita affinché lo smercio di armi fosse più facile, dalle licenze universali alla possibilità di accordarsi tra governi sulla compravendita di prodotti bellici. Questa trasformazione è frutto di una scelta politica da non ignorare.

Il rapporto privilegiato con l’Italia è figlio del riconoscimento di Israele come cooperante con i paesi dell’Unione Europea sul piano del commercio d’armi. A spiegarlo ed approfondire questa questione è stata Rossana De Simone, che insieme a Mazzeo ha curato la parte più corposa del dossier sull’embargo. Come nel rapporto dei sionisti con gli Usa, la relazione israelo-italiana non si sviluppa su una semplice compravendita di armi, bensì su un radicato sistema di collaborazione, anche in ambito accademico, per la fabbricazione di armamenti venduti o utilizzati nel resto del mondo.

Questo asse militare ha, ovviamente, anche ripercussioni pratiche: l’occupazione militare della Sardegna, regione ricchissima di siti di esercitazioni e sperimentazioni a fine bellico, ne è un esempio.
Samed Ismail, del collettivo anti-occupazione A foras, ha raccontato come l’isola sia stato territorio di esercitazione per l’aeronautica israeliana finché non è stato ritirato ufficialmente il permesso. In realtà il dossier sull’embargo, di cui A foras cura un capitolo, dimostra come i cieli sardi siano ancora una zona in cui gli aerei israeliani preparano le violenze che poi vanno ad attuare in Palestina.
A foras, nonostante le accuse di boicottaggio che riceve, lotta per la smilitarizzazione della Sardegna e per la cessazione della violenza e dell’apartheid contro il popolo palestinese.

Fausto Giannelli, di Giuristi democratici, ha sottolineato come la via giudiziaria per la liberazione dei popoli è una strada difficile, ma sta comunque contribuendo a ledere l’impunità israeliana. Il riconoscimento della Palestina come stato su cui la corte penale internazionale ha giurisdizione (qui l’articolo) è prova di questo processo: Israele sta commettendo violenze su un territorio su cui non ha competenza. I diritti umani sono però qualcosa di superiore alla semplice giustizia. Di fronte a crimini di guerra e contro l’umanità come quelli perpetrati dai sionisti non si può che indignarsi e chiedere che sia fatta giustizia su tutta la linea, anche per minare il “modello-Israele” a cui sempre più l’Occidente si riferisce sul piano securitario e bellico.

L’ultimo intervento è stato quello di Majed Abusalama, di Bds Gaza e Berlino, che ha descritto la situazione che stanno vivendo le vittime della violenza israeliana: una realtà militarizzata in cui i servizi essenziali sono carenti e la sorveglianza militare e gli attacchi con i droni sono all’ordine del giorno.
Il fatto che questi soprusi siano ormai routinizzati non significa che siano né normali né, ovviamente, giusti: bisogna opporsi a livello locale e sul piano internazionale mostrando al mondo i crimini che le truppe occupanti stanno commettendo in Palestina, sfidando l’impunità di queste milizie.

Il messaggio di questa lunga conferenza è chiaro: l’affermazione di Israele come forza militare ed interlocutore nel commercio di armamenti costituisce una minaccia ai diritti umani ed un pericolo internazionale.
Non solo la sua posizione privilegiata agli occhi dell’Unione Europea e degli Stati Uniti permette a questa realtà geopolitica di imperversare indisturbata ai danni della popolazione palestinese; il fatto che sia anche un centro di smistamento di armi la inserisce in un meccanismo di distruzione diffuso su scala globale. Sono infatti moltissimi, ormai, i conflitti situati in giro per il mondo. La loro più o meno esplicita interconnessione crea una rete mortifera che, se collassasse, potrebbe causare una guerra globale dagli esiti devastanti.
Come ha sottolineato anche Giorgia Salvati, di Noirestiamo, in conclusione, un embargo contro Israele è fondamentale in questo momento storico anche alla luce della pandemia, che ha dato il via libera ad una netta accelerazione delle pratiche imperialiste israelo-occidentali da cui da decenni i paesi arabi cercano di liberarsi. [Pietro Caresana, ecoinformazioni]

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