Riflessioni a margine di una summer school

Ci sono eventi che godono, a volte immeritatamente, di straordinario clamore mediatico, ed eventi ai quali si dedica qualche svogliato trafiletto. In questa gerarchia della notizia contano di più l’artista sul palco, l’ultima uscita sugli schermi, il pubblico a la page, rispetto ai contenuti, all’utilità sociale, alla qualità della proposta culturale e formativa, alla rilevanza politico-amministrativa.

La summer school che ha impegnato per 12 giorni un gruppo di studenti di architettura a Brunate, nella cornice – splendida e poco conosciuta –  del parco Marenghi ha deciso di infischiarsene della risonanza mediatica ed è andata al sodo, anzitutto coinvolgendo in modo diretto la comunità di riferimento, poi sviluppando cultura e informazione in modo diffuso, approfondito, inclusivo. Cultura partecipata.

La presidente dell’Impresa sociale Miledù, Giulia Galera, e la docente del Politecnico Sonia Pistidda, hanno costruito un programma/percorso con un preciso filo conduttore.

Giulia Galera e Sonia Pistidda

Mentre procedeva il lavoro di rigenerazione di un bene comune, hanno offerto momenti di autentica attivazione civica. Prima, mobilitando decine di famiglie e di esercenti per garantire ospitalità agli studenti; durante, con laboratori e seminari che seguivano un’idea precisa: quella della comunità responsibile, inclusiva, protagonista.

Ha iniziato lunedì 6 settembre Luciano Vanni, raccontando l’esperienza di partecipazione culturale; ha proseguito venerdì 10 Sara Capuzzo con le innovative, quasi avveniristiche, comunità energetiche; fino ad arrivare a sabato 11, con Lino Caserta a raccontare di medicina solidale, e tante altre voci dal mondo della cooperazione, dell’accoglienza, dell’agricoltura sostenibile. Esperienze lontane (di cui abbiamo dato conto in precedenti articoli) ma interconnesse con la nostra realtà, dove altri soggetti a forte vocazione non profit si muovono su terreni simili, trovando ascolto ed interesse anche anche da parte degli esponenti più aperti dell’imprenditoria e delle professioni.

Sia detto senza polemica, ma c’è una bella differenza tra il consumo culturale che si sviluppa nei parchi, nei salotti e nelle ville della convalle, e l’attivazione civica – Vanni la chiamerebbe “accensione” – che abbiamo assaporato pochi metri sotto il faro voltiano. In realtà uno non escluderebbe l’altra, ma per pareggiare i conti servirebbe – e qui torniamo alla premessa – ricevere almeno pari attenzione da chi ha il compito ed il potere di guidare alcune preziose macchine: quella comunicativa ed informativa e quella amministrativa

Come ha ricordato il direttore della rivista Impresa sociale, Gianfranco Marocchi, le esperienze di amministrazione condivisa si diffondono sempre di più, ed ora esiste anche una cornice normativa che le favorisce.

Gianfranco Marocchi

La cornice però non basta. Ne abbiamo avuto dimostrazione ad uno dei tavoli multidiscipliari del pomeriggio, quello dedicato ad un possibile modello di gestione della riviera di Como, l’area compresa tra le valli del Cosia e del Valduce. Un ambito territoriale di grade pregio, bisognoso di cure, che sembrerebbe fatto apposta per un percorso di coprogrammazione e coprogettazione.  Invece, come si può constatare dai video di Somia El Hariry, è andato in scena un dialogo tra sordi: da una parte gli amministratori impegnati a difendere il poco o tanto che sono riusciti a costruire con gli strumenti e le risorse finora disponibili, ma anche visibilmente poco attrezzati a gestire le novità di cui parla Marocchi; dall’altra le Associazioni, più pronte a recepire il nuovo ma anche molto frustrate da esperienze pregresse.

Volendo vedere il bicchiere mezzo pieno, rallegriamoci della presenza, ancorchè fugace, dell’assessore all’Urbanistica comasco Marco Butti a fianco dei Sindaci di Brunate, Albese con Cassano e Tavernerio e del presidente del Parco Spina Verde: un dialogo sotto le fresche frasche che potrebbe aver oliato qualche meccanismo inceppato in quel di palazzo Cernezzi.

Saverio Saffioti, Sindaco di Brunate

Perché sia chiaro, la precondizione è la volontà politica di praticare l’amministrazione condivisa. Se c’è quella, si possono superare gli intoppi burocratici; se non c’è, viene il sospetto che l’intoppo sia un gradito compagno di viaggio.

[Massimo Patrignani, ecoinformazioni] [Foto di Alle Bonicalzi] [Video Somia El Hariri, ecoinformazioni]

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