Life After/ Ricordando la Carovana per la pace

Nel trentennale della Carovana per la pace nei Balcani che, dopo aver attraversato la Slovenia, la Croazia, la Serbia e la Bosnia, giunse a Sarajevo il 29 settembre del 1991 dando vita a una imponente catena umana, il progetto Life After, coordinato da Arci Lombardia e dal Comitato Sarajevo ’91, e l’International Peace Center di Sarajevo, ha organizzato una conference call tra Italia, Bosnia e Serbia.

Il presidente di Arci Lombardia Massimo Cortesi, al termine di un video di presentazione da Sarajevo in sostegno ai medici per il covid19 legato al tema dell’impegno continuo della società civile, ha introdotto la conferenza sul progetto Life After in ricordo della Carovana per la pace del 29 settembre 1991. Cortesi ha ricordato l’importanza di Sarajevo e di chi allora come ora ha coordinato le iniziative pacifiste nei Balcani (Arci Lombardia, Comitato Sarajevo ’91 e l’International Peace Center di Sarajevo).Tra i primi interventi della conferenza la sindaca di Sarajevo Benjamina Karić, nel suo video saluto, ha sottolineato l’importanza della società civile nei processi di pace, nel dialogo interreligioso e interculturale e ha citato il lavoro svolto dal Centro internazionale della pace di Sarajevo. Ringraziando i partecipanti e ricordando la Carovana per la pace ha citato tante attività e progetti di collaborazione tra Italia e Bosnia, tra Milano e Sarajevo, come esempio di quel dialogo e di costruzione di un mondo pace. Si è congratulata infine con le nuove generazioni di attivisti per la pace dando pieno sostegno alle loro attività.

Giuseppe Sala in un messaggio ha ringraziato, citando anche Arci, Acli, Cisl e Cigl, per la conferenza e le iniziative che sono preziosa memoria per solidarietà e pace ricordando chi spese energia per impedire la guerra che stava deflagrando nei paesi balcanici. Ha ricordato la catena umana come abbraccio tra diverse persone di diverse etnie e religioni, passando per chiese cattoliche e ortodosse, moschee e sinagoghe, come un esempio di azioni preziose. Un ricordo commosso infine, a chi ha marciato in quei giorni e non c’è più, come Alexander Langer e Giovanni Bianchi tra gli altri.
Nel messaggio successivo Monsignor Delpini si è riconosciuto tra i cittadini per la pace. I Cittadini che sognano che un mondo con pace non debba essere un seguito a un mondo in guerra, che conoscono il mondo e non solo le quattro mura in cui vivono e che denunciano i disastri e la stupidità delle guerre. Cittadini per la pace che, dice, riprendendo papa Francesco, promuovono il sentirsi tutti fratelli: «Beati gli operatori di pace perché saranno chiamati figli di Dio».
Il presidente della Comunità ebraica Bosnia Erzegovina Jacob Finci ha espresso gioia per la possibilità di ricordare quei giorni di speranza. Speranza che la guerra non sarebbe esplosa in Bosnia in quel tempo in cui i bosniaci erano coraggiosi anche grazie al supporto dai cittadini dall’Italia. Finci ha ricordato il soggiorno di Erri De Luca che con loro ha condiviso la fame, la sete e l’inverno. Ora i sopravvissuti sanno apprezzare la pace e non è facile vedere le immagini in Afghanistan e vedere la gente che cerca di trovare una nuova vita e una nuova speranza. Le sfortune accadono in tutto il mondo, ha detto Finci, che si tratti di Bosnia, Vietnam e Afghanistan e «dobbiamo lottare per la pace e fare di tutto per non aprire le porte alla guerra ma accogliere la speranza».

Nella seconda parte dell’incontro è intervenuto Ibrahim Spahic dell’International Peace Center di Sarajevo.
Spahic ha ringraziato i sindaci e gli attivisti di Arci e tutti coloro che hanno costruito e contribuito alla costruzione della pace. Ha ringraziato i partecipanti per la possibilità di incontrarsi dopo trent’anni e citato Sonja Licht che ha organizzato la Carovana per le città, l’incontro di 10.000 cittadini mano nella mano e si è unita al loro grido di pace e libertà a Sarajevo.
La solidarietà della società civile ha dimostrato l’energia della vita contro la guerra e la morte ed è continuata e ora continua verso rifugiati e espulsi. L’Europa civica ha svolto un ruolo importante nella sopravvivenza della Bosnia-Erzegovina più che i governi, sostenendo il diritto alla resistenza e il diritto alla vita, ha detto Spahic. Anche lui ha ricordato le molte organizzazioni coinvolte e i molti attivisti, tra cui Langer prima di passare la parola proprio a Sonja Licht, professoressa e sociologa, che ha raccontato dell’impossibilità di esprimere il dramma di quel momento successivo a quel ritrovo di tantissime persone, lo scoppio della guerra. Ha raccontato della conferenza al tempo organizzata dal Comitato di Helsinki che cercava di capire il futuro della Jugoslavia e il pericolo della sua dissoluzione.
Ha ringraziato gli amici di Arci che hanno organizzato la Carovana e ricordato la loro esperienza in Medio Oriente e altri paesi come elemento fondamentale per la mobilitazione di molti attivisti locali e la gestione. Con rammarico ha citato anche il poco interesse mediatico ricordando un giornalista di Die Spiegel che ha seguito l’occasione ma il cui testo è stato sovrastato dai tamburi di guerra, di certo sempre più mediaticamente potenti. Licht ha citato infine l’importanza delle donne in nero e del loro attivismo, e la forte presenza di azioni umanitarie civiche da tanti paesi che hanno reso un po’ meno potente l’impatto della guerra.

A seguito dell’intervento di Sonja Licht si è passati a un momento di varie testimonianze da Bosnia e Italia.

Ivo Markovic, professore di teologia, ha parlato di pace non solo come concetto che deve suscitare emozioni e sentimenti ma come impegno costante. Ha citato Milosevic, che ha abusato del pacifismo europeo, usando la parola pace come strumento di repressione, mettendo in guardia sulla sua strumentalizzazione e sulla attuale situazione, «al momento nei Balcani la situazione è simile agli anni ’90. Idee e politica della Grande Serbia, dei fascisti e della Chiesa ortodossa stanno soffocando il Montenegro e la sua identità. Oggi i carri armati sono ai confini del Kosovo e la Repubblica Srpska non riconosce lo stato di Bosnia-Erzegovina. C’è ancora tanto il bisogno della Carovana per la pace oggi perché ancora la situazione è complessa a livello etnico, religioso e politico e necessita di impegno pacifista concreto», ha affermato.

Successivamente Raffaella Bolini, responsabile delle Relazioni Internazionali di Arci, ha ringraziato per l’opportunità di incontrarsi con persone importanti nella vita politica pacifista. La Carovana, ha detto, è stata una tappa importante di un lungo percorso e dopo il cammino fu ancora lungo, e ancora camminiamo. Ha colto l’occasione per citare la prima marcia Perugia-Assisi e la non-violenza attiva come strumento necessario per la partecipazione popolare. Ripercorrendo la storia del movimento ha ricordato il movimento europeo contro gli euromissili, le azioni in Palestina e Israele per costruire ponti fra i popoli insieme a chi da una parte all’altra si batte per il dialogo, e poi in Italia il movimento antirazzista. Ha raccontato della grande festa per caduta del muro di Berlino a cui è seguito il tradimento della speranza dovuto ai danni del neoliberismo, all’odio etnico e nazionalistico che anche nei Balcani è emerso, «Noi stavamo con vittime, profughi, disertori e pacifisti. Aggiungemmo alla lotta per la pace anche l’aiuto umanitario, l’accoglienza. Anche il governo italiano facilitò trasporto di aiuti convogli e arrivo dei profughi. Una imponente fetta di società civile che si è spesa per la solidarietà ha permesso quella che è oggi l’accoglienza decentrata per immigrati e richiedenti asilo». Successivamente, alla fine degli anni ’90 il movimento continuò a battersi: nel 1999 contro la partecipazione governo italiano a bombardamenti nato e rimasero in molti a Belgrado e Pristina e poi a Genova nel 2001 e Firenze nel 2002 al Forum Sociale Europeo, infine contro la guerra in Iraq nel 2003. «Dentro la guerra balcanica sono state imparate tante cose sui Balcani e su di noi. È stato come guardarsi allo specchio e vedere dove porta l’arretramento politico e culturale che fa emergere la parte più scura di noi. Per questo la democrazia non è da intendersi nel dna ma è impegno costante e se oggi la politica usa le nostre pulsioni peggiori per costruire consenso e il nemico facendo leva sulle diverse identità, storie, culture e religioni dobbiamo essere pronti a impegnarci contro queste che sono le radici dei fondamentalismi e dei movimenti reazionari, che sono un virus per la società». Abbiamo toccato con mano il fallimento di quei meccanismi che dovrebbero lottare per la pace e porre un argine alle violenze, come Onu e Wto, ha detto Bolini. Persino le cosiddette guerre umanitarie si sono rivelate un fallimento e ipocrita si è dimostrata anche l’Ue che dal 1989 ha trattato l’est come frontiera per aumentare l’avanzamento militare Nato, alimentando spinte reazionarie e usando Balcani come terra di conquista economica neoliberista. Però nei Balcani e nell’est è iniziato a soffiare di nuovo il vento della lotta per diritti democrazie e dignità, «sulle gambe della società civile, delle donne polacche, degli attivisti ungheresi. La pandemia ci ha insegnato che nessuno si salva da solo e la solidarietà è necessaria. Bisogna che iniziamo a camminare insieme con altre Carovane per le strade del mondo», ha concluso Bolini. Giulio Marcon ha citato la solidarietà come via per la costruzione della pace e la ricostruzione e riconciliazione tra popoli, «Da quella Carovana trasse impulso forte movimento di solidarietà in tutta Europa con un ruolo fondamentale per lo sviluppo e l’evoluzione della consapevolezza nella società civile nel far fronte alle guerre che sarebbero venute. Dopo il 1989 la fine della storia non è avvenuta ma si è assistito all’esplodere di guerre nazionali, interne e sporche, guerriglia. Ha parlato della Jugoslavia come un’unione di popolo e minoranze per evitare le guerre, «era un regime e non modello un modello democratico ma quella era la volontà. Dopo la dissoluzione non si seppe difendere quello spazio multietnico ma la strada scelta dalle potenze europee è stata lucrare su smembramento e scegliere nazionalisti». Allora era palese l’assenza dell’Ue e dell’Onu.

Il collegamento è quindi passato al primo Liceo di Sarajevo, per i saluti della professoressa di francese e italiano, nella scuola fondata durante impero austro-ungarico. La preside Leila Tusac ha preso la parola e ringraziato per la bella iniziativa. Due studentesse in italiano hanno parlato del bombardamento subito dalla scuola durante la guerra, che oggi è aperta e molti studenti, come loro, possono studiare italiano, francese, turco e altre lingue. Subito dopo anche Enita Nakas dell’Università di Sarajevo ha portato la sua testimonianza.

Susanna Florio si è unita ai ringraziamenti citando Luigi Lusenti, ideatore della campagna: «la memoria serve se è strumento per continuare a lavorare su quei principi e su quei diritti fondamentali, che non hanno confini e che non conoscono nazioni e minoranze. In quegli anni si sono create modalità di lavoro per solidarietà e aiuti umanitari uniche».
Florio in quegli anni era nel dipartimento internazionale della Cgil e si occupava dei Balcani. Il sindacato era coinvolto in quel periodo nel dibattito sulla pace, sulla guerra e sulla Nato che andava al di là dei confini nazionali ma era parte della storia civile. Questa modalità di coinvolgimento si è forse persa, dice Florio, ma andrebbe recuperata. Le crisi che hanno colpito i paesi – finanziarie e sanitarie – hanno sottolineato diversità e divergenze. Italia ed Europa hanno scelto di spendersi verso altre priorità e senza privilegiare un’idea di coesione e dignità che dovrebbe essere prevalente nella gestione della cosa pubblica, «quando l’Ue decide che Slovenia e Croazia entrano come stati membri, decide di tagliare in due e dividere paesi con storia simile attestando che esistono paesi di serie A e di serie B». Questo meccanismo complica anche la situazione di alcune minoranze e alimenta nazionalismi particolari; anche la politica dei vaccini va in questa direzione. «Il 6 ottobre c’è il summit sui Balcani occidentali organizzati dall’Ue e a marzo si chiude conferenza per il futuro dell’Europa. Quanto lavoro fatto si rispecchierà nella politica dell’Ue nei Balcani? Siamo qui solo per ricordare oppure anche per rilanciare le nostre idee e la presenza della società civile?», queste le domande dii Florio ai presenti. Il bisogno di partecipazione è più attutale che mai e le associazioni, i sindacati e il terzo settore possono svolgere un ruolo laddove gli stati sono indifferenti. Roberto Giudici, sulla falsa riga dell’intervento precedente, ha parlato della possibilità dei sindacati di partecipare in prima persona alla vita politica internazionale, che ai tempi si pensava fosse riservata solo ai politici. La Carovana ha insegnato e dato la possibilità di assumersi responsabilità importanti e interferire in situazioni internazionali. La tragedia nella ex Jugoslavia è stato un campanello d’allarme che avrebbe dovuto spingere verso riflessioni nuove ma così non è stato, «la scommessa della Carovana continua a seminare perché non c’è alternativa per il movimento pacifista a quello che è il tessere relazioni per fermare guerre, razzisti e nazionalismi».

Vuk Bakanovic, storico, ha parlato dell’assenza di una reale pace senza una valida ideologia politica. Negli anni ’90 la civiltà costruita venne distrutta e ora c’è un revival degli etno-sciovinismi. Ha poi affermato che alcuni stati balcanici dipendono troppo dall’esterno per molte questioni. Parlando della propria linea politica, e citando l’unità jugoslava, si è definito uno jugofuturista come a rimarcare la necessità di trovare soluzioni proiettate al futuro su problemi presenti senza scadere in nostalgie passate. L’esperienza della dissoluzione della Jugoslavia, a suo parere, non testimonia l’impossibilità del vivere in pace più di quanto l’esperienza di unità testimoni la necessità di vivere insieme. Ma per vivere insieme serve costruire insieme un futuro di unità nelle differenze.

L’allora dirigente nazionale Acli, Soana Tortora, ha ricordato Giovanni Bianchi che con Franco Passuello ha diretto l’organizzazione della Carovana. Tortora ha citato quelle azioni di diplomazia popolare e di impegno nella ricostruzione di convivenza umana e civile.
Oggi c’è preoccupazione per il dilagare della violenza che infiamma il pianeta con la stessa insensatezza di quegli anni. Il tema è tornare a ripensare a trent’anni fa non in modo celebrativo ma aiutarci e aiutare generazioni più giovani che scendono in piazza per giustizia climatica a comprendere che se futuro ci sarà dovrà essere un futuro di pace, anche a partire dall’Europa.

Massimo Cortesi ha letto quindi i saluti di Brando Benifei capogruppo del Partito Democratico al Parlamento europeo, che ha ringraziando il progetto Life After salutando i partecipanti presenti, ricordando l’importanza della memoria e il rapporto del 1991 del Parlamento Europeo che ha appoggiato i movimenti per la pace in Jugoslavi,a per fermare il conflitto e sottolineare il valore della democrazia. Da eurodeputato ha tenuto a ricordare che il Parlamento ha sostenuto la Carovana nel 1991. Passi in avanti sono stati compiuti da Ue e seppure tanto ci sia da fare, Benifei si è detto fiducioso che paesi ex Jugoslavi si avvicinino all’Ue. Ha visitato e visto le condizioni in Bosnia e Croazia dei migranti e affermato che compito dell’Ue è aiutare e non abbandonare quelle persone che lì abitano, transitano e soffrono.

Nell’ultimo intervento prima delle conclusioni Giampiero Rasimelli ha ringraziato i protagonisti per aver tenuto il filo continuo da quel 1991 a oggi. I fatti di Kabul, ha detto Rasimelli, devono farci pensare. Persino il presidente degli Stati uniti ha dichiarato che non può essere la guerra lo strumento per la risoluzione dei conflitti e che in questi ultimi anni sono stati commessi innumerevoli errori nella gestione delle crisi.
«La voce molto forte che si aveva allora come movimento, poi politicamente frustrata, deve essere oggi rimotivata per le sfide culturali del presente», ha continuato. Razzismo, pandemia e disuguaglianze sociali dicono che la democrazia ha fallito e può tornare a essere competitiva se riuscirà a dare risposte alle tante domande del nostro tempo.
Rasimelli ha parlato anche dell’importanza, secondo lui, di avere una forza militare europea, ma se l’Europa non dà risposte concrete sulla transizione climatica e nei confronti delle ferite dell’isolamento di una parte dell’area balcanica tutti gli sforzi sarebbero sforzi vani». Rasimelli ha nfine sottolineato la necessità che i tanti compagni di strada di questi anni che ora sono in posti chiave – tra gli altri ha citato Paolo Gentiloni, Marina Sereni e Vincenzo Amendola – e che hanno cioè oggi responsabilità politiche fondamentali, rianimino il dibattito sul pacifismo.

A margine dell’incontro Luigi Lusenti ha ringraziato tutte e tutti della partecipazione. Ha parlato dell’emozione di trovare molti dopo trent’anni e scoprire che quel filo ha continuato a esistere e muovere le loro vite, «trent’anni fa era una domenica, splendeva il sole e faceva caldo. La città in festa accoglieva il meglio del pacifismo europeo, con molti stanchi, confusi e provati», e ancora «Avevano ascoltato le ragioni di una parte e dell’altra. Visto orgoglio, paura onestà, fierezza e furbizia. Ma le retrovie del conflitto si dimostrarono ben più ampie di quanto pensassero allora. Non è stato un conflitto circoscritto e i mesi e gli anni dopo avrebbero dimostrato questa ampiezza: un incendio generalizzato delle guerre jugoslave costrinse a mettere in discussione lo sfondo su cui si svolgevano questi fatti».
Molto di quanto è violenza non si può solo archiviare come razzismo e intolleranza ma serve capire da dove e perché quelle paure hanno trovato terreno fertile.
Di una cosa si era convinti e oggi è stato capito, ha detto Lusenti: che quanto stava succedendo apparteneva a tutti noi, non era conflitto locale ma una guerra che non si poteva ignorare nel cuore del continente che sui suoi valori cercava di costruire una casa europea. «Se quella ferita dei Balcani non viene ricostruita e suturata rimane una Europa monca, come ricordavano Alexander Langer e Tom Benetollo. Il fatto che sia europeo quanto succede in ogni paese è qualcosa che serve mettere in pratica». Come Ibrahim Spahic gli ha suggerito è si importante ricordare ma riproiettarsi nel futuro per capire quali sono le azioni giuste per lasciare un mondo migliore alle nuove generazioni.

L’idea di riprendere il discorso con il 1991, di cui la mostra Life After è tassello importante, nasce dalla serie di fotografie scattate all’epoca di tante e tanti giovani fra i 15 e i 20 anni che l’unica cosa che non avrebbero voluto fare era la guerra. Quei ragazzi in quella guerra ci sono finiti: quanti di loro sono vivi, quanti hanno ucciso? L’obiettivo che Life After si pone, riprendendo le parole di Lusenti, è quello di ripercorrere un pezzo della nostra storia e di ritrovare i protagonisti di quella catena umana e di quell’incontro di pace e condivisione, per ricostruire il loro vissuto e conoscere la loro vita attuale, la loro vita dopo. Per ridare spirito alla memoria e trovare spinta nella memoria.
I legami di quella Carovana sono proseguiti dopo la fine delle guerre jugoslave e oggi ancora continuano con gemellaggi, rapporti, viaggi di conoscenza e aiuti: questo è uno dei lasciti più importanti, aver costruito cultura e pratiche diverse contro la guerra e costruito legami. E Life After vuole andare in quella direzione [Daniele Molteni, ecoinformazioni]

La conferenza completa in italiano:

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