Traumi, donne, case gialle: il cinema racconta l’interruzione volontaria di gravidanza

I traumi sono come nodi: stringono forte, sono difficili da sciogliere, stanno lì, ingarbugliati, ad occupare una protuberanza del vissuto, creando spesso e volentieri un ostacolo mutevole e ostinato verso orizzonti (forse) sereni. Le persone si adattano, «vanno avanti» si dice, crescono intorno al trauma inglobandolo fino a renderlo parte del proprio bagaglio di vita, seppellendolo insieme a tanti altri scatoloni nella soffitta della propria mente con la speranza di averlo reso innocuo. Quando invece non succede – e continua a dolere nel retro di molti pensieri, molteplici sono i percorsi intrapresi, più o meno accidentati, per allentare le maglie strette di quel nodo.
Quello di Valeria Ciceri e Marina Vota passa attraverso un film, Esa casa amarilla (“quella casa gialla”, in italiano): un racconto contemporaneo, corale e intimo, sull’esperienza dell’aborto nella vita di una donna.

Girato tra Buenos Aires e Como, l’opera delle due registe-protagoniste nasce dalla loro difficoltà di raccontare le reciproche esperienze di interruzione volontaria di gravidanza, dalla saracinesca che inesorabile cala su ricordi difficili, traumatici, forse ancora terrificanti; da qui la ricerca, attraverso un coro di voci femminili, di ricostruire un racconto, che si può intravedere anche nei lunghi silenzi, assorti e insieme complici, delle due donne mentre guidano nelle strade argentine, mentre parlano con lo sguardo fisso oltre la macchina da presa o ascoltano immerse nella familiare quotidianità di azioni casalinghe, sullo sfondo delle recenti lotte per la legalizzazione dell’aborto in Argentina e di un’Italia in cui l’obiezione di coscienza sembra di fatto annullare quello stesso diritto conquistato in passato.

Amiche, mamme, parenti, conoscenti: le esperienze di tutte si fondono insieme con l’alternarsi dei semafori, i panorami diversi delle strade, gli arredamenti delle case – piante annaffiate con amore, cucine in cui sembra di sentire l’odore delle verdure cotte, divani accoglienti – e gli interni dei bar, creando un flusso familiare di confidenze e dialogo in cui immedesimarsi, nel ritratto di un momento, declinato diversamente ma dolorosamente familiare a molte, in cui si mette in comune il dolore, le paure, le angosce di una scelta difficile ieri ed oggi.
Nessuna è pronta a rischiare il proprio corpo in stanze inadeguate, nessuna è a proprio agio nell’impersonale grigiore di una clinica, nessuna chiede un percorso che ancora oggi è tutto in salita; tutte condividono lo stesso offuscamento dei ricordi, quasi una necessità inderogabile a dimenticare: non per paura o per vergogna, quanto per lo smarrimento provato davanti alle lacunose indicazioni dei medici, alla solitudine che accompagna, unica ammessa, ciascuna donna nella sala operatoria e nel risveglio dall’anestesia.

Non ci sono moralismi, critiche o forzature: è la semplice narrazione dei fatti a costituire un documento sociale fortissimo. Le esperienze delle femministe italiane negli anni Settanta, che imparavano la procedura abortiva fuori dagli ambienti medici per metterla a disposizione di quelle che ne avevano necessità, il panico delle ragazze odierne nel non sapere a chi rivolgersi, il rifiuto degli ospedali cattolici e il freddo distacco delle cliniche svizzere, le richieste esorbitanti di compiacenti medici argentini dallo sguardo accusatore sono tutti chiaroscuri di un unico quadro mondiale, in cui l’aborto è sempre e comunque un orrendo tabù e mai un intervento chirurgico normalizzato, praticabile.
«Una vita non voluta non è giusto che nasca» dice una delle donne protagoniste ad un certo punto: non un tentativo di giustificazione, ma l’unica semplice e dignitosa risposta a qualsiasi volontà di moralizzare, pontificare, obiettare. Esa casa amarilla non cerca di capire cosa è successo, perché, come e se si poteva evitare: si dà per certo e reale, ogni esperienza, ed il valore taumaturgico forse sta proprio in quello.
Valeria Ciceri e Marina Vota guidano, ora cantando, ora cercando di raccontare, ora in un silenzio condiviso più che imbarazzato: la mèta non è definita, è sfocata come i ricordi della casa gialla, come le parole in dissolvenza della musica. Forse non c’è una destinazione, un arrivo: quello che conta è la strada sotto i piedi, percorsa da tante, impegnate a districare i nodi intricati l’une delle altre come si può. [Sara Sostini, ecoinformazioni]

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