Calendario civile/ Due giorni di memoria

Con l’espressione “calendario civile” si intende la serie di date (ovvero di celebrazioni) che sottolineano il percorso della storia civile di questa (o di un’altra) nazione. Più in generale, però, seguire il “calendario civile” dovrebbe diventare un atteggiamento ampiamente diffuso grazie al quale, con l’aiuto di alcune date simboliche, si aumenta la consapevolezza della continua connessione tra la storia (non solo recente) e l’attualità.

In questi giorni, nel nostro territorio, abbiamo avuto qualche esempio “alto” di questa viva partecipazione alla storia, tanto più importante in un periodo come questo, in cui necessarie cautele sanitarie stanno spingendo a una (non così necessaria) atomizzazione delle relazioni sociali.

Si è cominciato venerdì 21 gennaio a Cima di Porlezza, per commemorare la strage fascista di sei giovani e si è proseguito sabato 22 gennaio a Como, con il ricordo di Renzo Pigni indimenticabile compagno socialista scomparso tre anni fa e poi di altri due giovani partigiani assassinati dai militi fascisti nel 1945.

Cima di Porlezza è un piccolissimo centro sulla sponda del lago di Lugano, tra Porlezza e la frontiera italo elvetica: uno scenario incantevole, persino enfatizzato dalla limpida giornata di venerdì, e – quindi – particolarmente stridente con il doloroso ricordo di una delle più efferate stragi fasciste degli ultimi mesi di guerra e di lotta di liberazione in territorio comasco. Intorno a questi paesi, e soprattutto nelle baite e negli alpeggi sovrastanti, si formarono piccoli nuclei di resistenti; uno di questi – il gruppo “Umberto Quaino” – faceva capo proprio a Cima, visto che uno dei giovani componenti, il comandante Giuseppe Selva, nome di battaglia “Falco”, era originario di qui. Nel gennaio 1945, in un momento particolarmente duro, gli ultimi superstiti del gruppo decisero di rifugiarsi in paese; qui vennero notati e, probabilmente, traditi. Stretti da un vero e proprio assedio, resistettero un po’ poi dovettero arrendersi, di fronte all’assicurazione di aver salva la vita. L’epilogo fu invece particolarmente drammatico, dal paese vennero fatti salire al cimitero dove, prima dell’alba, vennero fucilati, compresa l’unica donna del gruppo a cui all’ultimo momento si offrì – in segno di disprezzo per il suo essere donna, più che per pietà – la possibilità di lasciare il gruppo dei compagni. Cosa che Lidia rifiutò.

La commemorazione segue lo stesso percorso, dalle antiche case sulla sponda del lago, sale per un sentiero a gradini fino al cimitero, fino al cimitero, dove un austero monumento ricorda l’esecuzione. Forse per questo, forse per la giovane età del gruppo, la cerimonia di Cima è sempre particolarmente sentita, e riesce sempre a eludere i rischi della retorica.

Anche quest’anno era presente un nutrito gruppo di persone, non solo abitanti del luogo, ma anche provenienti da Como, dall’alto e dal centro Lario (mancavano le scuole, purtroppo, invece sempre presenti negli anni scorsi, per comprensibili ragioni di cautela). I discorsi (dell’Anpi, dell’associazione Cittadini insieme di Porlezza, del parroco e del sindaco) hanno ricordato le ragioni fondamentali per cui il “lavoro” della memoria è essenziale, non solo per non dimenticare le vicende della lotta di liberazione, ma anche per continuare quello sforzo di liberazione nel presente (sono stati richiamati i problemi della globalizzazione, della pandemia, della famiglia, dell’ambiente, delle varie accezioni di libertà). Discorsi tutt’altro che di routine, che non hanno mancato di coinvolgere le persone presenti.

Per chiudere con la lettura di alcuni brani letterari e degli ultimi “biglietti di addio”, scritti poco prima di essere uccisi,, nonché della Preghiera del ribelle, di Teresio Olivelli.

Una giovane studente legge i testi letterari durante la commemorazione di Cima

Il percorso è idealmente proseguito la successiva mattina di sabato, a Como, prima con il ricordo di Renzo Pigni, antifascista, militante socialista, parlamentare e sindaco della città di Como, e poi con quello di altri due giovani partigiani, Luigi Ballerini ed Enrico Cantaluppi, uccisi sulla strada d’argine del torrente Cosia, dopo due giorni di torture da parte dei militi della Guardia Nazionale Repubblicana.

La figlia Valeria durante il ricordo di Renzo Pigni

Proprio del “passaggio” della memoria alle giovani generazioni Renzo Pigni aveva fatto negli ultimi anni la sua principale ragione di vita: non perdeva occasione di raccontare, di intervenire, di spiegare le vicende a cui lui stesso aveva partecipato da giovane, e che poi aveva continuato ad approfondire come dirigente provinciale dell’Anpi. Per questo, tener vivo il suo ricordo è un impegno per continuare il suo impegno. Le accorate parole della figlia Valeria , nel corso della cerimonia organizzata dall’Anpi di Como al cimitero maggiore, hanno sottolineato proprio questo ruolo, che appunto indica una particolare responsabilità a tutta la comunità civile.

A poche centinaia di metri dal cimitero, su viale Innocenzo XI, sono murate le targhe che ricordano la morte di alcuni partigiani; era quello il luogo preferito per esecuzioni sommarie: non troppo discosto dal centro città (dove erano le sedi delle milizie fasciste), ma abbastanza isolato. Qui vennero uccisi nel corso del 1944 Umberto Marcelli (di origini novaresi) e Virginio Sandroni (di Sesto San Giovanni) e poi – il 24 gennaio 1945 – Luigi Ballerini ed Enrico Cantaluppi, arrestati in seguito al fallito tentativo di catturare un ufficiale della GNR, durante un’azione tanto ambiziosa quanto – forse – poco organizzata.

Anna Veronelli, presidente del Consiglio comunale di Como, alla sua destra Gianluca Leo, vicesindaco di Lipomo,
alla sua sinistra Guglielmo Invernizzi, presidente provinciale Anpi

Di fronte alle sobrie lapidi di ricordo, gli interventi istituzionali (presenti rappresentati sia del Comune di Como che di quello di Lipomo) hanno ricollegato i momenti della lotta resistenziali all’attualità. Poi la vicenda dei due giovani partigiani è stata lucidamente riassunta nel contributo di Renato Tettamanti, a nome dell’Anpi (il testo dell’intervento lo potete leggere qui).

Renato Tettamanti

Due giorni di memoria, quindi. Un buon esempio di come il “calendario civile” possa contribuire a costruire una coscienza collettiva che dalla memoria di quanto accaduto possa trarre elementi di stimolo per l’azione nell’attualità. E tra pochi giorni è la giornata della memoria.

[Fabio Cani, ecoinformazioni]

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: