Donne che strappano luoghi alla guerra

Quando un ambiente diventa Luogo delle donne? Quando queste lo reclamano, con i propri corpi e le proprie parole, come spazio sicuro per loro stesse – sacrale, in un certo senso, come può essere solo dove si è libere, uguali, ascoltate, chiamate a parlare. Sotto le nuvole, grevi in modo quasi partecipato e raccolto, piazza Vittoria a Como viene chiamata, insieme a tante strade e piazze in tutta Italia giovedì 21 aprile, a diventare luogo delle donne.

Scivola via il nome bellico e ritorna quello di piazza della Pace, come l’abito regalatole tempo fa dal pacifismo: ci sono i tanti colori dell’unica bandiera sotto cui è bello unirsi e fare fronte comune a tingere l’erba stanca e l’asfalto, la fretta dell’ora di punta, le occhiate distratte di chi aspetta l’autobus (qui la diretta del flash mob).

Unite, dalle associazioni, collettivi, Case, reti, legate dai cartelli e dalle bandiere – ma più forte da una sorellanza cui non servono parole per esprimersi – le donne si schierano in semicerchio e mettono in comune le proprie voci per far risuonare una sola frase, potente e decisa: «No alla guerra».

Affermare il proprio diritto di negare e negarsi è un potere forte, talmente prezioso, perché guadagnato con fatica, che sembra quasi strana la possibilità di poterlo usare. Ma va usato, né con parsimonia, né con timidezza, né sottovoce, ma facendolo arrivare, deciso e squillante, fin sulla punta della spada della statua di Garibaldi, che, per un gioco prospettico che sembra insieme ironico e calzante, risulta voltato dall’altra parte.
È il «no alla guerra» delle femministe come rifiuto di questa quale (ancora una volta) brutale, animale risoluzione tutta maschilista di un conflitto, capace di degenerare in una patetica e anacronistica mostra di muscoli, armamenti, zanne.
È il «no alla guerra», femminista, per le donne che subiscono l’ordalia della fuga, degli stupri, aggravati dall’impossibilità di abortire – in una spirale soffocante di soprusi e violenza – e costrette a riparare oltre la frontiera in Ucraina e lungo le rotte spietate delle migrazioni, in attesa di potersi riappropriare di brandelli di se stesse.

È il «no alla guerra» intrinsecamente femminista per natura, che corre lungo le parole di tante venute prima, che l’hanno vista passare scavando a fondo sotto la propria pelle, inflessibili nello scriverne le tremende, obbrobriose piaghe per guarirle e evitarle: Hannah Harendt, Ingeborg Bachmann, Wisława Szymborska, sono un coro di voci armoniche e alternate, un monito che attraversa la Storia definendone i tratti dolorosamente, come nelle parole di Virginia Woolf: «Il modo migliore per aiutarvi a prevenire la guerra non è di ripetere le vostre parole e seguire i vostri metodi, ma di trovare nuove parole e inventare nuovi metodi. E il fine è il medesimo: affermare il diritto di tutti, di tutti gli uomini e di tutte le donne, a vedere rispettate nella propria persona i grandi principi della giustizia, dell’uguaglianza e della libertà.»

È il «no alla guerra» di quelle venute dopo, nate nella contemporaneità, declinate secondo diverse stagioni, chi con il volto scolpito dalla vita, chi con lo sguardo affamato di orizzonti nuovi; sorelle, mamme, figlie, compagne, amiche, solidali, sodali, energiche nel dissentire, determinate nel negare, duttili nel promuovere strade di pace possibili, inflessibili nel sostenere accoglienza, dialogo, iniziative politiche come alternativa ad una gabbia oligarchica che racchiude l’umanità tutta tra le sbarre di decisioni miopi e prepotenti.

Con una catena di corpi, una maglia di toni e dichiarazioni, il «fuori la guerra dalla Storia» delle femministe reclama la piazza di Como – e ciascun luogo in cui sono riunite – come luogo delle donne, sottraendola alle logiche di sopruso e prevaricazione su cui si basa il ragionamento bellico, bellicista e belligerante di ogni tempo, ancora una volta assurdamente riproposto oggi, rendendola disertrice dai campi di battaglia e tempio invece di sorellanza, cura e asilo per tutte, tutti.

[Sara Sostini, ecoinformazioni; foto di Fabio Cani, ecoinformazioni]

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