Intrecciat3/ Educare con Anarkikka

Il 21 novembre è stata inaugurata, nell’atrio dell’istituto Paolo Carcano, la mostra delle vignette di Stefania Spanò (in arte Anarkikka) Non chiamatelo raptus: il tratto riconoscibile dell’artista, mescolato a pungente ironia, affronta il tema della violenza di genere con un linguaggio insieme accessibile e affilato, capace di colpire, far riflettere e educare.

La mostra, fortemente voluta e organizzata da Cgil, Cisl e Uil (come ribadito e condiviso nell’inaugurazione), è stata allestita dall’associazione Luminanda con il contributo di Nonunadimeno Como nell’ambito delle iniziative di Intrecciat3 verso il 25 novembre, giornata internazionale per l’eliminazione della violenza di genere.
Il tratto di Anarkikka, essenziale e morbido, si abbina per contrasto alla potenza dei messaggi che veicola: di denuncia verso pratiche e atteggiamenti di stampo patriarcale avvelenano la società prima, dopo e durante situazioni di violenza; di critica puntuale nel tracciare in maniera nitida situazioni di molestia, violenza e sopruso; di solidarietà e splendente femminismo, sottolineando la necessità di educare la società ad eliminare questo tipo di violenze (e non solo) sradicandole alla radice.

Anche la scelta della scuola – e di una scuola che vuole crescere nuove generazioni potenziandone capacità e competenze artistiche in ambiti specifici – non è casuale: la mostra è sì aperta al pubblico (fino al 26 novembre, dalle 14,30 alle 17,30), ma vuole essere in grado di arrivare soprattutto, come evidenziato dalla vicepresidenza e da una parte del corpo insegnante presente all’inaugurazione, alle e ai giovani che crescono, contribuendo a cambiare, con uno stile artistico e comunicativo immediato come è quello di Anarkikka, la visione di un linguaggio sbagliato della narrazione, complice e doppiamente dannoso perchè tendente a minimizzare il crimine e gettare ulteriori ombre o dubbi sulla vittima. Interiorizzato in molti ambiti (comunicativi e di dibattito culturale, politico o sociale), questo tipo di pensiero va scardinato e cambiato, con sforzi costanti di riflessione, azione e ri-educazione.
Una responsabilità importante, equamente divisa tra artista, chi ha organizzato la mostra, chi l’ha resa fruibile, chi l’ha accolta nei propri spazi e chi sceglie di fruirne (con la possibilità di lasciare poi il proprio segno su un pannello bianco al termine della mostra, restituendo con immagini o parole la propria idea a sostegno del messaggio principale); ma è nel condividerne il carico, l’attualità e forse anche l’urgenza che si realizza poi il senso ultimo di quelle donne essenziali, di quelle tavole dai colori contrastanti, di quelle didascalie così fulminanti.

[Sara Sostini, ecoinformazioni]

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