Disarmo nucleare per il futuro dell’umanità

A margine del firmacopie del suo ultimo libro, Disarmo nucleare, pubblicato con Altraeconomia e presentato in anteprima alla Fiera del libro di Como, abbiamo avuto l’opportunità di scambiare qualche parola con Francesco Vignarca, pacifista e membro di Rete Pace e disarmo. Con lui abbiamo discusso della sua ultima fatica editoriale e dello stato dell’arte della presenza di armamenti nucleari nel mondo.

Quali sono i temi di Disarmo nucleare e perché, come si legge nel libro, parli di “questione umana, non planetaria”?

Disarmo nucleare fa il punto su una questione aperta fin dalla metà del ‘900 e che ora sembra in qualche modo tornata di moda, in particolare per via del conflitto in Ucraina. La narrazione per il pianeta adesso in pericolo, però, è fuorviante: non solo la catastrofe non è imminente ora, ma non riguarda nemmeno il pianeta in sé, bensì l’umanità. Quel che intendo dire è che il pianeta è un corpo celeste che continuerà ad esistere finché il Sole non diventerà una gigante rossa; è l’umanità ad essere a rischio di estinzione. Ed è in quanto faccenda umana che il problema va affrontato.
Al forum La strada maestra ho parlato di “utopia concreta” e lo rifaccio ora non solo per indicare la vicinanza del tema a noi come singoli cittadini e cittadine, ma anche per sottolineare che bisogna agire nella realtà, nel quotidiano, costruendo passo per passo e non solo a livello di trattati internazionali una società diversa e disarmata.
La campagna per il disarmo, insomma, non deve basarsi sulla logica strategica, ma mettere al centro ed avere come priorità l’essere umano e la sua permanenza sulla Terra.

Il tuo richiamo alla guerra russo-ucraina mi porta a chiederti una battuta sulla valenza del nucleare come deterrente all’interno di una logica e di una narrazione, quella che la Nato sembra adottare nei confronti della Russia, che rimanda abbastanza direttamente a quella blocchista che ha connotato il secondo ‘900 con la guerra Fredda. Secondo te è un modello che funziona? Eventualmente, come si può smontare questa retorica?

Ammesso che la logica dei blocchi Usa-Urss reggesse durante la guerra Fredda, adesso la retorica della deterrenza non ha più alcun senso; questo perché gli stati detentori di testate nucleari non fanno che ammodernare gli armamenti, renderli più precisi, più piccoli, più controllabili. È difficile pensare che questi armamenti siano fatti per non essere usati, se si investe così tanto per renderli sempre più facilmente utilizzabili senza le drastiche conseguenze del ’45. Inoltre, il feticcio della deterrenza è anche un’arma di legittimazione del nucleare. Appunto, se il non uso giustifica il possesso per difesa preventiva, qualunque paese vorrebbe avere armi atomiche.
Inoltre, bisogna considerare la componente di machismo, molto forte, insita ed implicita nel discorso del possesso degli armamenti atomici. Un esempio chiaro è ciò che è successo nello scontro verbale tra Corea del Nord e Stati Uniti durante la presidenza di Trump: era nient’altro che una gara a chi avesse il bottone più grosso. Se per i grandi paesi il nucleare è uno status symbol e questi sono modello per tutti gli altri, come si può pensare al disarmo quando il possesso del nucleare diventa non solo una questione retoricamente strategica, ma anche un fatto di prestigio?

Per finire, una battuta sulla situazione per quanto riguarda i trattati ad oggi vigenti ed una considerazione sulla società civile. Cosa possiamo fare noi in merito alla campagna per il disarmo nucleare?

Per quanto riguarda i trattati, ne esistono due classi. Prima di tutto ci sono quelli bilaterali, stipulati principalmente negli anni ’90. Sono cioè lo Start (1991), il New Start (2010) o l’Inf (1987), ad esempio; per quanto riguarda questa categoria, la situazione è critica perché sono stati progressivamente smantellati, portando ad un’assenza di comunicazione tra le forze che ha potenzialmente gravi conseguenze militari.
Ci sono, poi, i trattati multilaterali, il più importante dei quali è il Trattato di non proliferazione (1970), nel quale però è troppo attenuata la componente di disarmo. Altro documento fondamentale riguarda il divieto di compiere test nucleari, ma rispetto ad esso la questione è egemonica e paradossale, dato che le maggiori forze che posseggono testate affermano l’importanza di un accordo contro i test, che però sono le prime a non firmare.
Per chiamare in causa non solo i paesi meno potenti, ma anche la società civile, il Trattato per la proibizione delle armi nucleari (Tpnw, del 2021) è uno strumento importante per far venir meno la legittimazione del discorso atomico contemporaneo. Infatti, qualunque ente può appellarvisi e chi lo viola non può affermare che anche altre potenze hanno il nucleare e dunque le minacce sono legittima difesa. Con il Tpnw, dunque, si ha una voce potenzialmente importante per creare consapevolezza sull’illegittimità e sulla pericolosità della detenzione di testate nucleari.
Eppure, l’urgenza di questa consapevolezza c’è, sia per il presente geopolitico che stiamo vivendo sia perché, così come per quanto riguarda la crisi climatica, gli effetti del nucleare non sono delimitabili né del tutto prevedibili. Stiamo parlando di una minaccia che interessa l’umanità nella sua interezza e come tale dovremmo affrontarla.

Il libro Disarmo nucleare è già in vendita al banco di Altraeconomia alla Fiera del libro di Como, in piazza Cavour; dall’8 settembre sarà disponibile in libreria. [Pietro Caresana, ecoinformazioni]

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