FuoriFest2023/ Il giornalismo è politica
Un festival di giornalismo per quattro giornate di eventi nella città di Como, tra workshop, proiezioni e presentazioni. FuoriFest è stata un’occasione di riflessione, di partecipazione e di festa collettiva di cui la città di Como ha bisogno, forse senza saperlo. Un articolo dietro le quinte.

Scrivere di una manifestazione di cui si è fatto parte in veste di co-organizzatore determina la necessità di una premessa. In questo articolo non ci sarà un’analisi o una valutazione con la presunzione dell’oggettiva sul festival o sugli eventi che lo hanno animato (proprio di oggettività abbiamo parlato in un incontro sui confini tra giornalismo e attivismo).
In una prospettiva personale, sin dalla sua organizzazione il festival è stato un viaggio di scoperta soprattutto degli altri membri del collettivo e dei numerosi invitati. È stato elettrizzante vedere ogni volta nel file excel una casella del calendario dei quattro giorni riempirsi, che significava un evento confermato con spazi e ospiti. Ogni volta veniva messo un mattoncino in più a questa bellissima casa immaginaria che stavamo costruendo insieme. Poi a un certo punto la casa è stata completata ed è arrivato il momento di abitarla, stanza dopo stanza.

Le porte le abbiamo aperte il 2 novembre all’Ex Tintostamperia, con la mostra fotografica I gesti dell’acqua, che è una riflessione sull’importanza di questo elemento attraverso immagini satellitari catturate sul continente africano. Poi subito al cinema Astra per proiettare la Terra mi tiene di Sara Manisera e Arianna Pagani, presente in sala, del collettivo Fada. Un documentario che mette in discussione il nostro modello produttivo sottolineando la necessità di riscoprire la terra, le radici, la radicalità, e di ripensare il presente partendo dal passato, per garantirci un futuro. Il giorno dopo, lo stesso documentario lo abbiamo proiettato per studenti e studentesse di alcune scuole del territorio.

Poi la sera ancora insieme per la presentazione del libro Preparati a Spingere di Francesca Bubba sui lati oscuri della maternità alla libreria La Ciurma. Un incontro partecipato e vissuto, con scambi dal pubblico emozionali ed emozionati nel raccontare i modi in cui agisce il patriarcato e le difficoltà di liberare donne, madri, nonne e sorelle da una cultura di oppressione. Oppressione che è anche quella che agisce sui rider, come ha raccontato il documentario d’inchiesta Life is a Game di Laura Carrer e Luca Quaqliato, che sono stati con noi prima a cena e poi in sala al cinema Astra. Una videoinchiesta, appunto, che unisce lavoro giornalistico sul campo e film d’animazione per ragionare sullo strapotere delle piattaforme tecnologiche che riproducono sistemi da videogame.

Ma il festival si può dire che sia entrato nel vivo con gli eventi del sabato e della domenica. Worskhop di data journalism, giornalismo di inchiesta e a fumetti. E ancora la presentazione di FuoriFuoco; la tavola rotonda per ragionare su giornalismo e attivismo in una prospettiva di giustizia sociale, climatica e digitale; la proiezione del documentario La propaganda del gas vincitore dell’open call e il Dj set. In mezzo gli spostamenti, le colazioni, i pranzi, le cene e le birrette durante e dopo gli eventi. “A che ora arriva [inserire nome ospite] e chi va a prenderlo?” “Chi va a prendere da mangiare?” “Chi si occupa della colazione per domani?”. Il ristorante cinese a cui non chiediamo le posate (comprate da Clara in extremis, grazie); il freddo della fatiscente e bellissima Ex Tintostamperia, mitigato dalle coperte e dal calore del pubblico.

E poi l’ultima giornata. Domenica, sveglia presto e poco sonno, ma ancora insieme. Un workshop sull’illustrazione editoriale con Cristina Spanò, la proiezione del documentario Too Hot to Work finalista del DIG festival, sugli effetti della crisi climatica sul lavoro e sui più fragili in una prospettiva globale, con l’intervento di Philip Di Salvo; e ancora il teatro documentario del duo Nicola Di Chio e Miriam Selima Fieno che grazie alle persone partecipanti del laboratorio ha fatto emozionare e riflettere sul tema di Como città di frontiera, sulle migrazioni e sulle rotte balcaniche; la presentazione della rivista Emersioni sul grave sfruttamento lavorativo; aperitivo e poi fine. Le porte si sono chiuse nell’esaltazione e la felicità per quanto fatto, ma con un velo di tristezza a pensare che per un anno questo magico valzer collettivo, in questa casa costruita con fatica e amore, non ci sarà più. Almeno non così.

I momenti di felicità, le risate, le ansie, la stanchezza, i temi importantissimi sollevati con mai abbastanza tempo per parlarne e ricercare soluzioni. FuoriFest è stata un’occasione per la città di Como di conoscere persone che hanno a cuore la giustizia sociale, ambientale e digitale e la inseriscono nei loro lavori giornalistici o nel loro attivismo. Temi su cui c’è tanto da fare per costruire un futuro più giusto, partendo dal presente. Come da premessa, questo è un racconto personale. Ma non si può evitare di sottolineare come sempre più il personale sia politico. Quindi certo, questo è anche un resoconto politico. Perché chi lo ha organizzato condivide un orizzonte di valori e di sensibilità chiaro, pur nelle differenze dei pezzi che compongono il mosaico che siamo, persone con meno di trent’anni che sentono come creare occasioni di confronto e riflessione, di festa e partecipazione sia una necessità individuale e collettiva. Perché un festival diffuso nella città di Como che ha come tema il futuro, del giornalismo e non solo, ha nella sua identità qualcosa di personale e sicuramente qualcosa di politico che serve alla città.

I sentimenti di impotenza di fronte alla realtà e spesso di indifferenza istituzionale verso le nuove generazioni è ciò che ha portato a creare qualcosa di nuovo trasformando l’esperienza personale in un’azione, una festa che possa cambiare il personale e il vivere collettivo. Questo è ciò che porta a organizzarsi per cambiare le città. FuoriFest è stato un abbraccio del collettivo FuoriFuoco alla città di Como, ma anche un tentativo di dare una scossa, un invito a risvegliarsi mostrando quelle che sono le possibilità. Da almeno due anni anche Como ha il suo festival di giornalismo, che però è forse qualcosa di più. Speriamo ne riconosca l’importanza. [Daniele Molteni, ecoinformazioni, foto di Noemi Pigliapochi e Luca Caldironi]

