Intrecciat3/ Mai più costole di nessuno
Intrecciat3 è una rete di associazioni, sindacati, realtà collettive e persone «in lotta per l’eliminazione della violenza di genere»: essa passa attraverso testi, azioni (in piazza, nei quartieri) e, soprattutto, parole.
Il percorso che, instancabile, la rete ha costruito in vista della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza di genere del 25 novembre, ha proprio come punto focale la riflessione sul linguaggio, ed il peso che ha nella società: a darne misura con il proprio metro, in un incontro partecipatissimo, mercoledì 22 novembre, nella sala della biblioteca di Como, la sociolinguista Vera Gheno, che dal podcast Amare parole a decine di saggi, articoli e interventi da molti anni unisce militanza transfemminista e studi sulla lingua italiana, per la prima volta a Como su invito della Cgil per la rete.
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Vera Gheno non parla, «butta fuori le parole».
Le misura con lucidità, le rifinisce con un’ironia pungente e le distribuisce a ritmo serrato nelle orecchie di chi la ascolta – dal vivo, come in questa occasione, da remoto attraverso podcast, articoli, libri.
Riesce, in maniera squisita, ad infilare nello stesso intervento le Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana di Alma Sabadini e le violente contraddizioni (generazionali?) di Closer dei Nine Inch Nails, alternando spiegazioni di statistica sul perché, a fronte di una diminuzione degli omicidi, il tasso dei femminicidi sia comunque in aumento, con riflessioni metalinguistiche.
«Parlare delle parole» e del loro potere nella lingua italiana è potenzialmente l’ingrediente segreto per stroncare anche la platea accademica più tenace, eppure, nella sala della biblioteca “Paolo Borsellino”, non c’è una palpebra calante o uno sbadiglio; menti attente e pensieri in fermento assorbono come spugne i discorsi della sociolinguista, che con destrezza illustra la teoria degli atti linguistici (ovvero di come alcune parole siano in grado di alterare la realtà, dal «vi dichiaro marito e moglie» al «sei in arresto») in una panoramica più ampia su perché la lingua italiana sia per intenzione di chi parla – e non per natura – veicolo di un sistema patriarcale e maschiocentrico, secondo cui, ad esempio, «l’uomo è un’emanazione di Dio e la donna… la sua costola» (credo basti questa immagine per descrivere millenni di civiltà umana).
In un momento storico in cui, almeno in Italia, le politiche governative e la sensibilità generale sembrano sempre più nostalgiche di un buio culturale e sociale che si pensava oramai illuminato, assistere ad un dibattito così vivo e ricco di spunti è una boccata d’aria fresca dopo giorni (anni, se proprio devo essere sincera) di miasmi soffocanti, esalati dai dati sui femminicidi e le violenze di genere.
Vera Gheno riesce, con un linguaggio che parla di linguaggi, ad affrontare l’enorme, ingombrante, pesantissima questione della violenza di un genere verso tutto il resto da angolature insolite, parti integranti della quotidianità e cariche di rimandi ad una cultura pop vicina soprattutto alle generazioni più giovani presenti in sala.
Partendo, non a caso, dagli insulti (reazioni di solito viscerali e istintive): «perché i primi insulti riguardano sempre i costumi sessuali delle donne?».
“Figlio di varie categorie inerenti l’atto meretricio”, “tua sorella” e “cornuto” sono quelli più diffusi, e testimoniano una vera e propria ossessione, soprattutto maschile, verso la sessualità delle donne. Questa viene usata come pungolo su cui far leva nel confronto tra due uomini (denigrando le donne che sono nella “sfera di potere, protezione e influenza” dell’altro, secondo questa mentalità), e come staffilata per svilire la donna in un confronto (andando a colpire una presunta alterità o diversità rispetto ai canoni standard di bellezza, sesso e età).
E dagli insulti, alle discriminazioni fattuali (come quelle che accadono negli ambienti lavorativi), fino ai femminicidi (definiti tali, parafrasando le parole di Michela Murgia, non per il genere di chi muore, ma perché questo determina la causa della morte; ripeterlo non fa mai male), il passo è veloce nella risalita della piramide oppressiva – resa ancora più pesante sulle spalle dell’umanità dalla vittimizzazione secondaria spesso attuata dai giornali e da un’architettura urbana ostile (sembra una banalità, ma le strade buie farebbero forse meno paura e darebbero più sicurezza con più lampioni accesi).
Quando arriva il momento delle domande e degli interventi, le parole di tantə diventano marea: ed è bellissimo come ogni risposta della relatrice – che si parli di videogiochi, percorsi di transizione, musica death metal o trap, transfemminismo intersezionale, vergogna e senso di colpa applicati a chiunque, e chi più ne scwah, più ne metta – sia carica di sorellanza, collettività benefica, essenza non binaria della natura, ringraziamenti ed esortazioni a continuare, imperterritə ad agire come si può per smantellare un sistema patriarcale nocivo e letale per ciascunə, a prescindere dal genere. Partendo, prima di tutto, dal Potere alle parole. [Sara Sostini, ecoinformazioni]
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