L’altra Cernobbio/ Contro autonomia differenziata e premierato
Il secondo panel della mattinata, condotto da Carlo Testini (commissione disuguaglianze, diritti sociali e libertà di Arci nazionale) e Sandro Estelli (segretario generale Cgil Como), si interroga sul futuro politico e costituzionale dell’Italia, che come prospettiva, grazie alle riforme del governo Meloni, ha quella di un paese spaccato, autoritario, sempre più diseguale e su come fare per arginare questa pericolosa deriva.

La posta in gioco è la Costituzione, avverte Gaetano Azzariti, professore di Diritto costituzionale alla Sapienza: il rischio non è solo quello di una «brutta legge», si tratta di una minaccia culturale, esistenziale e antropologica, ed è qui che vanno trovate le ragioni del nostro contrasto.
La domanda da cui parte Azzariti è «Stai bene o pensi che la tua vita sia peggiorata nel corso degli anni?».
Tra le 23 materie che la riforma vorrebbe devolvere alle singole regioni, ci sono lavoro e salute. Dal punto di vista storico le conquiste in materia di salute e lavoro sono degli anni ‘70, epoca di massima «attuazione costituzionale», seguita dal “gelo” degli anni ‘80.
Anche la proposta di legge sul premierato non è un fulmine a ciel sereno ma arriva da una progressiva verticalizzazione dei poteri.
Siamo quindi alla fine di una storia lineare, continua Azzariti, che conduce verso l’accentramento totale del potere o su un tornante della storia del mondo? La sfida dei prossimi due anni è quella di capire quale sia la strada da intraprendere per spezzare il filo rosso del «lungo regresso» già in corso, legato all’inattuazione della Costituzione, non per i suoi aspetti formali ma rispetto al programma che propone, una vera “rivoluzione promessa” (citando Calamandrei) e permanente.
Per farlo va recuperata coscienza storica e va rimesso al centro il progetto rivoluzionario costituzionale, che invece per questo governo, a-costituzionale, rappresenta un ostacolo.
Nell’innescare questo processo di cambiamento, il referendum rappresenta un primo tassello. E dopo aver evitato il peggio, bisogna costruire il meglio, partendo da una posizione di vantaggio ottenuto, senza dare spazio al rimpianto ma dando credito alle nostre speranze.
Citando Terzani, è più facile andare in discesa ma a salire c’è più speranza.
La rotta da tenere è quella della ricerca di un benessere collettivo, perchè «un paese è felice quando si sta bene in tanti», ricorda Rosy Bindi (in collegamento da remoto), presidente onoraria dell’associazione Salute Diritto Fondamentale: la solidarietà, l’uguaglianza, la giustizia non sono solo un imperativo etico e un modo di concepire la convivenza.
I beni comuni, che oggi sono largamente calpestati o assicurati in modo diseguale, hanno anche una loro convenienza. Come diceva don Milani, riconoscere che il mio problema è uguale al tuo e decidere di uscirne da soli è avarizia, decidere di uscirne insieme invece è politica, tra persone, famiglie, comunità territoriali e sociali.
In un tempo di illusione individualista e avarizia, in cui faticano le formazioni sociali (partiti, sindacati, associazionismo), il compito della politica dev’essere quello di offrire un progetto e una visione che facciano recuperare un senso di appartenenza alla comunità.
Il progetto di autonomia differenziata – dai tempi dall’ascesa della lega secessionista – si è servito della progressiva individualizzazione, ha cavalcato invece il sentimento di estraneità degli uni verso gli altri,
Altro tema è quello della responsabilità, anche della sinistra, di non aver messo in sicurezza «i cosiddetti pesi e contrappesi» che la carta costituzionale garantiva, ma invece di aver inseguito lo “spirito del tempo”; la vera rottura è stata forse, secondo Bindi, la ricerca di una legge maggioritaria in un sistema politico che aveva un impianto proporzionale.
Non sarà facile opporsi al premierato con queste premesse, ma bisogna essere ottimisti nella lotta sull’autonomia differenziata, che «altro non è che una pericolosa e antistorica legge che trasferisce a 20 staterelli materie che dovrebbero essere decise a livello nazionale»: in tanti hanno capito cosa porterebbe, ad esempio gli operatori del settore pubblico o sanitario, e dal loro ascolto si può partire per impostare il lavoro; il compito della sinistra (politica e sociale) con il referendum è quello di far saltare il patto che stravolge la carta costituzionale e che tiene insieme il governo.
Ma come opporsi a questo scenario in maniera attiva?
Daniela Padoan, presidente di Libertà e Giustizia, spinge a ragionare sull’orizzonte complessivo in cui si giocano queste partite: un disegno pericoloso preannunciato nei programmi elettorali di FdI, fatto di più elementi: riforma della giustizia, separazione delle carriere, intimidazione e criminalizzazione del dissenso, uso consolidato della diffamazione nei confronti dei giornalisti, il ddl sicurezza (definito dalla Coalizione italiana libertà e diritti civili «un decreto di intimidazione di massa»).
L’allarme sullo stato di diritto in Italia arriva anche dalla Commissione europea e dall’Ocse: il ddl Sicurezza (16/12/23) non parla di sicurezza sociale ma rafforza il sistema complessivo di proibizioni e restrizioni attraverso la criminalizzazione di dissenso e lotte sociali, la criminalizzazione della resistenza passiva nei luoghi di detenzione, l’aumento di ipotesi di revoca cittadinanza, il rafforzamento del reato di occupazione immobili. Le radici del processo autoritario stanno proprio nell’esaltazione dello strumento dell’intimidazione, nei media e persino nei programmi scolastici, che esaltano la funzione pedagogica dell’umiliazione.
Questo lascito culturale fascista si ritrova anche nell’ossessione con identità nazionale, identità sessuali, che si declinano in gerarchie. Allo stesso modo, l’autonomia differenziata promossa porta ad un’idea non solidale, meno equa, che si basa sulla libertà individuale dimenticandosi di giustizia sociale, uguaglianza, equità. Significa che chi è più ricco è «”più uguale” degli altri», per citare lo spettacolo di Ascanio Celestini di venerdì sera.
Nei prossimi mesi, per avere una visione ottimista, bisogna lavorare tanto come sindacati, associazioni, per conoscere pericoli e contrastarli, perché maturi un sentimento in cui la politica sia globale, e così la transizione ecologica, non regionalizzando ma cedendo parti di sovranità per tendere a politiche nazionali ed europee. [Camilla Pizzi, ecoinformazioni; foto di Gianpaolo Rosso e Beatriz Travieso Perèz, ecoinformazioni]
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