Cascina Tavorella: la ‘ndrangheta confisca, l’attivismo restituisce

Nella serata di giovedì 27 marzo 2025 nell’oratorio di Oltrona San Mamette (Co) si è svolto un importante incontro di approfondimento e condivisione sul tema, troppo spesso ignorato o coperto dal silenzio, del radicamento della criminalità organizzata nel comasco e dell’utilizzo sociale dei beni confiscati alle mafie.

L’iniziativa è uno dei frutti del movimento di partecipazione e impegno solidale innescato dall’assegnazione, al momento provvisoria, alla Parrocchia di Rebbio, guidata da Don Giusto Della Valle, della cascina Tavorella, una proprietà costituita da un edificio residenziale, un maneggio e alcuni appezzamenti agricoli e boschivi che si trova proprio ad Oltrona. Tali spazi sono stati sequestrati a Bartolomeo Iaconis, figura di primo piano della ‘ndrangheta in Lombardia.

Incontro ricco e ben riuscito

Davvero notevole la partecipazione del pubblico: un centinaio abbondante di persone, diverse delle quali sedute a terra per il raggiunto limite dei posti a sedere disponibili. Segno plastico di come la riqualificazione della cascina affondi le radici negli sforzi di una solida pluralità di figure e volti che la sostengono più o meno direttamente.

Davvero notevoli, per numero e varietà di vedute, gli interventi programmati, coordinati dalla giornalista de La Provincia Martina Toppi.

Le autorità civili sono state rappresentate, oltre che dai diversi amministratori e dalle forze dell’ordine presenti nella platea, dal prefetto di Como, Corrado Conforto Galli, dal sindaco di Oltrona San Mamette, Antonio Giussani, e dalla sindaca di Bregnano, Elena Daddi, che interveniva anche in qualità di presidente del Comitato 5 dicembre – Insieme per la legalità.

Don Erminio Villa e don Giusto Della Valle hanno espresso il punto di vista delle due compagini ecclesiastiche coinvolte dal progetto: rispettivamente, il Decanato di Appiano Gentile (diocesi di Milano) e la Parrocchia di Rebbio e Camerlata (diocesi di Como).

Interventi più tecnici e informativi circa la storia della diffusione della criminalità organizzata, il contrasto che si può e si deve muovere ad essa, e, in particolare, la riconversione alla legalità dei beni dei mafiosi sono stati sviluppati da Paolo Moretti, giornalista preposto alla cronaca giudiziaria per il quotidiano La Provincia, Luca Corvi, amministratore giudiziario, e Davide Pati, dell’associazione Libera contro le mafie.

Preziosa infine la testimonianza dei volontari di Cascina Tavorella, ma anche delle realtà educative, come l’Università degli Studi dell’Insubria e l’Istituto Antonio Sant’Elia di Cantù, che hanno animato, con una metodologia fortemente esperienziale, ma combinata ad una forte motivazione ideale, momenti di lavoro, di riflessione, di studio e di socialità presso il maneggio.

Difficile dare conto compiutamente del discorso composto coralmente dagli interventi, pur ampiamente omogenei nei messaggi principali. La vera confisca del bene la fece la ‘ndrangheta. Ora si tratta di restituirlo alla collettività, alle associazioni di volontariato, ai più fragili e svantaggiati, alle scuole, ai cittadini di domani.

Per farsi un’idea più dettagliata delle tematiche sviluppate può valere la pene dare un’occhiata alla registrazione integrale dell’iniziativa, trasmessa in diretta, pur con qualche difficoltà, da ecoinformazioni. Qui ci limiteremo ad alcune brevi note, su aspetti forse marginali.

Non lasciamo solo don Giusto

In primis, pare positivo che l’iniziativa sia stata concepita come la manifestazione di un’alleanza, di un’assunzione collettiva di responsabilità da parte di tante istituzioni, enti, realtà associative e persone. Fatto ancora più rilevante nella misura in cui potrebbe concorrere a colmare un vuoto e a ridimensionare il ruolo sovraesposto della parrocchia di Rebbio e della sua azione, assolutamente e innegabilmente meritoria, nella società comasca. Sembrerebbe talvolta che a don Giusto si deleghi in bianco di far fronte ad ogni problema scaturito dal male e dall’ingiustizia sociale. Che di lui e dei suoi collaboratori ci si possa fidare è evidente. Ma intestare alla parrocchia di San Martino il monopolio della solidarietà genera un sentimento di eccezionalità che potrebbe risultare deresponsabilizzante: si sa che le opere salvifiche e le prove di santità si ammirano, ma non si pretendono certo da tutti. È invece per la normalizzazione della cura per il bene comune che ci dovremmo tutte e tutti impegnare.

Da questo punto di vista, stride con le affermazioni di principio enunciate nel corso della serata che si lasci solamente a Don Giusto il ruolo di infrangere, almeno parzialmente, l’unanimità costruita intorno a concetti a ben vedere opinabili e contesi – come legalità, giustizia, educazione – per riportare l’attenzione sulle contraddizioni del presente; sul ricorso a politiche disumane, in spregio al sistema dei Diritti e alla legalità internazionale (basti pensare alle innumerevoli misure securitarie contro le persone migranti, alla barbarie dei CPR, all’infame vicenda del rilascio del torturatore libico Al-Masri, al clima repressivo che si instaurerà con l’avvento del DDL Manganello, il 1660); sull’assenza di credibilità dell’attuale governo nel parlare di legalità e di lotta alla mafia, mentre si è inaugurata una stagione di deregolamentazione (specialmente in materia di appalti pubblici e di contrasto alla corruzione) e i rapporti di esponenti della maggioranza con la criminalità organizzata sono ampiamente documentati.

A don Giusto la parte del profeta viene bene, ma se deleghiamo solo a lui di dirci le verità che difficilmente accettiamo di sentire da altri e che, in ogni caso, ci guardiamo bene da affermare noi stessi, forse abbiamo un problema. Forse che ci si limiti a gioire perché Don Giusto ha dimostrato, ancora una volta, di sapere dire in faccia al potere le cose come stanno è segno che ci siamo abituati ad accontentarci di poco. Finita la politica, è rimasto il tifo, che scalda il cuore e non cambia il mondo di una virgola. E la carica trasformativa del pensiero critico si perde nel gioco, un po’ trito, delle parti.

Si fa presto a dire “educazione”

A proposito di critiche, ci viene spontaneo rilevare come forse il tanto invocato e celebrato obiettivo di sensibilizzare le giovani generazioni non sia, a ben guardare, un progetto politico vero e proprio, né, come strumento, pare particolarmente entusiasmante e, con ogni probabilità, efficace. Educare – cioé, etimologicamente, “portare fuori” – va bene, ma verso dove? Cosa chiediamo agli educati? Di educare a loro volta? Sarebbe un processo circolare, senza sbocchi. In che cosa consiste il nostro educare? Nel trasmettere valori? Informazioni? Sentimenti? O nel proporre delle scelte? L’assolutizzazione delle scuole come panacea non ci porta a proiettare su studenti e studentesse solo un mucchio insostenibile di aspettative, di problemi determinati dalla bancarotta della modernità così come l’hanno concepita le classi dominanti del Nord del mondo? Problemi che noi non sappiamo risolvere? Non è quindi un modo carino e assolutorio per spostare il problema un po’ più in là?

Forse il progetto dell’altro mondo possibile, libero dalla ‘ndrangheta, non è un dovere dei e delle giovani, ma di ogni essere umano che respira. [Abramo Francescato, ecoinfromazioni] [Foto di Alice Viganò, volontaria di Cascina Tavorella, e Abramo Francescato, ecoinformazioni]

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