giustizia

Schiavi di Hitler/ La Corte costituzionale riapre i risarcimenti

schiavi

Ormai erano rimasti in pochi a sperarci ma il 22 ottobre la Corte costituzionale ha dichiarato che «il principio dell’immunità degli Stati dalla giurisdizione civile degli altri Stati, generalmente riconosciuto nel diritto internazionale, non opera nel nostro ordinamento, qualora riguardi comportamenti illegittimi di uno Stato qualificabili e qualificati come crimini di guerra e contro l’umanità, lesivi di diritti inviolabili della persona garantiti dalla Costituzione». La decisione determina «l’illegittimità costituzionale delle norme di diritto interno che impediscono al giudice italiano di accertare l’eventuale responsabilità civile di un altro Stato per tali gravissime violazioni, commesse nel territorio nazionale a danno di cittadini italiani». In sostanza i giudici italiani potranno avviare azioni per il risarcimento di coloro come i deportati italiani nei campi di lavoro nazisti, noti come Schiavi di Hitler ai quali si dedica da anni l’Istituto di storia contemporanea Perretta di Como e ai quali è dedicato il Centro studi Schiavi di Hitler diretto da Valter Merazzi.

Naturalmente la decisone della Corte cotituzionale è stata valutata molto positivamente da Merazzi: «Si tratta di una sentenza storica che riguarda i diritti individuali e riapre la questione dei risarcimenti. Un atto di giustizia che si riconcilia con la verità storica e con le vittime, contro le logiche di real politik che hanno governato questa vicenda per settant’anni. Vivi complimenti all’avvocato Lau per la costanza, il coraggio e le capacità professionali profuse in questa ed altre cause».

Anpi Como/ Restiamo Umani

L’Anpi sezione di Como Perugino Perugini esprime il proprio dolore e sdegno per il dramma che si sta consumando nei territori palestinesi. ANPI COMO LOGO«Ancora una volta i venti di guerra si sono levati ed a pagare il prezzo più caro in termini di vite umane è la popolazione civile e sono soprattutto i bambini.
La nostra sezione si unisce all’umanità ed ai movimenti che nel mondo intero chiedono a gran voce che tacciano le armi, che si fermino immediatamente le rappresaglie e le vendette da qualsiasi parte provengano. Chiediamo che la comunità internazionale ed il governo italiano in testa, compiano subito quanto necessario affinché a questo conflitto, ma soprattutto alla situazione di Gaza, si ponga una soluzione pacifica, nel rispetto dei diritti umani e del diritto internazionale. È davvero inammissibile che non si riesca a trovare la via per garantire il diritto alla pace e il diritto ad una propria terra a ciascuno dei popoli che vivono in quella regione. L’Anpi sezione di Como non può che auspicare che questi diritti vengano finalmente riconosciuti e realizzati in concreto, nella convinzione che non è con le armi che si troverà la strada della convivenza e della giustizia, ma solo con intese ed accordi che rendano giustizia ai diritti di tutti e non soltanto alle ragioni del più forte. In ogni caso, il dramma della morte dei civili, delle famiglie inermi e soprattutto dei bambini deve cessare immediatamente.» [Anpi sezione di Como -Perugino Perugini]

Aspettando Carovana 2014/ L’incontro a Rebbio

CAR MAGGIO WEB (LOGHI)-1Ottimo riscontro di pubblico, nonostante il tempo inclemente, per Aspettando Carovana…next stop: Rebbio, primo “aperitivo” dell’edizione 2014 di Carovana Antimafia ed ospitato, nella serata di giovedì 22 maggio, dal centro di aggregazione giovanile Oasi. Un’occasione, alla presenza tra gli altri del vicesindaco Silvia Magni e dell’assessore Vincenzo Iantorno, per parlare di legalità e diritti in un contesto molto particolare: Rebbio.

Come può un quartiere avere un ruolo nella lotta contro la mafia e l’illegalità? Si può riassumere con una domanda l’incontro andato in scena all’interno del centro Oasi, prima tappa verso l’appuntamento annuale con Carovana Antimafia. Di fronte ad una sala gremita i vari ospiti hanno cercato risposte sia dal lato “giuridico”, tra la presenza mafiosa nel nostro territorio e la crescente piaga della tratta di esseri umani, sia dal punto di vista più specificamente “locale”, con le varie dimostrazioni di quanto può fare, anche in un contesto apparentemente piccolo, una “rete” attiva di cittadini, associazioni ed istituzioni, un processo che ha proprio nell’ Oasi di via Negretti, gestito dalla Cooperativa Lotta contro l’emarginazione per “conto” del Comune di Como, un importante punto di riferimento.

Gianluca Giovinazzo, avvocato ed esponente locale di Libera, e l’assessore Iantorno hanno così affrontato il tema sul suo versante tecnico, parlando dei pericoli connessi all’aumento della presenza mafiosa e dei segni per individuarla. In particolare, mentre il primo ha insistito sul « concetto di mafiosità, ossia il trionfo della sopraffazione e della violenza», evidenziando il carattere ormai «globale della presenza criminale, qui al Nord la Piovra è presente dovunque vi siano soldi», l’esponente di Palazzo Cernezzi, intervenuto dopo i saluti “istituzionali” della collega Magni, ha rivendicato gli sforzi dell’Amministrazione nel «perseguire una politica di trasparenza e di legalità, come dimostrato dalla nostra adesione ad Avviso Pubblico, unici in tutta la Provincia», un segnale che acquista ancora maggior valore in «un momento come quello attuale, dominato da scandali e corruzione. Dopotutto l’Italia è il Paese più corrotto d’Europa», ha concluso l’assessore, «il 15% del nostro Pil viene da attività illegali».

Dati impressionanti, che insieme a quelli riportati da Tiziana Bianchini, responsabile emigrazione della Cooperativa Lotta contro l’Emarginazione, «attiva dal 1994», contribuiscono a formare un panorama molto sconfortante. L’esperta, attiva soprattutto nella zona del Milanese, ha infatti evidenziato la crescita del «fenomeno della tratta degli esseri umani, seguendo linee di espansione proprie di logiche di mercato e profitto», particolarmente consistente nell’ambito della «prostituzione e del cosiddetto grave sfruttamento del lavoro», tanto che risulta sempre più difficile intervenire in modo efficace. «La criminalità è sempre un passo avanti, per esempio adesso sono disponibili app per il cellulare per individuare i percorsi migliori per la prostituzione notturna», ha continuato sconfortata l’esperta, e tutto questo nonostante «la legislazione italiana sia estremamente avanzata, 700-900 persone l’anno riescono comunque ad uscire dal racket».

C’è solo quindi altro buio, in fondo al tunnel? No, perché una soluzione già esiste: il fare rete, il coordinarsi insieme tra tutte le realtà impegnate, come avviene da tempo nel popoloso quartiere comasco. «Il lavoro è stato duro, ma ce l’abbiamo fatta», ha ammesso commossa Elisa Roncoroni, tra i responsabili della struttura e presente in sala insieme ai colleghi Alessio e Laura, che ha così evidenziato l’importanza dell’aggregazione e della formazione di «cittadinanza attiva» come momenti fondamentali nel contrasto all’illegalità. D’incontro come base di un progetto sociale parla anche Paola Passera, della cooperativa Questa Generazione, sicura che i tanti risultati ottenuti nel quartiere, dalla banca del tempo alla sistemazione del parco Negretti, dimostrino come «un quartiere consapevole può vincere, nella quotidianità e in ogni piccolo gesto».

C’è speranza, quindi. Lo conferma don Federico, religioso della parrocchia, che riprendendo una citazione di don Pino Puglisi ha ricordato che «non si può fermare alla semplice protesta, ma bisogna rispondere alle parole con i fatti, come qui sta avvenendo». Quattro sono le parole chiave per il religioso, da utilizzare come strumento per continuare l’impegno: «porta, per delimitare od indicare un’ appartenenza, verso cui comunque poter scegliere, popolo, perché è fondamentale stare insieme, ricamo punto e croce, per avere coraggio anche quando le cose sembrano complesse, ed orologio, perché è ora di cambiare».

Tanto lavoro da fare, quindi. Non resta che continuare, tra limiti ed incertezze di una situazione difficile, sicuri che «questa sia la strada giusta», come ha concluso ancora la Roncoroni. La serata ha inoltre visto dei piacevoli intermezzi musicali, grazie alle esibizioni dei percussionisti della Parada par Tucc, i ballerini della break dance e i giocolieri. [Luca Frosini, Ecoinformazioni]

 

 

 

La vita indipendente è un diritto

imagesIn occasione della Giornata europea della Vita indipendente, lunedì 5 maggio, allo Spazio Gloria  a Como, si è tenuto un incontro con i rappresentanti dei movimenti per la Vita indipendente delle persone con disabilità, ovvero di Crais, Comodalbasso, Enil Italia, Comitato lombardo per la Vita indipendente e Rete comasca disabilità, che hanno organizzato l’iniziativa con Arci Xanadù e il patrocinio del Comune di Como. Il ricco aperitivo è stato seguito dagli interventi in platea di Ida Sala e Filiberto Crisci (Enil Italia), Francesco Valentini (Crais) e dell’assessore alle Politiche sociali del Comune di Como Bruno Magatti.

La vita indipendente è, fondamentalmente, quella condizione che permette alla persona disabile di prendere decisioni riguardo alla propria vita, con le sole limitazione che hanno le persone senza disabilità. Questa definizione va di pari passo con quella di autodeterminazione, ovvero il diritto e la libertà di sbagliare e di imparare dai propri errori, l’autorealizzazione della persona disabile, lo sviluppo del suo potenziale.

Nel dicembre 2006 l’Assemblea delle Nazioni Unite ha approvato la Convenzione sui diritti delle persone con disabilità, poi ratificata dal Parlamento italiano nel 2009. La Convenzione sancisce il diritto alla Vita indipendente, così come la nostra Costituzione. La Convenzione non ha creato diritti ex novo, ma è l’applicazione dei diritti umani fondamentali: l’uguaglianza di tutti i cittadini a prescindere dalla condizione fisica; il diritto alla vita, alla libertà e alla sicurezza della propria persona, la libertà di residenza, il diritto a crearsi una famiglia, il diritto allo sviluppo della propria personalità; di prendere parte alla vita culturale della comunità.

L’articolo 19, tra gli altri diritti, cita anche quello per cui “le persone con disabilità hanno la possibilità di scegliere, su base di uguaglianza con gli altri, il proprio luogo di residenza e dove e con chi vivere e non siano obbligate a vivere in una particolare sistemazione”. Molto spesso le comunità e le case famiglia, gli educatori, gli assistenti del Comune, possono andare in aiuto alla persona disabile, ma non basta a renderla indipendente. Offrono soluzioni assistenziali “preconfezionate”, che includono strutture residenziali, servizi a domicilio, abitare in istituti, professionisti come educatori-animatori, inutili ai problemi della persona disabile grave, e nemmeno assicura loro il rispetto dei diritti fondamentali. Per la conquista di questo modo di vivere è fondamentale la possibilità di scegliere da chi, come e quando farsi aiutare: «La vita indipendente è una filosofia di vita – afferma Ida Sala – un movimento internazionale di persone con disabilità che chiedono di essere cittadini come tutti gli altri con gli stessi diritti e doveri; alla base c’è la possibilità di scegliere i propri assistenti personali, a seconda del feeling che si instaura, e che svolga mansioni concordate per i bisogni particolari della persona». L’assistente personale è una figura diversa dall’attuale assistente domiciliare mandato dal Comune; è un collaboratore assunto dalle persone con disabilità, tutelata da un contratto, istruito dalla stessa persona disabile a svolgere le funzioni concordate. Permette inoltre di diminuire la dipendenza della persona con disabilità nei confronti dei familiari e di chi le sta vicino, assicurando quindi anche a loro le loro libertà. Centrale è dunque la persona con disabilità. La legge 162/98 infatti garantisce che le persone disabili possono chiedere ai Comuni dei contributi per stipendiare gli assistenti personali

«Non basta però che la persona lo desideri, ma anche la società deve riconoscere questa necessità – spiega Bruno Magatti – quando si parla di disabilità sembra che siamo sempre tutti d’accordo, ma non è così perché lo sguardo di ognuno cambia; la vita indipendente rappresenta un cambiamento radicale, ed è un’esigenza che non deve aspettare».

Francesco Valentini ha spiegato lo scopo e il metodo di azione di Crais, per l’inclusione sociale delle persone con fragilità e disabilità, sostenendola nel suo percorso insieme alla sua rete di relazioni.

In conclusione è stato proiettato il video Ei fu..Noi siamo, di Michele Ferrari, che riunisce la testimonianza di Vita indipendente. Stefania per esempio, ha incontrato persone con disabilità grave come lei e che vivevano per conto loro; così nel 2001 ha fondato insieme ad altri, tra cui Ida e Filiberto, il Comitato lombardo per la Vita indipendente. La testimonianza invece di Elena, pittrice, disabile: «È  importante considerare sì il bisogno fisico della persona con disabilità, ma anche quello emotivo e affettivo». Poi c’è Valentina: «Vita indipendente è..poter esprimere al massimo il tuo potenziale; farsi aiutare in casa da un parente non ti fa essere quelle che sei veramente perché pensi di essere in torto nei suoi confronti» E ancora: «Mi piacerebbe avere un lavoro. Una casa, un uomo, una famiglia, tutto qua», esigenze comuni ma che a lei sembrano difficili da realizzare. Parlano anche Gianna, 44 anni, da 39 in carrozzina, un figlio: « In istituto sei un numero..vivere a casa propria è diverso»;  Rossano, dopo aver vissuto 36 anni in comunità, vive da solo con l’assistente personale: «Ho fatto un salto di qualità, e solo ora mi sento davvero libero»; Giuseppe, una figlia: «Avere una figlia è stata la cosa più bella che mi potesse mai capitare nella mia vita..quando sono in giro con lei gli altri non ci credono che lo è davvero», e così anche Paolo e Aurelio, che vedono la Vita indipendente come un modo di vivere positivo.

Quello dei movimenti per la Vita indipendente è un impegno serio e determinato a ottenere il pieno riconoscimento dei diritti per le persone con disabilità, e nei discorsi del video, nella loro spontaneità, questo desiderio si è sentito forte e chiaro. [Clara Chiavoloni, ecoinformazioni]

 

 

 

Ida e la sua assistente personale
Ida Sala e Laze, la sua assistente personale

 

 

 

 

Ida e Filiberto
Ida Sala e Filiberto Crisci

 

 

 

 

Francesco Valentini
Francesco Valentini

 

 

 

L'assessore Bruno Magatti
Bruno Magatti

L’altra Europa/ Intervista a Loredana Lipperini

lippGiornalista, scrittrice, blogger e ora candidata nella circoscrizione Nord-Ovest con l’Altra Europa con Tsipras, Loredana Lipperini ha voluto concederci, ai margini dell’ aperitivo elettorale di martedì 29 alla Drogheria di Como, una breve intervista sull’avventura politica in corso, tra prospettive nazionali e continentali, diritti da difendere e progetti per un’altra Europa.

Quali possono essere, ad ormai 20 giorni dalle elezioni, le prospettive del progetto L’Altra Europa? Quale il suo spazio nel panorama politico attuale?

«Posto che la comunicazione della nostra presenza è stata praticamente inesistente, intendo da parte dei grandi media, cosa che spero possa cambiare avvicinandoci al 25 maggio, trovo che le prospettive della lista siano molto positive, per un semplice motivo: l’Altra Europa è l’unico progetto credibile presentato in questa campagna elettorale. Non lo dico solo da candidata, ma oggettivamente siamo gli unici che parlano di Europa non solo per le sue forme istituzionali, ma anche per il ruolo che deve avere nei confronti dei suoi cittadini. Le proposte di una nuova carta costituzionale, della revisione dei trattati continentali, del lancio di un social compact al posto del suo famigerato corrispettivo “fiscale” vanno appunto in questa direzione. Il nostro obiettivo è restituire dignità alle persone» ;

Domanda classica: perché un politico greco? Che valore può avere la candidatura di Tsipras in un Paese come il nostro?

«Alexis Tsipras viene da quella nazione che ha vissuto per prima, e nel modo più duro possibile, l’attuale crisi, paragonabile nei suoi effetti solo a quella del ’29. Tra l’altro su questo è interessante citare una serie di dichiarazioni di Ioannis Barouphatis, economista greco, che richiama le reazioni dei suoi colleghi ellenici all’inizio del crollo. L’esperto riporta l’incredulità dei maggiori luminari del settore, il loro stupore nel vedere come la lezione del ’29, studiata a scuola come un caso esemplare, non abbia significato nulla, e che finanza senza regole, austerity e politiche restrittive abbiano continuato ad essere presenti e dominanti nel panorama economico. Ecco, adesso sono loro, gli economisti intendo, i primi ad alzare la voce affinchè tutto questo cambi, e che un certo modo di fare venga definitivamente accantonato. D’altronde non abbiamo tante alternative, nessuno sarà immune alle conseguenze. La stessa Germania, che ha assistito al deragliamento di Grecia, Spagna, Portogallo ed Italia, non si illuda di essere al sicuro. Ora tocca alla Francia, e dopo ? »

Nessuno è al sicuro, quindi.

«Nessuno è al sicuro fino a quando una certa politica continuerà ad esistere. La politica dell’austerità, dell’economia slegata dalla realtà, che ragiona autisticamente su un concetto di finanza che si è dimostrato fallimentare. Dobbiamo tornare ad avere un progetto, una visione di un economia che non sia slegata non solo dai diritti delle persone, dai loro problemi reali, ma anche dalla cultura, dalla scuola, dall’eguaglianza di genere, dal welfare e dai servizi irrinunciabili. Da tutto quello che ci rende esseri umani, in poche parole».

Quale può essere il ruolo dell’Europa, in tutto questo? Cosa può contare davvero Bruxelles?

«Dovrebbe avere un ruolo centrale, decisivo. E’ qui che possiamo costruire la nostra alternativa: non più un Europa divisa su due piani, prima i conti a posto e poi forse tutto il resto, ma un Europa che vincoli i Paesi membri a crescere, ad adottare quelle buone pratiche che altrove hanno dato buoni frutti, nelle politiche sociali e nella difesa della dignità degli uomini e delle donne. E’ questa la mia idea di Bruxelles»;

Un ultima curiosità: che Paese hai trovato, nei vari giri elettorali? Ci sono segnali di un inversione di tendenza?

«Ho trovato un Italia che ha voglia di sperare, un Italia giustamente arrabbiata, svilita e triste, ma che vuole ricominciare ad usare una parola che ci è stata negata per molto tempo: futuro»[ Luca Frosini, ecoinformazioni]

L’Arci si stringe in un abbraccio affettuoso a Patrizia Moretti

aldroVergognosi gli applausi degli esponenti del Sap agli agenti condannati per la morte di Federico Aldrovandi. L’Arci nazionale con un comunicato stampa, esprime la sua indignazione per l’ovazione che ha accolto, al loro ingresso al congresso del Sap,  i tre poliziotti condannati in via definitiva per la morte di Federico Aldrovandi. «Episodi simili, oltreché oltraggiosi verso la memoria del giovane ragazzo ucciso, devono indurre ad aprire un’ampia riflessione sul ruolo delle forze dell’ordine, che deve essere, sempre,  quello di garanti della sicurezza di tutti. Sono tanti gli episodi che stanno venendo alla luce, grazie alla determinazione e al coraggio dei familiari delle vittime, in cui questo ruolo viene sostituito da comportamenti ingiustificatamente violenti, dall’ accanimento contro persone ormai inermi, fino a provocarne la morte. Abbiamo ancora sotto gli occhi le immagini dei corpi martoriati di Cucchi, Aldovrandi, Uva, solo per citarne alcuni. Ultimo, l’episodio che riguarda la morte di Magherini a Firenze, su cui è stata aperta un’indagine. Ma non possiamo non ricordare anche i comportamenti tenuti dalle forze dell’ordine in occasione di manifestazioni di piazza. Quanto successo a Genova nel 2001 ha aperto una ferita, che si rinnova ogniqualvolta gli agenti infieriscono contro i manifestanti, come documentato anche in occasione dell’ultimo corteo per la casa che si è tenuto a Roma. L’immagine dello stivale del poliziotto che calpesta il corpo della giovane ragazza stesa a terra suscita indignazione e getta discredito anche su chi, tra le forze dell’ordine, rifiuta simili comportamenti. Anche per questo chiediamo che tutti gli agenti in servizio siano dotati di un codice identificativo, così come è finalmente giunto il tempo che nel nostro codice penale venga inserito il reato di tortura. Ma non basta. Accanto a queste misure urgenti appare sempre più necessaria una vera e propria azione di ‘rieducazione’ delle forze dell’ordine, che ne riporti i comportamenti entro le finalità assegnate loro dalla Costituzione e dalla nostra legislazione. A Patrizia Moretti va la nostra affettuosa solidarietà, e a tutti i familiari delle vittime che si battono per ottenere verità e giustizia vogliamo far sapere che l’Arci sarà al loro fianco.»

La P2/ Intrecci di potere da ricordare

gerardocolomboPartecipazione sentita all’incontro dell’8 aprile in Biblioteca di Como con Gherardo Colombo e Anna Vinci La P2 nella storia della Repubblica. Cosa è cambiato a 30 anni dalla Commissione d’inchiesta parlamentare. L’iniziativa è stata organizzata dall’Istituto di storia contemporanea Pier Amato Perretta, dall’Università popolare Auser e dall’associazione Memoriacondivisa con il patrocinio del Comune di Como.

La parola è stata subito data a Gherardo Colombo, ex magistrato milanese noto per aver condotto importanti inchieste tra cui la scoperta della Loggia massonica P2, che ha ricostruito in maniera puntuale i fatti accaduti a partire dal marzo 1980 con l’uccisione di Guido Galli, magistrato di cui era collega all’Ufficio Istruzione di Milano e assassinato dal nucleo armato di estrema sinistra Prima Linea. Quest’omicidio, assieme a quelli di altri due magistrati a Salerno e a Roma, diede il via a una serie di richieste di trasferimento da parte di molti magistrati milanesi. In quel periodo Milano faceva davvero paura, già dalle dieci di sera non si vedeva in giro più nessuno e il timore di essere coinvolti in attentati era grande. Colombo fu uno dei pochi magistrati che rimase a Milano e per questo i vari processi su Sindona furono assegnati a lui, a Giuliano Turone e a Gianni Galati. Durante le indagini vennero scoperti i frequenti contatti tra Joseph Miceli Crimi, medico che aveva organizzato il viaggio clandestino di Sindona a Palermo, e Licio Gelli. Gli uomini della Guardia di Finanza di Milano vennero quindi inviati a perquisire i luoghi che quest’ultimo frequentava e, contro ogni aspettativa, i documenti rinvenuti si dimostrarono di eccezionale rilevanza. Erano state trovate le liste d’iscrizione alla loggia massonica Propaganda 2, di cui Gelli era maestro venerabile. I nomi presenti nelle liste sono tanti ( poco meno di mille) e spesso altisonanti: dodici generali dei Carabinieri, cinque generali della Guardia di Finanza, ventidue generali dell’Esercito, quattro generali dell’Aeronautica militare, otto ammiragli, direttori e funzionari dei vari servizi segreti (compresi i capi di Sismi e Sisde), quarantaquattro parlamentari, due ministri dell’allora governo, un segretario di partito, giornalisti (quasi tutto il Corriere della Sera), imprenditori (tra cui Silvio Berlusconi), banchieri, faccendieri e magistrati. La P2 si costituiva quindi come vero e proprio luogo di incontro tra gli ambienti e i poteri più disparati, in cui la politica sommersa prosperava su quella ufficiale e la loggia stessa fungeva da strumento di controllo e condizionamento. La paura di depistaggi e insabbiamenti era tanta, ma i magistrati decisero che le istituzioni dovevano essere informate della gravità della situazione. Il presidente del Consiglio Forlani li ricevette a Palazzo Chigi il 25 marzo e ad aprir loro la porta fu il prefetto Semprini, che risultava iscritto negli elenchi della P2. Le carte vennero poi rese pubbliche e il governo cadde, ma nel giro di poco meno di sei mesi la Procura di Roma sollevò il conflitto di competenza e tutti i documenti vennero trasferiti da Milano a Roma. Le indagini più rilevanti vennero subito archiviate.
Nel settembre del 1981 venne istituita una Commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia massonica P2 e la presidente della Camera Nilde Iotti chiamò Tina Anselmi a presiederla. Di quanto il ruolo dell’Anselmi fu impegnativo e di come per lei fu difficile restare lucida e impassibile di fronte a tentativi di attentato e depistaggi, ce lo ha raccontato durante l’incontro Anna Vinci. La scrittrice romana ha avuto in consegna dalla ex parlamentare i fogli di appunti accumulati durante i lavori della Commissione proprio perché slegata da poteri forti e perché tutto quello che in essi era racchiuso non andasse perduto. Intrecci di potere, depistaggi, legami trasversali, ma anche ricatti e minacce sono racchiusi nel libro della Vinci La P2 nei diari segreti di Tina Anselmi [Chiarelettere, 2011, 548 pagg, 16,60 euro].
Dal libro emerge come la Anselmi fosse una vera statista e da ex partigiana prendere atto di una tale mancanza di rispetto per le Istituzioni risultava inconcepibile e molto duro. Rimarca lei stessa in un’intervista del maggio 1984: «Questi tre anni sono stati l’esperienza più sconvolgente della mia vita. Solo frugando nei segreti della P2 ho scoperto come il potere, quello che viene delegato dal popolo, possa essere ridotto a un’apparenza. La P2 si è impadronita delle istituzioni, ha fatto un colpo di Stato strisciante. Per più di dieci anni i servizi segreti sono stati gestiti da un potere occulto». La Anselmi era sicuramente un personaggio scomodo e non corruttibile, e la memoria del suo operato è bene venga tenuta viva al fine di rappresentare un modello per le nuove generazioni.
L’incontro si è concluso con interventi del pubblico a sostegno dell’attività di Gherardo Colombo, che come magistrato in quegli anni ha rischiato la vita, ma non è mancato qualche attacco a politici attuali.  Un partecipante è infatti intervenuto definendo il Partito democratico e l’attuale presidente del Consiglio Matteo Renzi come  frutto delle scelte della P2. I relatori lo hanno invitato ad informarsi meglio e alla partecipazione attiva alla politica, ma soprattutto a non generalizzare perché come diceva la stessa Anselmi: «Per scegliere e decidere, bisogna conoscere». [Federica Dell’Oca, ecoinformazioni]

Chiara Saraceno/ Lotta alle disuguaglianze e alla povertà

Nella serata di  venerdì 28 febbraio, l’Ares (Associazione per il riformismo e la solidarietà) ha accolto, nel  Salone di Confcooperative  a Como, Chiara Saraceno, sociologa di fama  internazionale, che ha presentato i risultati dei suoi studi e di dati ufficiali sulla povertà e sulle politiche sociali in Italia, che determinano delle forti disuguaglianze. L’intervento è stato introdotto da Fausto Tagliabue.

Secondo l’Ocse (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economici), l’Italia, nonostante sia uno dei paesi occidentali democratici, è uno dei paesi in cui la riproduzione intergenerazionale delle disuguaglianze è tra le più elevate, ovvero: l’ambiente socio-familiare di origine, insieme alle condizioni di vita dell’individuo sulla base del reddito e dell’istruzione, determina il proprio futuro sociale, lo predice, e le disuguaglianze che ne derivano vengono trasmesse di generazione in generazione. Nella prima decade del 2000 un figlio di operai aveva ben 8 volte di meno di possibilità di andare all’università; questo dipende da un concatenarsi di situazioni, tra cui le scarse risorse economiche dei genitori, l’eredità lavorativa che influenza le scelte dei figli stessi, il pregiudizio degli altri nei confronti dei figli di operai.

DSCN0414Sempre dai dati dell’Ocse l’Italia è il paese più disuguale dal punto di vista del reddito. Questo può essere visto nella disuguaglianza economica e per il riconoscimento dei diritti civili tra donne e uomini: meno del 20% delle donne ha un impiego nella Pubblica Amministrazione e meno della metà, il 49 %, è nel mondo del lavoro, contro il 60% di occupazione femminile che doveva essere raggiunto entro il 2010 secondo il patto di Lisbona.

Inoltre, il calcolo del valore del capitale umano, ovvero il valore economico di una persona (la quantità di reddito che una persona può produrre nel corso della sua vita), risulta essere più basso per le donne rispetto a quello degli uomini a parità di ruolo, già al momento del conseguimento del titolo di laurea. C’è meno presenza di donne nel mondo del lavoro in quanto si dedicano di più al lavoro di cura, cioè quello svolto a casa per la famiglia nei confronti dei bambini, degli anziani e dei disabili; si dedicano di più al volontariato, quindi in generale ai lavori per il benessere della società e non retribuiti. In più, l’età pensionabile delle donne precede quella degli uomini, misura pensata per liberare posti di lavoro.

Per quanto riguarda il sistema scolastico c’è da dire che in Italia non è efficiente, a prescindere dalla crisi finanziaria che ha tagliato i fondi per l’istruzione. L’indagine Pisa (che prova le competenze logiche e di comprensione dei testi) ha rilevato un forte divario tra le prestazioni ottime e quelle scarse degli studenti. Questo dipende anche dall’origine familiare e territoriale, non dall’arretratezza delle capacità intellettive e personali. Questa differenza esiste in altri paesi, ma non è così forte come in Italia.

Se guardiamo alla quantità dei servizi per l’infanzia offerti, quindi asili nido e scuole materne, Italia è ai primi posti insieme a Scandinavia e Danimarca; ma si differenzino dall’Italia perché là i servizi per l’infanzia significano anche servizi per le pari opportunità e pari condizioni di inserimento futuro nella società. In Italia quando una madre perde il lavoro, di solito la prima cosa che fa è ritirare i figli dal nido o dalla materna, perché non se li può permettere, e questo è un rischio per i bambini, soprattutto per quelli più poveri e per i figli degli immigrati.

L’Italia è al primo posto in Europa per livello di povertà minorile, che raggiunge il 25%.

Un’altra disuguaglianza sta nel non riconoscimento dei diritti civili nei confronti degli immigrati. Quando arrivano in Italia possiedono qualifiche medio-basse e lo stato non li valorizza. Per esempio alla richiesta dei musulmani di avere una moschea o un luogo riconosciuto per il culto, che rappresenta l’esercizio della libertà religiosa, lo Stato risponde picche, nonostante gli immigrati in Italia siano una parte della popolazione ormai consolidata da qualche decennio.

I loro figli, secondo lo ius sanguinis, anche se nati in Italia non vengono riconosciuti dallo Stato automaticamente come italiani. Così si sentono spesso diversi, con meno diritti riconosciuti.

Un’altra disuguaglianza presente nel nostro paese è quella per le coppie omosessuali e quelle eterosessuali. Se la coppia omosessuale adotta un figlio, non vengono riconosciuti come famiglia. I figli di omosessuali sono considerati orfani, verso cui non hanno né diritti né doveri. Riconoscere i figli significherebbe per lo Stato riconoscere l’esistenza della coppia stessa. Nel 1975 con la Riforma del diritto di famiglia si raggiunsero traguardi importanti, come il passaggio dalla patria podestà alla potestà condivisa dei coniugi. Un altro traguardo si è raggiunto, nel dicembre 2013, con la fine della distinzione tra figli naturali, nati nel matrimonio, e figli legittimi, nati fuori dal matrimonio; per i figli di omosessuali invece: ancora nessun riconoscimento su carta.

Bisogna capire che i valori tradizionali hanno ormai intrapreso un forte cambiamento. Non c’è una definizione sola di famiglia, ma esistono più famiglie, se pensiamo che 1 figlio su 3 non nasce nel matrimonio, e 1 matrimonio su 3 è preceduto da una convivenza.

La crisi economica, accompagnata dall’esaurimento della Cassa Integrazione, dall’inefficienza degli ammortizzatori sociali che hanno aumentato le diversità già esistenti, ha portato molte famiglie a vivere nella povertà assoluta.

Dalla fine del 2007 e fino al 2010 gli indicatori di povertà dell’Istat sono rimasti pressoché stabili, con variazioni dello “zero virgola”.

Tra 2010 e 2011 e tra 2011 e 2012 (di cui si hanno gli ultimi dati) c’è stato invece un forte salto. E’ aumentata la povertà assoluta (cioè l’incapacità di acquistare certo beni definiti come di sussistenza ai prezzi minimi) e soprattutto la deprivazione, cioè gravi mancanze e difficoltà in certe cose, come non potersi permettere un pasto proteico una volta ogni due giorni, le visite mediche. Ci sono altri 7 parametri, e le persone che ne hanno 3 su 9 sono definiti come deprivati, mentre se se ne presentano 4 su 9 si tratta di deprivati gravi.

C’è stata in particolare una diminuzione nei redditi correnti piuttosto che una diminuzione della ricchezza, perché sono aumentati i debiti. In questa situazione era il Mezzogiorno che ha subito di più.

Le diversità territoriali tra nord e sud sono addirittura maggiori di quelle che c’erano dopo l’unificazione tra Germania est e Germania ovest. Durante la crisi la povertà è aumentata più al nord che al sud. Ora si intravede una sofferenza del centro-nord per le famiglie con più di due figli.

La situazione non è peggiorata per gli anziani: c’è di buono che i tagli hanno risparmiato le fasce basse.

Il piccolo pubblico della sala è intervenuto con osservazioni e racconti di esperienze personali in qualità di insegnanti, attivisti per i diritti umani; dibattiti che hanno costituito più della metà dell’incontro. Si ha l’impressione generale che manchi una cultura politica della società e che ci sia una mancanza di proposte in politica, forse causa della disillusione nei suoi confronti. Osservando il divario tra i tipi di richieste e punti di vista da una città all’altro fa capire che manca un pensiero solidale che accomuni le città e le regioni. Nelle scuole le maestre vorrebbero fare di più per i bambini ma mancano risorse economiche, e mancano insegnanti di sostegno per affiancare quelli stranieri, mentre sono previsti per i bambini disabili. Eppure ci sono gruppi di insegnanti in pensione che sarebbero ben disposti a ricoprire nuovamente degli incarichi a scuola e affiancare gli altri maestri; ma magari questi si sentono autonomi e non accettano questo tipo di sostegno e aiuto, ma non bisognerebbe neanche stare fermi ad aspettare che arrivino le risorse dall’alto.

Un’altra mancanza italiana rispetto ad altri paesi è quella del “reddito minimo d’inserimento”. Dovrebbe essere garantito dal governo il diritto al soddisfacimento dei bisogni fondamentali, un minimo di diritto al consumo. Non si può abbandonare a loro stessi i poveri e i loro figli.

Tutte questioni molto complesse, che non possono essere risolte da un anno all’altro. [Clara Chiavoloni, ecoinformazioni]

Fini-Giovanardi incostituzionale

fini -giovannardiAncora una volta la Corte costituzionale interviene per abrogare leggi liberticide che il Parlamento non riesce a cassare. Il 12 febbraio è caduta, per manifesta illegittimità costituzionale, la famigerata Fini-Giovanardi, la riempi carceri, fatta per colpire i consumatori di droghe leggere equiparati a criminali e spacciatori anche se coltivano a casa propria una sola piantina di maria. L’abrogazione della norma che ha anche distolto parte dell’attività delle forze dell’ordine dal contrasto alla criminalità particolarmente attiva nel commercio delle droghe sia “leggere” che “pesanti”, libera anche nel comasco molti cittadini e cittadine ingiustamente perseguiti. 

Tobagi/ I sopravvissuti

livia e manlioIl 28 gennaio, al Liceo T. Ciceri di Como, Benedetta Tobagi ha presentato il suo ultimo libro Una stella incoronata di buio. L’incontro, promosso dall’Istituto di Storia Contemporanea “Pier Amato Perretta”, dall’associazione Memoria e Verità, dall’Università popolare e dal Punto Einaudi, ha riscontrato una notevole partecipazione, più di cento le persone (pochi gli studenti, sarebbe stato più facile coinvolgere in orario di lezione). Purtroppo assente Manlio Milani, il Virgilio che ha guidato l’autrice nella ricostruzione della strage di Brescia.
L’introduzione  di Claudio Fontana è entrata nel vivo del libro, raccontando la cornice e i tragici accadimenti della strage neofascista di piazza della Loggia a Brescia, il 28 maggio 1974.
Benedetta Tobagi ha voluto riportare alla luce una strage sulla quale è calato il silenzio; una storia che riguarda tutti noi. Si parte dalle storie delle persone, non da una contabilità di morti e feriti. E si entra nella storia d’amore che lega Manlio Milani a Livia Bottardi Milani, insegnante d’italiano che si batte per i diritti delle donne e con il marito condivide tutti i pensieri. Livia perde la vita insieme ad altre otto persone che con lei, in quel mattino di pioggia in Piazza della Loggia, stavano manifestando pacificamente. Da quel momento Manlio inizia un doloroso percorso tra le aule dei tribunali. Ad oggi, tra depistaggi e coinvolgimento di rami dei servizi segreti e di altri apparati dello Stato, si registra l’assoluzione di tutti gli imputati con la formula dubitativa, corrispondente alla vecchia formula dell’insufficienza di prove.
Benedetta Tobagi partecipa in prima persona ai procedimenti giudiziari in virtù della forte amicizia che la lega a Manlio Milani. Con lui condivide il comune destino di essere sopravvissuti e testimoni.
Prendere parte al processo e confrontarsi con la perseveranza di chi per trent’anni è stato in grado di seguire passo dopo passo l’evolversi delle indagini, ha permesso alla scrittrice di cogliere una prospettiva temporale diversa, più lunga. Poco tempo è trascorso tra la fine del fascismo e la strage di piazza della Loggia.
Come continuare ad avere fiducia nelle istituzioni e a trovare la forza di andare avanti nelle ricerche?
Accettando la presenza del male e rifiutando la rassegnazione. Il materiale c’è, e c’è soprattutto con la volontà di giustizia, un pezzo di terra ferma dove le persone possano conciliarsi. [Barbara Rizzi e Federica Dell’Oca, ecoinformazioni]

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