Roberto Spazzali

7 febbraio/ “Nella pancia della balena”

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La sera di mercoledì 7 febbraio a partire dalle 21, l’aula magna della Scuola secondaria di I grado “Antonio Fogazzaro” di Como (via Cuzzi 6)  ospiterà Nella pancia della balena. Canto per le vittime delle foibe, a cura di Gabriele Penner della Compagnia Teatro d’acqua dolce. Seguirà l’incontro con  Roberto Spazzali, storico e ricercatore dell’Istituto regionale per la storia del movimento di liberazione nel Friuli Venezia Giulia.

Un’iniziativa a ingresso libero, organizzata da Anpi provinciale di Como, Associazione Alfonso Lissi, Associazione Italia – Cuba, Spi Cgil Como, Comitato Soci Coop Como, Istituto comprensivo di Rebbio, Istituto di storia contemporanea “Pier Amato Perretta”.
[AF, ecoinformazioni]

Il confine orientale e il Comasco: un giorno per ricordare davvero

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In vista del Giorno del ricordo, fissato al 10 febbraio dalla legge del 30 marzo 2004 che lo istituiva in memoria «delle vittime delle foibe, dell’esodo giuliano-dalmata, delle vicende del confine orientale», si è svolto venerdì 5 febbraio nel salone della Biblioteca Comunale di Como il primo incontro di un breve ciclo organizzato dal sindacato Scuola della Cisl dei laghi, dall’Istituto di Storia Contemporanea “Pier Amato Perretta” di Como, dall’Associazione Giuliano-Dalmati di Como e dal Progetto San Francesco, con il patrocinio del Comune di Como e dell’Ufficio Scolastico provinciale.

È da molti anni, sostanzialmente dal momento dell’istituzione, che molti enti e mote associazioni si adoperano per sottrarre il Giorno del ricordo alla retorica nazionalista (quando non addirittura alla servitù ideologica anticomunista), per farne invece un momento di approfondimento di una fase storica particolarmente complessa e particolarmente drammatica, che coinvolse non solo una regione precisa (il cosiddetto confine orientale e le regioni balcaniche con presenze italiane) ma l’intera nazione e – in realtà – gran parte dell’Europa.

L’incontro di ieri pomeriggio è stato, in questo percorso, un momento molto importante, perché non solo ha riportato al “tavolo” degli organizzatori anche l’Associazione dei giuliano-dalmati, in passato spesso acriticamente contraria ai tentativi di approfondimento storico, ma anche e soprattutto perché ha portato l’attenzione sui riflessi della crisi nel territorio comasco. Nell’intervento di Marinella Fasani è stata infatti presentata la ricerca L’accoglienza nel Comasco dei profughi giuliano-dalmati, in corso a cura dell’Istituto di Storia Contemporanea. Per la prima volta si è cercato di dare una risposta a quanti furono e come furono accolti i profughi che a più riprese, nel corso degli anni Quaranta (già durante gli anni di guerra) e Cinquanta, furono costretti a lasciare le terre dalmate e istriane. I problemi della ricerca sono numerosi (a partire dalla mancanza di documenti originali), ma già qualche precisazione è stata possibile darla, sui numeri (qualche centinaio di esuli vennero “accolti”, in diverse fasi, ed erano spesso famiglie già segnate dalla guerra) e sull’“accoglienza”, poco governata – almeno inizialmente – dalle istituzioni e quasi sempre delegata al “buon cuore” della cittadinanza e delle parrocchie. Per la prima volta, per esempio, sono stati individuati i luoghi dove in prima battuta si alloggiarono i profughi (alcuni alberghi, alcune scuole).

 

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Il successivo intervento di Roberto Spazzali, direttore dell’Istituto Regionale per la Storia del Movimento di Liberazione del Friuli Venezia Giulia, che da anni si occupa a fondo delle deriverse questioni relative al confine orientale, è servito a mostrare quanto complessa sia la vicenda storica di quei territori, nei quali si aggrovigliano rivendicazioni ed esigenze di numerose nazioni e popolazioni. A partire dal trattato di Campoformio (1797), ma in realtà da prima ancora, e per tutto l’Ottocento, su quelle aree, caratterizzate da un strettissimo intreccio di culture diverse, da immigrazioni e spostamenti di ampi gruppi di popolazione, si concentrarono gli interessi di molti Stati, volti a “spostare” il baricentro dell’area in direzioni diverse.

Dal lungo, e appassionato (oltre che straordinariamente informato) intervento di Spazzali si può ricavare l’impressione che la rivendicazione delle “appartenenze” nazionali non possa far altro che complicare la comprensione dei fenomeni, e che – anche negli ultimi decenni – è difficile attribuire patenti di correttezza e purezza ai vari protagonisti.

Anche l’incontro di ieri non può quindi essere considerato che una tappa di un lungo percorso di approfondimento, per mantenere vivo il “ricordo” liberandolo dalle distorsioni.

Il percorso è proseguito nella stessa giornata di venerdì 5 febbraio con una serata nella sala consiliare di Lurago d’Erba, e con una mattinata dedicata alle scuole di secondo grado nell’Auditorium Don Guanella, sabato 6 febbraio.

Nella serata del 10 febbraio, alle ore 21,15 presso l’Auditorium dell’oratorio di Lipomo (ingresso libero), viene presentato lo spettacolo Nella pancia della balena. Canto per le vittime delle foibedi Gabriele Penner, con Arianna Di Nuzzo e Gabriele Penner, organizzato dall’Amministrazione comunale di Lipomo in collaborazione con Teatro d’acqua dolce e Istituto di Storia Contemporanea “Pier Amato Perretta” di Como. [Fabio Cani, ecoinformazioni]

Vicende e memorie del confine orientale

Il10151407_10152395153471667_952213039003533907_n primo incontro della rassegna I venerdì della storia (organizzata da Liceo Fermi di Cantù, Coordinamento comasco per la Pace, Centro studi schiavi di Hitler, Città di Cantù) ha avuto al centro la parola confine e il suo significato, inteso sia come barriera fisica ma anche mentale. Roberto Spazzali, docente all’Isis   Da Vinci e all’Università di Trieste, ha ripercorso la storia di Trieste e delle zone limitrofe, sottolineando come, in quel pugno di terre, si siano ingarbugliate più di un secolo di vicende europee.
Le barriere, fisiche e mentali, hanno diviso le persone all’interno della stessa città. I mutamenti politici hanno, in molti casi, minato i già fragili equilibri del territorio Triestino.
Spazzali, di fronte a una platea molto attenta (e, purtroppo, non numerosa), ha raccontato di esodi, controesodi, divisioni, lotte ma soprattutto di uomini, trovati loro malgrado a essere protagonisti di unastoria italiana ma soprattutto europea. [aq, ecoinformazioni]

I venerdì della storia

I venerdì della storiaQuattro appuntamenti 11 e 25 aprile, 2 e 9 maggio alle 21 al Liceo scientifico Enrico Fermi e al Teatro San Teodoro di Cantù, «con l’intento di approfondire vicende della storia contemporanea italiana», organizzati da Liceo Fermi, Coordinamento comasco per la Pace, Centro studi schiavi di Hitler e Comune di Cantù.

 

«Venerdì 11 aprile, al Liceo Fermi [in via Giovanni XXIII] – spiega la presentazione –, si parlerà di Vicende e memorie del confine orientale, con Roberto Spazzali, docente presso l’Università degli studi di Trieste che, con le sue pubblicazioni, ha contribuito a rimuovere l’oblio e l’omertà sulla storia di Venezia Giulia, Istria, Dalmazia.

Il 25 aprile al Teatro San Teodoro [via Corbetta 7], si terrà il concerto dei Barabàn, Venti5 d’Aprile, musica per la festa della Liberazione, uno spettacolo moderno e di straordinaria efficacia. Una vera e propria lezione di storia in musica che racconta, attraverso canzoni e melodie di rara bellezza, appassionate testimonianze e immagini di grande forza evocativa, cosa fu la Resistenza.

Venerdì 2 maggio, al Liceo Fermi, interverrà Miguel Gotor, docente di Storia moderna all’Università di Torino e attualmente senatore della Repubblica. Parlando de L’Italia degli anni 70 tra speranze e tempeste, affronterà il passato recente della Repubblica, con il sogno di un mondo nuovo e le lotte di potere, le vicende inquietanti, le tragedie».

«Questa prima edizione – termina lo scritto – si concluderà il 9 maggio, al Teatro San Teodoro, dove si parlerà della Prima guerra mondiale ma con l’obiettivo puntato lontano dal fronte, per cercare di capire le trasformazioni portate dalla guerra al nostro territorio e alla popolazione. Il Piave mormorava, vita quotidiana, guerra e spagnola tra il 14 e il 18, è il titolo. Interverranno Valter Merazzi, del Centro studi schiavi di Hitler e Carlo Antonio Barberini del Centro Filippo Buonarroti».

Per informazioni tel. 338.4683196. [md, ecoinformazioni]

Il confine orientale: foibe ed esodi in una prospettiva storica

Nella serata del 27 febbraio si è tenuto alla cascina Massée di Albate l’incontro con Roberto Spazzali sul tema del confine orientale, organizzato dall’Istituto di Storia Contemporanea Pier Amato Perretta di Como e dal Circolo Libero Fumagalli in occasione del Giorno del Ricordo.

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Il confine orientale. Foibe un tabù storiografico?

Con Roberto Spazzali, Istituto regionale per la storia del movimento di Liberazione del Friuli Venezia Giulia (Trieste), lunedì 27 febbraio alle 20.45 lla Cascina Massée ad Albate di Como, organizzano il Circolo “Libero Fumagalli” e l’Istituto di storia contemporanea “Pier Amato Perretta” per il Giorno del ricordo 2012

Storia e propaganda

Solo gli strumenti critici della storia permettono di comprendere il significato del Giorno del Ricordo fuori dalle letture di parte della propaganda. Un incontro organizzato dall’Istituto di Storia Contemporanea Pier Amato Perretta con Roberto Spazzali e Gino Candreva venerdì 26 febbraio.

Il complesso e conflittuale rapporto tra storia e propaganda è stato al centro dell’incontro organizzato venerdì 26 febbraio alla biblioteca comunale dall’Istituto di Storia Contemporanea Pier Amato Perretta in occasione del Giorno del Ricordo.
«Questa ricorrenza del calendario civile – ha spiegato Lidia Martin, dell’Istituto Perretta, che ha coordinato i lavori – non ha una funzione unificatrice come quello della Memoria, ma suscita contrasti e polemiche per l’errore di raccontare solo una parte di storia, quella finale astratta dal contesto con quella che Alessandra Kerstevan ha felicemente definito “mala storiografia”. Per questo l’iniziativa dell’Istituto Perretta è stata quella di proporre interventi di chi fa ricerca utilizzando gli strumenti della ricerca storica».
«Sono temi che suscitano interesse – ha spiegato Roberto Spazzali, dell’Istituto regionale per la storia del movimento di liberazione nel Friuli e Venezia Giulia – perché la storia della Venezia Giulia è la storia dell’Italia e dell’Europa e le vicende tragiche accadute sul nostro confine orientale sono paradigmatiche, possono essere utili per comprendere altre situazioni di crisi. Si tratta di un problema civile, comprendere quello che è successo può essere un primo passo per costruire un avvenire diverso».
Insegnante e ricercatore dal 1984 Spazzali ha raccontato come all’inizio fosse difficile occuparsi di questi argomenti su cui era calato l’oblio, il tutto era etichettato come questione locale per fattori di diverso opportunismo politico.
Il 10 febbraio 1947 l’Italia fu sottoposta al Trattato di Parigi dalle potenze alleate vincitrici della seconda guerra mondiale, ma la celebrazione della vittoria sul nazifascismo del 25 aprile rendeva meno evidente il fatto che fosse uscita sconfitta dalla guerra e che dovesse accettare le condizioni tra cui la ridefinizione dei confini.
L’Italia, dal canto suo, aveva commesso numerosi errori tra il 1918 e il 1920 nei territori acquisiti dopo la prima guerra mondiale, per esempio con l’abolizione dei patti agrari e poi con l’avvento del fascismo con la chiusura delle scuole croate e slovene: il fascismo come sinonimo di italianità fu un grande inganno.
Spazzali ha poi fatto chiarezza su molti aspetti della questione spesso distorti e strumentalizzati. Le tensioni tra croati, sloveni e italiani erano già iniziate con l’emergere dei grandi partiti di massa. L’esodo degli italiani da quelle terre non fu rapido e improvviso, come quelle biblico degli anni ‘90 in Bosnia, ma fu un lungo stillicidio durato dal 1943 al 1956. Infine il numero degli scomparsi: le persone sepolte nelle cavità carsiche, secondo i dati più attendibili, sono meno di 500 (271 salme recuperate in Istria).
Complesso ricostruire avvenimenti in questo territorio particolare: tra i rivoluzionari croati del Castello di Pisino che barattavano la vita dei prigionieri con i pochi oggetti di valore rimasti alle famiglie c’erano anche italiani; quando l’esercito jugoslavo entrò a Trieste il 1 maggio 1945, disarmò e fermò i giovani del Comitato di Liberazione Nazionale che erano insorti il giorno prima e molti di loro finirono nelle liste di proscrizione, furono catturati e deportati in campi di internamento secondo la tragica dinamica delle “idee assassine” di Conquest.
«A Trieste c’erano due partiti comunisti negli anni ’60 – ha concluso Spazzali –  e di questi fatti non se ne poteva parlare perché agli Usa nel 1948 tornava utile la posizione antisovietica di Tito perciò la questione andava chiusa seguendo la dinamica della guerra fredda. Oggi nella nostra città vivono 8000 serbi e 2500 albanesi inseriti nel tessuto sociale, hanno iscritto i loro figli nelle scuole italiane, non provano nessun risentimento, sentono il potere attrattivo della cultura italiana».
Gino Candreva, insegnante e redattore della rivista Zapruder del progetto Storie in movimento, si è soffermato sulla scelta del 10 febbraio come data del Giorno del ricordo: istituito con la legge n. 92 del 30 marzo 2004, vicino nel calendario al 27 gennaio, Giorno della Memoria, facile a confusioni anche nel nome con l’intento di “olocaustizzazione” delle foibe attraverso un parallelo inaccettabile.
«Nel corso degli anni – ha commentato Candreva – gli italiani da vittime sono diventati martiri della loro italianità con una terminologia che rivela revanscismo nazionalista e a ciò si intreccia la riproposizione dei miti della vittoria mutilata e degli “italiani brava gente”». Altro luogo comune l’abbinamento della visita della Risiera di San Sabba a Trieste e la foiba di Basovizza.
Candreva ha poi proposto un breve filmato di analisi della fiction Il cuore nel pozzo prodotta dalla Rai, vista nel 2005 da 17 milioni di telespettatori e riproposta anche quest’anno in occasione del Giorno del Ricordo.
Senso comune nazionalista e anticomunista sono gli ingredienti della storia (consulente il prof. Giovanni Sabbatucci, docente di Storia Contemporanea presso l’Università La Sapienza di Roma) in cui l’eroe è un alpino della divisione fascista Monterosa, i partigiani jugoslavi sono dipinti come feroci assassini e il ruolo dei bambini è fortemente strumentale. A uno di loro, orfano di genitori infoibati, viene affidato il messaggio centrale: i soldati italiani vengono accusati di vigliaccheria, di avere abbandonato le armi e non avere combattuto contro gli slavo comunisti. Candreva ha poi denunciato una preoccupante tendenza politica a dettare quello che gli storici devono scrivere sui manuali scolastici e come denaro pubblico sia usato in grande quantità per acquistare libri pubblicati da case editrici di estrema destra, che poi vengono distribuiti alle scuole.
«C’è ancora tanto da chiarire su questa questione per costruire una vera coscienza europea – è la conclusione di Candreva -, ci vorrà tempo, ma il nostro compito è quello di lasciare gli strumenti su cui lavorare a chi verrà dopo. [Antonia Barone, ecoinformazioni]
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