400 studenti per la mattinata per le scuole di “In alto mare”

Spazio Gloria gremito per l’ormai tradizionale appuntamento annuale con le scuole del Convegno del Coordinamento comasco per la Pace sabato 12 dicembre. Dopo lo spettacolo teatrale Sogni clanDestini del Gruppo teatrale Ibuka Amizero la mattinata è proseguita, con l’accompagnamento musicale del gruppo Mukami 0, con l’incontro con testimonianze del movimento migratorio che coinvolge l’Italia.

Prospettive dall’interno, con il medico erbese Kossi Komla Ebri, dall’esterno, con l’esperienza dei Bambini di Ornella con Severino Proserpio, e con il tragico momento del passaggio con Gabriele Del Grande dell’osservatorio Fortress Europe.

«Forse si dà per scontato che i diritti ci siano – ha precisato la moderatrice dell’incontro l’ex presidente del Coordinamento e docente del Terragni la scuola copromotrice del Convegno Maria Rita Livio – ma non sempre è così». «L’Europa non a più barriere economiche ma le ha poste fra gli uomini», ha aggiunto .

Proserpio ha ripercorso lo sviluppo socioeconomico della provincia comasca partendo da quando gli imprenditori cercavano di attirare flussi migratori incentivando il più possibile la residenza di immigrati, utili come forza lavoro per l’apparato produttivo locale: «i migranti in un qualche modo li abbiamo voluti noi». Ormai per l’ex sindacalista comasco «la società è diversa e bisogna avere la voglia di costruire un impianto di convivenza», ma la sua attenzione è stata da sempre attirata dalle motivazioni che spingono all’emigrazione. «A Kelle il villaggio in africa dove operiamo 50 o 100 euro di rimesse dagli emigrati permettono di sopravvivere e a volte possono essere fondamentali per curare chi ha bisogno». Proserpio ha spiegato le attività dell’associazione impegnata nella scolarizzazione dei bambini e nell’alfabetizzazione oltre che nella promozione di progetti culturali per l’infanzia, dal teatro ad una scuola per piccoli reporter.

Komla Ebri ha raccontato l’esperienza di cittadino italiano immigrato dal Togo 35 anni fa «che ha palpitato come voi per gli avvenimenti di questo paese». Il dottore erbese ha parlato dell’importanza del pregiudizio «mi giudicano solo per l’apparenza – ha precisato – se indosso il camice bianco sono il dùtur, quando esco dal lavoro divento il vu cumprà». Un problema di relazioni che per lui si supera solo con la comunicazione «i miei pazienti non hanno paura dell’”uomo nero”, ma hanno paura di non riuscire a comunicare con me». Di questi tempi molti parlano di identità «ma cos’è e come si forma l’identità? – si è chiesto – attraverso la famiglia, la scuola, gli amici. Sono gli altri che contribuiscono alla formazione della nostra identità, è la diversità che ci identifica in rapporto agli altri».

Per ultimo Del Grande ha raccontato delle condizioni disumane nei Centri di identificazione ed espulsione (ex Cpt) portando la propria esperienza diretta di denunce e soprusi nei confronti dei detenuti, denunciando «lo stati di diritto di questo paese sta andando a rotoli. Un diritto costituzionale come quello della libertà viene disatteso. Ti prendono, non hai i documenti in regola e finisci in galera anche se non hai commesso un reato».

Racconti di esperienze dirette di immigrati rinchiusi anche dopo aver lavorato per anni in Italia o rimpatriati anche quando la loro famiglia era ormai qui.

Del Grande ha voluto ricordare i fatti dell’agosto 2004 nel Canale di Sicilia quando dei pescherecci tunisini hanno soccorso un gommone alla deriva e d’accorod con le autorità italiane hanno condotto i sopravvissuti al porto di Lampedusa, dove i soccorritori sono stati arrestati per favoreggiamento dell’immigrazione. «Hanno rispettato la legge internazionale che obbliga a soccorrere chi è in difficoltà in mare» ha sottolineato Dal Grande.  Pescatori hanno avuto i pescherecci sequestrati per due anni senza poter lavorare e dopo due anni di processo sono stati condannati a due anni e mezzo di reclusione per non avere rispettato un’ingiunzione che li avrebbe voluto far fermare fuori dal porto all’ultimo momento.

Il rappresentante di Fortress Europe ha spiegato come la raccolta di dati sulle tragedie del’immigrazione nel Mediterraneo, «il Canale di Sicilia è un grande cimitero», sia partia sul  sito, all’inizio un semplice blog,  per arrivare ad essere tradotto in moltissime lingue.

Un lavoro che ha portato alla realizzazione anche del documentario Come un uomo sulla terra e la contemporanea raccolta di 18 mila firme in un anno per spingere il Governo italiano a vedere come effettivamente la Libia svolga il ruolo di gendarme per le nostre coste.

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