In alto mare

“In alto mare”: un successo pacifista

Pienamente riuscita la scommessa del Coordinamento comasco per la Pace che ha puntato sul tema dei diritti dei migranti anche per rafforzare il suo ruolo di sodalizio impegnato nello sviluppo della cultura e delle buone pratiche pacifiste. Più di 800 i partecipanti alla tre giorni allo Spazio Gloria che si è chiusa domenica 13 con le delizie del gusto offerte nel buffet etnico della Cooperativa Questa generazione e di Aclichef.

Non è la prima vota che succede con le iniziative del Coordinamento comasco per la Pace, ma quest’anno davvero tanti erano i dubbi e le incertezze di una proposta alta culturalmente, necessaria politicamente, ma rischiosissima come quella fatta decidendo di dare seguito alla Campagna Non aver paura, apriti a gli altri, apri ai diritti addirittura con un convegno. Il rischio, in un territorio più volte apparso, almeno nelle sue componenti più retrive, ostile all’accoglienza, che il tema di In alto mare avesse poche possibilità di essere compreso e condiviso era concreto. Ma fin dalle fasi iniziali dell’organizzazione della tre giorni pacifista si è visto che la provincia di Como è anche un territorio fecondo per la solidarietà, la capacità di cogliere le trasformazioni incontrovertibili del mondo e la volontà di studiare e tentare di comprendere i processi in corso. Il primo successo è venuto dall’estrema ricchezza e varietà delle associazioni, sindacati, istituzioni che hanno deciso di copromuovere l’iniziativa. Poi, a partire da giovedì sera – il 10 dicembre sessantunesimo anniversario della Dichiarazione universale dei Diritti umani – sono stati i partecipanti all’iniziativa a valutarne positivamente l’organizzazione e l’eccezionale valore culturale, umano e politico. Sorprendente, ma pienamente meritato l’incoraggiamento venuto dal presidente della Camera Gianfranco Fini che ha saputo cogliere, consigliato riteniamo dal parlamentare comasco Alessio Butti, il valore dell’iniziativa lariana che pure le forze politiche locali hanno quasi completamente ignorato. Nella giornata di sabato al mattino con le scuole (400 gli allievi presenti, quasi altrettante le prenotazioni che gli organizzatori non hanno potuto soddisfare per le dimensioni della sala) prima con lo spettacolo Sogni clandestini poi con le relazioni di Severino Proserpio, di Kossì Komla Ebrì e di Gabriele Del Grande si è centrato il tema agganciando l’attenzione dei giovani spettatori che si sono dichiarati entusiasti dell’occasione loro offerta. La giornata di sabato si è poi sviluppata con la minirassegna cinematografica nella quale, se qualche perplessità ha determinato in una parte del pubblico il film Amore che vieni amore che vai, importanti e aprezzatissimi sono stati i messaggi di Pane e cioccolata e La giusta distanza. Ma è stata forse la domenica a dare il segno di un successo davvero pieno con il seguitissimo seminario Nomadi del presente, cittadini del futuro animato da Roberto Morselli, un’occasione preziosa di confronto e analisi su una questione cruciale per la formazione di tutti i cittadini e le cittadine e con la sessione conclusiva densa e partecipata e tanto avvincente da animare un ampio dibattito e da durare quasi un’ora più di quanto programmato. Di tutto ciò ecoinformazioni ha cercato di dare conto in tempo reale con i lanci dell’Agenzia stampa e con i pezzi inseriti nel blog. Speriamo di aver fatto un utile servizio, certamente siamo pienamente convinti che la scelta della redazione di essere copromotrice dell’evento era doverosa ed è stata opportuna. [Gianpaolo Rosso, ecoinformazioni]

Se equivocò la paloma a “In alto mare”

Nell’intervento musicale di Francesco D’Auria, Maurizio Aliffi, Simone Mauri e Marco Belcastro al Convegno del Coordinamento comasco per la Pace domenica 13 dicembre è stata eseguita anche la lirica di Rafael Alberti Se equivocò la paloma. Di seguito il testo e la traduzione in italiano.

 

Se equivocó la paloma,

 se equivocaba

por ir al norte fue al sur

creyó que el trigo era agua

creyó que el mar era el cielo

que la noche la mañana…

que las estrellas rocío

que la calor la nevada

que tu falda era su blusa

que tu corazón su casa…

ella se durmió en la orilla tù, en la cumbre de una rama.  

Si sbagliò la colomba/ si sbagliava/  per andare verso nord andò a sud/  credette che il grano fosse l’acqua/  credette che il mare fosse il cielo/  che la notte il mattino… / che le stelle rugiada/  che il caldo la nevicata/  che la sua gonna fosse la sua blusa/  che il tuo cuore la sua casa… / ella s’addormentò sulla spiaggia/  tu, nella cima d’un ramo.

In alto mare si chiude con il decalogo della convivenza

L’incontro con l’Altro, la percezione della sicurezza e i possibili modelli di convivenza sono stati tra i temi al centro dell’ultima sessione di «In alto mare», la tre giorni del Coordinamento comasco per la Pace, che si è svolta ieri, domenica 13 dicembre, allo Spazio Gloria.

Gli stranieri minano la nostra sicurezza. Almeno, così parrebbe. Ma basta considerare l’etimologia del termine «sicurezza», che deriva da «sine cura» cioè in assenza di preoccupazioni, per capire che i veri insicuri, nel nostro Paese, sono gli stranieri. A ribaltare il ragionamento e il clichè che declina l’immigrazione come un problema di ordine pubblico – ovvero di minaccia della sicurezza dei cittadini – è stata Chiara Giaccardi, docente di Sociologia della Comunicazione e di Comunicazione Interculturale all’Università cattolica di Milano, esponente dell’Associazione Eskenosen, intervenuta domenica 13 dicembre alla prima sessione della giornata conclusiva di «In alto mare», moderata da Thierno Ngaye dell’associazione 3 febbraio. Secondo la sociologa «tradurre la questione della convivenza con l’altro come una questione di sicurezza è una modalità miope e parziale, mentre dovrebbe essere una sfida. Non si tratta di «sine cura» bensì di un surplus di cura, un investimento forte che sarebbe necessario per costruire una reciprocità» tra la popolazione “autoctona” e le persone che migrano verso l’Italia.
Il tema dell’alterità è centrale nella rappresentazione sociale di ogni gruppo: per conoscere chi siamo “noi” dobbiamo forzatamente confrontarci con gli “altri”. Ed infatti «per vivere pienamente le proprie radici – ha continuato Giaccardi – bisogna forse perderle…Mentre la tendenza diffusa è quella di una polarizzazione in due “posture”: siamo globali per certi versi, soprattutto per quanto concerne i consumi e le mode, ma siamo iper radicati negli atteggiamenti difensivi». È così che può capitare che persone dalla dubbia fede cattolica diventino strenui sostenitori del crocifisso, del presepe, di ogni simbolo religioso collegato ad un’identità religiosa alla quale magari non appartengono nemmeno tanto…
Dunque «è l’alterità che ci porta alla comprensione e solo le identità ospitali sono identità libere». Socialmente, perciò, rimuovere, negare l’esistenza di tutto ciò che è lontano e diverso dal nostro gruppo conduce ad un «deficit di senso»: il tentativo di «possedere i significati, applicando un metodo idolatrico» non conduce a capire noi stessi né gli altri, e invece che rendere più sicura la società, la rende meno libera.
E di libertà ha parlato anche Grazia Villa, presidente dell’associazione nazionale La Rosa Bianca, convinta che questo concetto «non si possa rinchiudere in nessuna casa ma debba servire per volare alto». L’esperienza di Villa è quella dei tanti avvocati che accompagnano i migranti nella richiesta di una forma di tutela, che sia lo status di rifugiato, il diritto d’asilo o un permesso umanitario. È la testimonianza, commossa, di chi non sa come dire ad un immigrato che la sua domanda verrà respinta. La procedura, come ha spiegato Villa, passa infatti attraverso le commissioni territoriali sommerse di lavoro, che valutano le domande di asilo o richiesta dello status di rifugiato. L’accoglimento di tali richieste è rarissimo. A quel punto «il cittadino può fare ricorso di fronte ad un giudice che esamina la sua domanda ma è lo stesso soggetto emigrato che deve dimostrare di essere un perseguitato». Questa è infatti la conditio sine qua non per accedere alle forme di protezione previste dalle norme sovranazionali, tra le quali Villa ha citato la Convenzione di Ginevra. In realtà, in Italia avremmo uno strumento giuridico che è come «un treno ad alta velocità»: la Costituzione. L’Articolo 10, infatti, sul diritto d’asilo, introduce un ampio garantismo a favore di chi non gode dei nostri diritti.
Ma dalla Carta ad oggi, ne son passate di Bossi-Fini sotto i ponti…È per questo che «una volta respinta la domanda d’asilo, i migranti, che hanno un permesso di soggiorno provvisorio e magari hanno anche trovato un lavoro», perdono i loro diritti e «diventano rei di clandestinità». Di qui la proposta della rappresentante dell’associazione La rosa bianca: «ribaltare il tema del diritto d’asilo, parlarne non più come di una questione di tutela ma come un problema di libertà di movimento». Per Villa dovremmo «cambiare il lessico del diritto: l’allontanamento preventivo dell’alterità nega di fatto la libera circolazione degli umani, sancita da tutte le fonti giuridiche sovranazionali, inclusa la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea».
I respingimenti, invece, negano totalmente il principio della libera circolazione e sono, secondo il moderatore dell’incontro, Thierno Ngaye, un indice «di quanto questa società sia moralmente malata». E un ulteriore deterrente per i migranti, che si ripiegano su se stessi, spesso in una condizione di isolamento.
Per uscire da questo rischio di ghettizzazione ed emarginazione sociale, anche la Chiesa gioca un ruolo nella società italiana. A rappresentarla, nel corso della seconda parte del dibattito di ieri, coordinata da Emilio Botta, presidente del Coordinamento comasco per la Pace, è stato monsignor Angelo Riva, proveniente dalla diocesi di Como, docente di teologia morale. A lui il compito di riaccendere il dibattito dopo la performance dei musicisti Francesco D’Auria (batteria e percussioni), Maurizio Aliffi (chitarra), Simone Mauri (clarinetto basso) e Marco Belcastro (voce, organetto e chitarra).
Per Riva, esiste un «dovere all’accoglienza, che si esprime attraverso l’assenza di atteggiamenti razzisti e xenofobi e con il rispetto di diritti e bisogni quali la casa, il ricongiungimento famigliare, il lavoro». L’accoglienza deve essere coniugata, politicamente e normativamente, con la legalità. Oltre a questi due elementi, l’interculturalità, per monsignor Riva, comprende «l’interazione con l’altro che dovrebbe condurre all’integrazione». Un’integrazione che non sia un «melting pot, l’accostamento di culture interscambiabili e quindi relative». Quale può essere allora l’apporto dei cattolici? «La dottrina sociale della Chiesa, la sussidarietà sociale, la fratellanza» sono un bagaglio culturale innegabilmente importante a partire dal quale la società, le comunità possono attingere.
L’attore e mediatore culturale senegalese Mohamed Ba, ultimo relatore del pomeriggio di ieri, ha raccontato la sua esperienza di migrante che ha subito pochi mesi fa un accoltellamento «perché negro», a Milano, senza essere soccorso da nessuno per un’ora. Un episodio successo, come specificato da Ba, una settimana dopo che un esponente politico propose carrozze della metropolitana riservate agli immigrati e quindici giorni dopo che il premier paragonò Milano a una città africana. Come si fa allora a prepararsi all’«appuntamento con il diverso»? E’ un rapporto di dare-ricevere: dunque occorre avere in primis qualcosa da offrire all’altro. Perché «la cultura è una pentola sul fuoco senza il coperchio»: qualcosa esce, qualcosa entra.
Allora l’integrazione, l’interculturalità possono (dovrebbero?) partire dal basso. «Basta decreti per stare insieme», chiosa Ba.  È sufficiente rispettare il suo, efficacissimo, «decalogo della convivenza:
-non avere altro dio all’infuori di te,
-non nominare la nazionalità degli altri,
-onora tutte le festività (anche quelle delle altre religioni e culture),
-onora la memoria della tua città e raccontala si nuovi cittadini,
-non testimoniare sulla cultura degli altri se non la conosci abbastanza,
-non rubare la parola agli altri ed impara ad ascoltare,
-non imporre solo i tuoi valori culturali,
-non desiderare solo la tua cultura,
-non desiderare solo la cultura degli altri,
-mai uccidere le differenze culturali».

[Barbara Battaglia, ecoinformazioni]

In alto mare, le relazioni conclusive

Thierno Ngaye dell’associazione 3 febbraio ha aperto – un centinaio i partecipanti  –  l’ultima sessione della tre giorni del Cooridnamento comasco dedicata ai diritti dei migranti allo Spazio  Gloria domenica 13 dicembre alle 15. 

Si sono susseguiti gli interventi di  Chiara Giaccardi (docente di Sociologia della Comunicazione e di Comunicazione Interculturale all’Università cattolica di Milano, esponente dell’Associazione Eskenosen), dei musicisti Francesco D’Auria (batteria e percussioni), Maurizio Aliffi (chitarra), Simone Mauri (clarinetto basso) e Marco Belcastro (voce, organetto e chitarra), di Grazia Villa, presidente dell’associazione nazionale La Rosa Bianca.

L’ultima parte, coordinata da Emilio Botta, presidente del Coordinamento comasco per la Pace, presenta le relazioni di mons. Angelo Riva, docente di teologia morale, diocesi di Como e dell’attore senegalese Mohamed Ba.

Chiuderà la tre giorni pacifista il buffet aperitivo etnicoa cura della Cooperativa Questa Generazione della Acli e di Aclichef.

Educazione interculturale sfida del presente

Con l’introduzione al tema  di Celeste Grossi, vicepresidente del Coordinamento comasco per la Pace e direttrice di école,  si è aperto sabato 12 dicembre alle 10 il seminario del Convegno In alto mare allo spazio Gloria del Circolo Arci Xanadù. Il seminario partecipato da una quarantina di persone, docenti e formatori, dirigenti scolastici e animatori di iniziative di educazione alla Pace è sato condotto da Roberto Morselli, formatore e consulente, membro della redazione di Cem/Mondialità.

Chiara – nella parole del relatore – l’ipostazione dell’iniziativa: «Viviamo sempre più in una società complessa, multiculturale e multireligiosa, figlia dei processi estesi e pervasivi della globalizzazione. Le risposte, individuali e collettive, sociali e politiche, alle sollecitazioni al cambiamento sono ambivalenti: alcuni ritengono opportuno difendere le identità, ancorandole a un territorio, a una tradizione, a una lingua; altri tentano di dar vita a identità aperte, inclusive, plurali, nomadi. Alla cittadinanza di tipo nazionale, legata all’ethnos e allo jus sanguinis, si contrappone quella planetaria, agganciata alla persona, legata al demos e allo jus soli. Per vivere costruttivamente questa tensione e vincere le sfide poste dalla società multiculturale, serve un confronto alto sugli orientamenti di politica educativa, che non riguardi solo gli operatori della scuola ma tutti coloro che hanno a cuore le sorti dell’educazione oggi».

400 studenti per la mattinata per le scuole di “In alto mare”

Spazio Gloria gremito per l’ormai tradizionale appuntamento annuale con le scuole del Convegno del Coordinamento comasco per la Pace sabato 12 dicembre. Dopo lo spettacolo teatrale Sogni clanDestini del Gruppo teatrale Ibuka Amizero la mattinata è proseguita, con l’accompagnamento musicale del gruppo Mukami 0, con l’incontro con testimonianze del movimento migratorio che coinvolge l’Italia.

Prospettive dall’interno, con il medico erbese Kossi Komla Ebri, dall’esterno, con l’esperienza dei Bambini di Ornella con Severino Proserpio, e con il tragico momento del passaggio con Gabriele Del Grande dell’osservatorio Fortress Europe.

«Forse si dà per scontato che i diritti ci siano – ha precisato la moderatrice dell’incontro l’ex presidente del Coordinamento e docente del Terragni la scuola copromotrice del Convegno Maria Rita Livio – ma non sempre è così». «L’Europa non a più barriere economiche ma le ha poste fra gli uomini», ha aggiunto .

Proserpio ha ripercorso lo sviluppo socioeconomico della provincia comasca partendo da quando gli imprenditori cercavano di attirare flussi migratori incentivando il più possibile la residenza di immigrati, utili come forza lavoro per l’apparato produttivo locale: «i migranti in un qualche modo li abbiamo voluti noi». Ormai per l’ex sindacalista comasco «la società è diversa e bisogna avere la voglia di costruire un impianto di convivenza», ma la sua attenzione è stata da sempre attirata dalle motivazioni che spingono all’emigrazione. «A Kelle il villaggio in africa dove operiamo 50 o 100 euro di rimesse dagli emigrati permettono di sopravvivere e a volte possono essere fondamentali per curare chi ha bisogno». Proserpio ha spiegato le attività dell’associazione impegnata nella scolarizzazione dei bambini e nell’alfabetizzazione oltre che nella promozione di progetti culturali per l’infanzia, dal teatro ad una scuola per piccoli reporter.

Komla Ebri ha raccontato l’esperienza di cittadino italiano immigrato dal Togo 35 anni fa «che ha palpitato come voi per gli avvenimenti di questo paese». Il dottore erbese ha parlato dell’importanza del pregiudizio «mi giudicano solo per l’apparenza – ha precisato – se indosso il camice bianco sono il dùtur, quando esco dal lavoro divento il vu cumprà». Un problema di relazioni che per lui si supera solo con la comunicazione «i miei pazienti non hanno paura dell’”uomo nero”, ma hanno paura di non riuscire a comunicare con me». Di questi tempi molti parlano di identità «ma cos’è e come si forma l’identità? – si è chiesto – attraverso la famiglia, la scuola, gli amici. Sono gli altri che contribuiscono alla formazione della nostra identità, è la diversità che ci identifica in rapporto agli altri».

Per ultimo Del Grande ha raccontato delle condizioni disumane nei Centri di identificazione ed espulsione (ex Cpt) portando la propria esperienza diretta di denunce e soprusi nei confronti dei detenuti, denunciando «lo stati di diritto di questo paese sta andando a rotoli. Un diritto costituzionale come quello della libertà viene disatteso. Ti prendono, non hai i documenti in regola e finisci in galera anche se non hai commesso un reato».

Racconti di esperienze dirette di immigrati rinchiusi anche dopo aver lavorato per anni in Italia o rimpatriati anche quando la loro famiglia era ormai qui.

Del Grande ha voluto ricordare i fatti dell’agosto 2004 nel Canale di Sicilia quando dei pescherecci tunisini hanno soccorso un gommone alla deriva e d’accorod con le autorità italiane hanno condotto i sopravvissuti al porto di Lampedusa, dove i soccorritori sono stati arrestati per favoreggiamento dell’immigrazione. «Hanno rispettato la legge internazionale che obbliga a soccorrere chi è in difficoltà in mare» ha sottolineato Dal Grande.  Pescatori hanno avuto i pescherecci sequestrati per due anni senza poter lavorare e dopo due anni di processo sono stati condannati a due anni e mezzo di reclusione per non avere rispettato un’ingiunzione che li avrebbe voluto far fermare fuori dal porto all’ultimo momento.

Il rappresentante di Fortress Europe ha spiegato come la raccolta di dati sulle tragedie del’immigrazione nel Mediterraneo, «il Canale di Sicilia è un grande cimitero», sia partia sul  sito, all’inizio un semplice blog,  per arrivare ad essere tradotto in moltissime lingue.

Un lavoro che ha portato alla realizzazione anche del documentario Come un uomo sulla terra e la contemporanea raccolta di 18 mila firme in un anno per spingere il Governo italiano a vedere come effettivamente la Libia svolga il ruolo di gendarme per le nostre coste.

Nomadi del presente, cittadini del futuro

Si svolgerà domenica 13 dalle 10 alle 13 allo Spazio Gloria in via VAresina 72 a Como per il Convegno In alto mare del CcP il seminario  Nomadi del presente, cittadini del futuro. Il contributo dell’educazione interculturale alla costruzione della cittadinanza planetaria. l’incontro, dedicato agli insegnanti e a coloro che operano nella formazione anche in associazioni, cooperative e altre organizzaioni, sarà curato da  Roberto Morselli di Cem Mondialità.

 Viviamo sempre più in una società complessa, multiculturale e multireligiosa, figlia dei processi estesi e pervasivi della globalizzazione. Le risposte, individuali e collettive, sociali e politiche, alle sollecitazioni al cambiamento sono ambivalenti: alcuni ritengono opportuno difendere le identità, ancorandole a un territorio, a una tradizione, a una lingua; altri tentano di dar vita a identità aperte, inclusive, plurali, nomadi. Alla cittadinanza di tipo nazionale, legata all’ethnos e allo jus sanguinis, si contrappone quella planetaria, agganciata alla persona, legata al demos e allo jus soli. Per vivere costruttivamente questa tensione e vincere le sfide poste dalla società multiculturale, serve un confronto alto sugli orientamenti di politica educativa, che non riguardi solo gli operatori della scuola ma tutti coloro che hanno a cuore le sorti dell’educazione oggi. Il laboratorio metterà a fuoco il contributo specifico offerto in tale direzione dall’educazione interculturale.

Del Grande: per i diritti dei migranti serve informazione

Intervista a Gabriele Del Grande che interverrà sabato 11 dicembre nella sessione dedicata alle scuole del convegno In alto mare del Coordinamento comasco per la Pace in programma dalle 9 allo Spazio Gloria in via Varesina 72 a Como.

In alto mare è il titolo del XII convegno del Coordinamento comasco per la pace in corso in questi giorni. E in alto mare si interrompono le storie di migliaia di immigrati: 10.884 persone nel Mar Mediterraneo e nell’Oceano Atlantico annegate dal 1988 ad oggi nel tentativo di raggiungere le Canarie, 4.183 nel Canale di Sicilia tra la Libia, l’Egitto, la Tunisia, Malta e l’Italia,138 persone morte navigando dall’Algeria verso la Sardegna; dal Marocco, dall’Algeria, dal Sahara occidentale, dalla Mauritania e dal Senegal alla Spagna, verso le isole Canarie o attraversando lo stretto di Gibilterra, ne sono morte almeno altre 4.491 persone, nell’Egeo tra la Turchia e la Grecia, ma anche dall’Egitto alla Grecia, hanno perso la vita 1.330 migranti; nel Mare Adriatico, tra l’Albania, il Montenegro e l’Italia, negli anni scorsi sono morte 603 persone; infine almeno 624 migranti sono annegati sulle rotte per l’isola francese di Mayotte, nell’oceano Indiano. Per un totale di 14877 morti (di cui 6542 dispersi) dal 1988 ad oggi per mare, nel corso del viaggio attraverso il Sahara, nascosti nei tir, sotto gli spari della polizia: questi sono i numeri di Fortress Europe, una rassegna stampa che dall’88 fa memoria delle vittime delle frontiere europee, un blog e un progetto nati nel 2006 su iniziativa di Gabriele Del Grande, viaggiatore, giornalista, scrittore, classe 1982, nato a Lucca e autore per Infinito edizioni di Mamadou va a morire. La strage dei clandestini nel Mediterraneo (2007, seconda edizione, maggio 2008) e Roma senza fissa dimora (2009). Con lui, che ha seguito le rotte dei migranti in Turchia, Grecia, Cipro, Israele, Egitto, Libia, Tunisia, Marocco, Sahara Occidentale, Mauritania, Mali, Senegal, Burkina Faso e Niger, abbiamo parlato d’immigrazione, alla vigilia della sua partecipazione al convegno del Coordinamento comasco per la pace. «Il nostro dato sui migranti che muoiono alle frontiere europee è approssimato per difetto – dichiara Gabriele Del Grande – : parliamo delle morti documentate dall’88 a oggi, delle quali abbiamo notizie certe riportate dalla stampa. Non esiste infatti un dato reale, “ufficiale”, di quante siano le persone che cercando di entrare in Europa, lungo tutte le frontiere, da sud e da est, hanno perso la vita». Ma esiste un problema d’integrazione: possibile guardare criticamente all’immigrazione non solo come fenomeno sociale o questione d’ordine pubblico, senza però credere che non vi sia la necessità di politiche specifiche per accogliere e capire “l’altro”? «Parli d’integrazione… – risponde Del Grande – L’immigrazione crea gli stessi problemi che creano tutti gli spostamenti di popolazione. I dati ufficiali parlano di 700mila persone che si spostano dal nord al sud dell’Italia: in questo caso non creano nessun disagio queste persone che migrano. Dunque siamo di fronte ad un problema che è creato ad arte e strumentalizzato da chi ha costruito le sue fortune elettorali su queste tematiche». La politica, dal canto suo, per l’autore di Mamadou va a morire, «crea problemi invece di risolverli, crea precarietà con permessi di soggiorno di un anno, crea clandestinità, crea quartieri ghetto…Alimenta il clima di razzismo, in una parola, anche se a livello locale esistono magari tante buone pratiche» di convivenza, accoglienza, senza discriminazioni e xenofobia di sorta.
Altro nodo di tale rappresentazione distorta del fenomeno migratorio è certamente l’informazione. «A prescindere dal tema dell’immigrazione – continua Del Grande – siamo in un paese senza informazioni, in cui si parla troppo spesso di problemi sterili, di gossip. È sparita la realtà, leggiamo giornali fatti di comunicati stampa del politico di turno, di chi alza la voce più degli altri. L’informazione, relativamente ai migranti, ha veicolato fino ad ora un messaggio che non ha basi nella realtà ma solo nella mente dei politici». Esattamente l’opposto di quanto dovrebbero fare i media: «La stampa dovrebbe raccontare la realtà e contestare i falsi esperti di turno; invece, salvo una minoranza di giornalisti che fanno un buon lavoro, c’è una generale tendenza alla superficialità».
Testimoniare la realtà, raccontare le storie (che è poi quello che fa Del Grande) delle persone che migrano e che spesso non raggiungono nemmeno la loro meta: le “storie” sono forse la chiave di volta per fare breccia anche nella percezione dei cittadini, della società civile. «Effettivamente – conclude Del Grande – , anche se su questi temi le posizioni leghiste sono trasversali, presentando i miei libri in giro per l’Italia ho riscontrato reazioni di stupore ed incredulità tra la gente (anche se ovviamente parliamo di un pubblico quanto meno sensibile al tema): rispetto alle storie, alle drammatiche, paradossali vicende dei singoli che colpiscono, in tanti si chiedono, ma come, succedono queste cose e nessuno ce l’ha mai raccontato?». Per saperne di più: http://fortresseurope.blogspot.com. [Barbara Battaglia, ecoinformazioni]

 

Mohamed Ba domenica 13 al Convegno pacifista In alto mare

L’attore senegalese Mohamed Ba, accoltellato nel 2009 a Milano, in una delle tante aggressioni di marchio razzista che si verificano quotidianamente nel nostro paese, dopo vare recitato nello spattocolo Servi giovedì 10 dicembre interverrà al Convegno In alto mare del Coordinamento comasco per la Pace anche nel pomeriggio di domenica 13 dicembre dalle 14,30 allo Spazio Gloria del circolo Arci Xanadù in via Varesina 72 a Como.

Dalla rivista Cem Mondialità  Lettera al mio aggressore

Si apre in giallo e contro gli F35 “In alto mare”

Il Coordinamento comasco per la Pace propone a tutti di partecipanti al suo XII convegno che si aprirà allo Spazio Gloria del Circolo Arci Xanadù in via Varesina 72  a Como giovedì 10 dicembre alle 21 con lo spettacolo tetrale Servi di portare un pezzo di stoffa giallo per evidenziare l’adesione alla campagna Io non sono razzista. Inoltre durante la tre giorni pacifista dedicata ai diritti dei migranti ampio spazio informativo verrà dato alla mobilitazione No F 35 della Rete italiana per il disarmo e Sbilanciamoci!

 Scarica il comunicato contro gli F35

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