Giorno: 13 Dicembre 2009

Ottocento presenze alla tre giorni “In alto mare”

 Il Coordinamento comasco per la Pace traccia un primo bilancio estremamente positivo del Convegno “In alto mare”: complessivamente più di 800 le presenze, altissimo il livello delle relazioni svolte, ampio lo sviluppo di relazioni e contatti per rafforzare la rete pacifista lariana tessuta da 40 amministrazioni comunali e da 50 associazioni.

Il Comunicato stampa diffuso a conclusione della tre giorni pacifista.

“Ci è voluto coraggio per puntare sul tema scomodo dei diritti dei migranti in un contesto culturale, territoriale e politico più propenso all’espulsione che all’accoglienza. Ci è voluto coraggio per farlo senza puntare su star televisive, ma sulla competenza e la passione di relatori e relatrici in larga parte lariani (ma nati in molte e diverse parti del globo) valorizzando, in accordo col tema, la sostanza e non l’apparenza. E ciò che si sperava è accaduto: più di 800 i partecipanti alla tre giorni pacifista, 400 gli studenti entusiasti dell’occasione fornita loro di riflettere e di partecipare alla costruzione consapevole di un nuovo mondo possibile, più di quaranta i docenti e i formatori che nella mattinata di domenica si sono confrontati sulle possibilità di realizzare un’educazione alla cittadinanza planetaria di tutte e di tutti davvero praticabile, successo pieno per gli spettacoli teatrali proposti (Servi e Sogni clandestini), interesse per molti dei film presentati nella minirassegna di Oltre lo sguardo, entusiasmo per l’intervento dei musicisti Francesco D’Auria (batteria e percussioni), Maurizio Aliffi (chitarra), Simone Mauri (clarinetto basso) e Marco Belcastro (voce, organetto e chitarra). Ma il convegno oltre che assicurare emozioni alla vista e all’udito ha saputo sensibilizzare al tema anche il gusto con l’aperitivo etnico a cura della Cooperativa Questa Generazione e di Aclichef, un momento interculturale e conviviale. Il Coordinamento condivide la soddisfazione per il positivo esito dell’iniziativa con i numerosi copromotori del Convegno: Associazione 3 Febbraio, Acli Como, Anolf Cisl, Arci Como, Aspem, Associazione del Volontariato comasco – Centro servizi per il volontariato, Associazione I bambini di Ornella, Associazione Trapeiros di Emmaus, Cgil, Cisl, Clas Cgil, Cooperativa sociale Questa generazione, Donne in nero, ecoinformazioni, Fim Cisl, Fiom Cgil, Ipsia Como, Istituto di Storia contemporanea P. A. Perretta, La Rosa Bianca, Liceo scientifico G. Terragni di Olgiate Comasco”.

Se equivocò la paloma a “In alto mare”

Nell’intervento musicale di Francesco D’Auria, Maurizio Aliffi, Simone Mauri e Marco Belcastro al Convegno del Coordinamento comasco per la Pace domenica 13 dicembre è stata eseguita anche la lirica di Rafael Alberti Se equivocò la paloma. Di seguito il testo e la traduzione in italiano.

 

Se equivocó la paloma,

 se equivocaba

por ir al norte fue al sur

creyó que el trigo era agua

creyó que el mar era el cielo

que la noche la mañana…

que las estrellas rocío

que la calor la nevada

que tu falda era su blusa

que tu corazón su casa…

ella se durmió en la orilla tù, en la cumbre de una rama.  

Si sbagliò la colomba/ si sbagliava/  per andare verso nord andò a sud/  credette che il grano fosse l’acqua/  credette che il mare fosse il cielo/  che la notte il mattino… / che le stelle rugiada/  che il caldo la nevicata/  che la sua gonna fosse la sua blusa/  che il tuo cuore la sua casa… / ella s’addormentò sulla spiaggia/  tu, nella cima d’un ramo.

In alto mare si chiude con il decalogo della convivenza

L’incontro con l’Altro, la percezione della sicurezza e i possibili modelli di convivenza sono stati tra i temi al centro dell’ultima sessione di «In alto mare», la tre giorni del Coordinamento comasco per la Pace, che si è svolta ieri, domenica 13 dicembre, allo Spazio Gloria.

Gli stranieri minano la nostra sicurezza. Almeno, così parrebbe. Ma basta considerare l’etimologia del termine «sicurezza», che deriva da «sine cura» cioè in assenza di preoccupazioni, per capire che i veri insicuri, nel nostro Paese, sono gli stranieri. A ribaltare il ragionamento e il clichè che declina l’immigrazione come un problema di ordine pubblico – ovvero di minaccia della sicurezza dei cittadini – è stata Chiara Giaccardi, docente di Sociologia della Comunicazione e di Comunicazione Interculturale all’Università cattolica di Milano, esponente dell’Associazione Eskenosen, intervenuta domenica 13 dicembre alla prima sessione della giornata conclusiva di «In alto mare», moderata da Thierno Ngaye dell’associazione 3 febbraio. Secondo la sociologa «tradurre la questione della convivenza con l’altro come una questione di sicurezza è una modalità miope e parziale, mentre dovrebbe essere una sfida. Non si tratta di «sine cura» bensì di un surplus di cura, un investimento forte che sarebbe necessario per costruire una reciprocità» tra la popolazione “autoctona” e le persone che migrano verso l’Italia.
Il tema dell’alterità è centrale nella rappresentazione sociale di ogni gruppo: per conoscere chi siamo “noi” dobbiamo forzatamente confrontarci con gli “altri”. Ed infatti «per vivere pienamente le proprie radici – ha continuato Giaccardi – bisogna forse perderle…Mentre la tendenza diffusa è quella di una polarizzazione in due “posture”: siamo globali per certi versi, soprattutto per quanto concerne i consumi e le mode, ma siamo iper radicati negli atteggiamenti difensivi». È così che può capitare che persone dalla dubbia fede cattolica diventino strenui sostenitori del crocifisso, del presepe, di ogni simbolo religioso collegato ad un’identità religiosa alla quale magari non appartengono nemmeno tanto…
Dunque «è l’alterità che ci porta alla comprensione e solo le identità ospitali sono identità libere». Socialmente, perciò, rimuovere, negare l’esistenza di tutto ciò che è lontano e diverso dal nostro gruppo conduce ad un «deficit di senso»: il tentativo di «possedere i significati, applicando un metodo idolatrico» non conduce a capire noi stessi né gli altri, e invece che rendere più sicura la società, la rende meno libera.
E di libertà ha parlato anche Grazia Villa, presidente dell’associazione nazionale La Rosa Bianca, convinta che questo concetto «non si possa rinchiudere in nessuna casa ma debba servire per volare alto». L’esperienza di Villa è quella dei tanti avvocati che accompagnano i migranti nella richiesta di una forma di tutela, che sia lo status di rifugiato, il diritto d’asilo o un permesso umanitario. È la testimonianza, commossa, di chi non sa come dire ad un immigrato che la sua domanda verrà respinta. La procedura, come ha spiegato Villa, passa infatti attraverso le commissioni territoriali sommerse di lavoro, che valutano le domande di asilo o richiesta dello status di rifugiato. L’accoglimento di tali richieste è rarissimo. A quel punto «il cittadino può fare ricorso di fronte ad un giudice che esamina la sua domanda ma è lo stesso soggetto emigrato che deve dimostrare di essere un perseguitato». Questa è infatti la conditio sine qua non per accedere alle forme di protezione previste dalle norme sovranazionali, tra le quali Villa ha citato la Convenzione di Ginevra. In realtà, in Italia avremmo uno strumento giuridico che è come «un treno ad alta velocità»: la Costituzione. L’Articolo 10, infatti, sul diritto d’asilo, introduce un ampio garantismo a favore di chi non gode dei nostri diritti.
Ma dalla Carta ad oggi, ne son passate di Bossi-Fini sotto i ponti…È per questo che «una volta respinta la domanda d’asilo, i migranti, che hanno un permesso di soggiorno provvisorio e magari hanno anche trovato un lavoro», perdono i loro diritti e «diventano rei di clandestinità». Di qui la proposta della rappresentante dell’associazione La rosa bianca: «ribaltare il tema del diritto d’asilo, parlarne non più come di una questione di tutela ma come un problema di libertà di movimento». Per Villa dovremmo «cambiare il lessico del diritto: l’allontanamento preventivo dell’alterità nega di fatto la libera circolazione degli umani, sancita da tutte le fonti giuridiche sovranazionali, inclusa la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea».
I respingimenti, invece, negano totalmente il principio della libera circolazione e sono, secondo il moderatore dell’incontro, Thierno Ngaye, un indice «di quanto questa società sia moralmente malata». E un ulteriore deterrente per i migranti, che si ripiegano su se stessi, spesso in una condizione di isolamento.
Per uscire da questo rischio di ghettizzazione ed emarginazione sociale, anche la Chiesa gioca un ruolo nella società italiana. A rappresentarla, nel corso della seconda parte del dibattito di ieri, coordinata da Emilio Botta, presidente del Coordinamento comasco per la Pace, è stato monsignor Angelo Riva, proveniente dalla diocesi di Como, docente di teologia morale. A lui il compito di riaccendere il dibattito dopo la performance dei musicisti Francesco D’Auria (batteria e percussioni), Maurizio Aliffi (chitarra), Simone Mauri (clarinetto basso) e Marco Belcastro (voce, organetto e chitarra).
Per Riva, esiste un «dovere all’accoglienza, che si esprime attraverso l’assenza di atteggiamenti razzisti e xenofobi e con il rispetto di diritti e bisogni quali la casa, il ricongiungimento famigliare, il lavoro». L’accoglienza deve essere coniugata, politicamente e normativamente, con la legalità. Oltre a questi due elementi, l’interculturalità, per monsignor Riva, comprende «l’interazione con l’altro che dovrebbe condurre all’integrazione». Un’integrazione che non sia un «melting pot, l’accostamento di culture interscambiabili e quindi relative». Quale può essere allora l’apporto dei cattolici? «La dottrina sociale della Chiesa, la sussidarietà sociale, la fratellanza» sono un bagaglio culturale innegabilmente importante a partire dal quale la società, le comunità possono attingere.
L’attore e mediatore culturale senegalese Mohamed Ba, ultimo relatore del pomeriggio di ieri, ha raccontato la sua esperienza di migrante che ha subito pochi mesi fa un accoltellamento «perché negro», a Milano, senza essere soccorso da nessuno per un’ora. Un episodio successo, come specificato da Ba, una settimana dopo che un esponente politico propose carrozze della metropolitana riservate agli immigrati e quindici giorni dopo che il premier paragonò Milano a una città africana. Come si fa allora a prepararsi all’«appuntamento con il diverso»? E’ un rapporto di dare-ricevere: dunque occorre avere in primis qualcosa da offrire all’altro. Perché «la cultura è una pentola sul fuoco senza il coperchio»: qualcosa esce, qualcosa entra.
Allora l’integrazione, l’interculturalità possono (dovrebbero?) partire dal basso. «Basta decreti per stare insieme», chiosa Ba.  È sufficiente rispettare il suo, efficacissimo, «decalogo della convivenza:
-non avere altro dio all’infuori di te,
-non nominare la nazionalità degli altri,
-onora tutte le festività (anche quelle delle altre religioni e culture),
-onora la memoria della tua città e raccontala si nuovi cittadini,
-non testimoniare sulla cultura degli altri se non la conosci abbastanza,
-non rubare la parola agli altri ed impara ad ascoltare,
-non imporre solo i tuoi valori culturali,
-non desiderare solo la tua cultura,
-non desiderare solo la cultura degli altri,
-mai uccidere le differenze culturali».

[Barbara Battaglia, ecoinformazioni]

In alto mare, le relazioni conclusive

Thierno Ngaye dell’associazione 3 febbraio ha aperto – un centinaio i partecipanti  –  l’ultima sessione della tre giorni del Cooridnamento comasco dedicata ai diritti dei migranti allo Spazio  Gloria domenica 13 dicembre alle 15. 

Si sono susseguiti gli interventi di  Chiara Giaccardi (docente di Sociologia della Comunicazione e di Comunicazione Interculturale all’Università cattolica di Milano, esponente dell’Associazione Eskenosen), dei musicisti Francesco D’Auria (batteria e percussioni), Maurizio Aliffi (chitarra), Simone Mauri (clarinetto basso) e Marco Belcastro (voce, organetto e chitarra), di Grazia Villa, presidente dell’associazione nazionale La Rosa Bianca.

L’ultima parte, coordinata da Emilio Botta, presidente del Coordinamento comasco per la Pace, presenta le relazioni di mons. Angelo Riva, docente di teologia morale, diocesi di Como e dell’attore senegalese Mohamed Ba.

Chiuderà la tre giorni pacifista il buffet aperitivo etnicoa cura della Cooperativa Questa Generazione della Acli e di Aclichef.

Educazione interculturale sfida del presente

Con l’introduzione al tema  di Celeste Grossi, vicepresidente del Coordinamento comasco per la Pace e direttrice di école,  si è aperto sabato 12 dicembre alle 10 il seminario del Convegno In alto mare allo spazio Gloria del Circolo Arci Xanadù. Il seminario partecipato da una quarantina di persone, docenti e formatori, dirigenti scolastici e animatori di iniziative di educazione alla Pace è sato condotto da Roberto Morselli, formatore e consulente, membro della redazione di Cem/Mondialità.

Chiara – nella parole del relatore – l’ipostazione dell’iniziativa: «Viviamo sempre più in una società complessa, multiculturale e multireligiosa, figlia dei processi estesi e pervasivi della globalizzazione. Le risposte, individuali e collettive, sociali e politiche, alle sollecitazioni al cambiamento sono ambivalenti: alcuni ritengono opportuno difendere le identità, ancorandole a un territorio, a una tradizione, a una lingua; altri tentano di dar vita a identità aperte, inclusive, plurali, nomadi. Alla cittadinanza di tipo nazionale, legata all’ethnos e allo jus sanguinis, si contrappone quella planetaria, agganciata alla persona, legata al demos e allo jus soli. Per vivere costruttivamente questa tensione e vincere le sfide poste dalla società multiculturale, serve un confronto alto sugli orientamenti di politica educativa, che non riguardi solo gli operatori della scuola ma tutti coloro che hanno a cuore le sorti dell’educazione oggi».

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