I profughi dal Nord Africa a Como

Un grande sforzo per l’accoglienza, ma cosa sarà di loro quando finiranno i fondi per l’emergenza?

 A un anno dall’emergenza scatenata dalla Primavera araba le Acli e la Caritas comasche hanno fatto, mercoledì 19 aprile, il punto sullo stato dell’accoglienza dei profughi dal Nord Africa.

Su 22mila profughi, 3mila sono stati accolti in Lombardia, e circa 200 in provincia di Como. Di questi 67, ora scesi a 62, sono stati presi in carico da Caritas e Acli e redistribuite sul territorio. «Un’emergenza importante – ha dichiarato la presidente delle Acli comasche Luisa Seveso – anche se con numeri considerevoli, ma non così grandi come ci saremmo aspettati».

Ente ospitante Numero tot ospiti Numero attuale ospiti
Padri comboniani, Rebbio-Como

15

14

Parrocchia di Rebbio-Como

14

13

Parrocchia di S. Bartolomeo-Como

9

8

Parrocchia di Olgiate Comasco

4

4

Parrocchia di Uggiate Trevano

8

8

Casa albergo Acli di Camerlata-Como

8

7

Casa della giovane di Ponte Chiasso-Como

3

2

Cof di Montano Lucino

6

6

Totale

67

62

Un approccio, quello dell’inserimento in piccole comunità sul territorio, «più attento alle esigenze e ai bisogni delle persone» ha spiegato il coordinatore profughi Acli-Caritas Marco Servettini.

Per quanto riguarda la provenienza si tratta di due ondate differenti per tempistiche e provenienza, dopo la prima ondata di tunisini nell’aprile 2011, con lo scoppio della guerra in Libia sono arrivati i lavoratori immigrati in Libia dall’Africa sub-sahariana e dall’Asia in fuga dal conflitto e nessun libico.

La comunità straniera più rappresentata è quella nigeriana, seguita da quella pachistana e eritrea.

Provenienza per paese e continente

Africa Ciad 2 3,2% 47 75,8%
Costa d’Avorio 2 3,2%
Eritrea 6 9,7%
Gambia 1 1,6%
Ghana 4 6,5%
Niger 3 4,8%
Nigeria 21 32,3%
Sudan 5 8,1%
Tunisia 4 6,5%
Asia Afganistan 1 1,6% 15 24,2%
Pakistan 14 22,6%

Per accogliere i profughi del conflitto nell’ex colonia italiana il Governo interviene con un contributo di 40-45 euro a persona; 40 per vitto e alloggio e 5 per spese di integrazione come ad esempio corsi di italiano. «L’obiettivo è di non fare solo un’accoglienza di primo livello, un tetto e un pasto caldo, ma dare anche degli strumenti per il futuro con percorsi formativi» ha chiarito Seveso ricordando il coinvolgimento in alcuni progetti anche dei profughi non direttamente assegnati alle Acli e alla Caritas.

Progetti di formazione e di tirocinio, come corsi di giardinaggio e per collaboratori domestici, con anche borse lavoro, che possono essere sviluppati anche grazie a qualche risparmio sul vitto e alloggio effettuato grazie alla solidarietà delle parrocchie ospitanti.

«I lavori socialmente utili sono una possibilità non sfruttata adeguatamente» ha precisato la presidente delle Acli che ha però ricordato l’esempio positivo del Comune di Uggiate Trevano.

Una accoglienza che ha sinora silenziosamente funzionato: «L’invisibilità è bella vuol dire che le persone si sono integrate – ha detto il direttore della Caritas comasca Roberto Bernasconi –  non hanno dato occasione di disagio, ma che l’invisibilità non voglia voler dire accantonare il problema».

Solo da alcuni settori sono nate «grosse resistenze, ma posso ricordare il numero dei volontari, delle parrocchie, di quanti hanno avuto il coraggio di aprire le porte delle loro case all’accoglienza» ha precisato Bernasconi.

Un lavoro svolto in comune, fra enti, parrocchie, istituzioni che ha permesso di liberare energie nuove e collaborazioni inaspettate «è anche grazie a questa esperienza – ha sottolineato il direttore della Caritas – che si è potuto fare il tendone a S. Abbondio quest’inverno» per poter ospitare i senza tetto al riparo dal freddo più intenso.

Ma il problema più urgente è dato proprio dalle prospettive per il futuro la maggior parte dei profughi non ha le caratteristiche per rientrare nei parametri per il rilascio di un permesso di asilo, per motivi politici, umanitari o di protezione.

Mentre per i tunisini il Governo ha dato un permesso per motivi umanitari per i “libici” si stanno valutando le singole domande e nel Comasco il 60 per cento sono state respinte e sono in corso i ricorsi. «Un ragazzo afgano ha ottenuto un permesso (PSE) per motivi di asilo politico (5 anni), due uomini del Ciad ed uno della Costa d’Avorio hanno ottenuto un PSE per protezione sussidiaria (3 anni) e 14 tra uomini, donne e bambini di origine nigeriana, eritrea e pakistana hanno ottenuto un PSE per motivi umanitari (1 anno)». Solo una ragazza nigeriana ha scelto il rimpatrio volontario.

«La legge sull’asilo non è adeguata e non contempla tutte le casistiche contemplabili» ha spiegato la presidente della Acli.

I ricorsi si protrarranno indicativamente almeno per un anno e mezzo ha dichiarato uno degli avvocati che stanno seguendo i procedimenti Antonio Lamarucciola: «Hanno ottenuto il gratuito patrocinio, e si sta seguendo una procedura sommaria che è più veloce, ma il Tribunale di Milano a cui si fa riferimento non ha traduttori e tutti i ricorsi dopo la prima udienza sono stati rinviati a dopo l’estate».

Nel mentre con la fine dell’anno (il 31 dicembre 2012) termineranno i fondi per l’accoglienza e non si sa cosa sarà dei profughi, in attesa dell’esito del ricorso, che potrebbero cadere nella clandestinità. Contributi che ad oggi hanno coperto le spese di Acli e Caritas solo fino all’ottobre dell’anno scorso, ma  alcuni enti pubblici, come il Comune di Como, sono ancora in attesa di ricevere soldi.

Il capoluogo comasco oltre a gestire l’emergenza ha una convenzione con la prefettura per l’accoglienza di 25 richiedenti asilo nella struttura di Prestino. «Un centro dotato di diverse professionalità – ha precisato Franca Gualdoni, responsabile dei servizi sociali del Comune di Como – oltre all’assistenza, due insegnati di lingua italiana, un legale per aiutare nel far domanda per i permessi e seguirne l’iter, uno psicologo, mediatori linguistici e culturali e un medico». In totale 95 persone sono ospitate nel centro di prestino a cui vanno aggiunti 22 minori nel Centro “Puzzle” di Tavernola.

E per il capoluogo comasco quello dei minori è un problema serio dato l’aumento degli affidi da parte del Tribunale saliti dai 20 del 2010 ai 51 del 2011 e le difficoltà per aiutarne l’inserimento, con un percorso di formazione, individuazione di un’attività lavorativa e di un’abitazione: «ultimamente abbiamo difficoltà anche a trovare chi li accolga con borse lavoro che per le aziende sono praticamente a costo zero». Per i minori sono arrivati fondi per i primi 100 giorni del 2011 grazie ad un progetto dell’Anci, ma ora sono totalmente a carico dell’Amministrazione.

Una situazione critica che vede scontrarsi differenti situazioni di disagio in un momento in cui i cordoni della borsa per il sostegno al welfare si stanno sempre più chiudendo e mettono in difficoltà amministrazioni e operatori del volontariato sociale. [Michele Donegana, ecoinformazioni]

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