Un’esperienza formativa e di lotta contro il qualunquismo

libera__L’11 dicembre si trasferiscono da Palermo all’aula bunker di Milano le udienze del processo Stato-mafia. Il pentito Giovanni Brusca, esecutore della strage di Capaci, testimonia con le sue lucide dichiarazioni la collusione della mafia con tutti gli ambiti della società. Alcuni giovani di Libera hanno assistito alla prima giornata, giovedì il processo è proseguito e l’udienza di venerdì 13 è saltata.

Al processo dove Denise Cosco accusava suo padre dell’omicidio della madre Lea Garofalo, i parenti erano in aula a fare un vero e proprio tifo per gli imputati. Per la ragazza diciannovenne è stato fondamentale l’apporto dei giovani di Libera Milano, sempre presenti, in ossimoro, in aula. I ragazzi hanno anche sensibilizzato sui possibili ostacoli per procedere le udienze e alla fine hanno avuto giustizia con Denise. Al processo Stato-mafia non c’erano mafiosi che guardavano storto l’accusa, tutto ciò che remava contro era fuori dall’aula. Ispirati dal ruolo della società civile nel processo Lea Garofalo, i ragazzi e le ragazze di Libera hanno voluto esserci, per fortuna con quaranta persone.

Libera si è costituita parte civile in questo processo, che vuole provare l’esistenza di una trattativa tra l’organizzazione mafiosa e lo Stato. Il tutto vede coinvolti e citati personaggi come Marcello Dell’Utri, Salvo Lima, Giulio Andreotti, Salvatore Riina (padrino di battesimo in cosa nostra di Brusca), Bernardo Provenzano, Vito Ciancimino e molti altri. Fa sorridere amaramente sentire sempre gli stessi nomi, ma colpisce la calma di Giovanni Brusca, che parla quasi distaccato di crimini e omicidi commessi. Il testimone, colui che fece saltare in aria Giovanni Falcone e la sua scorta, si commuove solo parlando del suo incontro con Rita Borsellino, sorella di Paolo.

In un periodo in cui è molto più semplice urlare che informarsi, alcuni giovani e meno giovani si sono fermati un momento. Ma non per qualunquismo, non perché pilotati dall’alto, nemmeno per arrendevolezza. Tutt’altro: per presidiare insieme ai magistrati le libertà di tutti. Intendiamoci, non in prima persona, ma non facendo sentire soli uomini come il giudice Nino Di Matteo, condannato a morte dal boss Totò Riina. Tanti un po’ controcorrente preferiscono essere il bastone su cui si appoggia un vivo, più che coloro che costruiscono la statua di un morto. Tra alcune persone delle Agende rosse e della società civile in generale, prendono posto anche tre ragazzi di Libera Como. Alcuni ragazzi, come il sottoscritto, e altri del presidio di Libera Milano e della zona si sono seduti per terra a prendere appunti. Sono i superstiti del freddo, che non ha congelato gli animi nell’attesa durata più di tre ore. Per delle mancate disposizioni, dalle 9 alle 11 coloro che volevano assistere e molti addetti stampa hanno atteso fuori dall’aula, poi dopo rapide perquisizioni si è potuto prendere posto. I più fortunati sulle poche sedie, molti in piedi, altri per terra, tutti in silenzio. Potrà deludere chi è alla ricerca di protagonismi, ma è il tentativo di essere una piccola parte della soluzione ai mali dei giorni nostri.

La violenza, le prevaricazioni, il qualunquismo non fanno sentire soli i mafiosi, ma la partecipazione e l’informarsi non fanno sentire soli i magistrati; non fanno sentire soli coloro che lottano per cambiare la società. [Stefano Zanella,  ecoinformazioni]

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