Arci/ Sabir a Lampedusa

PrintSi svolgerà a Lampedusa dall’1 al 5 ottobre Sabir il Festival diffuso delle culture del Mediterraneo. Leggi l’introduzione Sabir a Lampedusa, periferia dell’Occidente di Ascanio Celestini.  Guarda il video.

Vorrei parlare di un festival. Lo stiamo organizzando a Lampedusa. Saremo lì dal primo al 5 ottobre a fare spettacoli con attori e cantanti e incontri con scrittori.

Per parlare di questo progetto devo iniziare dal nome, Sabir, che era una lingua parlata dai marinai nei porti del Mediterraneo.

Una lingua comune fatta di parole che provenivano da molte sponde. Non la lingua di una nazione, tutelata dallo stato e codificata dalla grammatica e dal vocabolario. Non un oggetto sacro per accademici, ma un attrezzo come la pialla o la vanga.

Me l’ha proposto Filippo Miraglia dell’Arci di pensare questo festival. Per capire come poteva essere siamo andati a Lampedusa. È stato un anno fa. Lì ho conosciuto Giusi Nicolini. Un po’ di tempo prima avevo letto una sua lettera sui giornali. Si presentava come il nuovo Sindaco delle isole di Lampedusa e di Linosa.

«Eletta a maggio, al 3 di novembre mi sono stati consegnati già 21 cadaveri di persone annegate (…) Per Lampedusa è un enorme fardello di dolore. Abbiamo dovuto chiedere aiuto attraverso la Prefettura ai Sindaci della provincia per poter dare una dignitosa sepoltura alle ultime 11 salme, perché il Comune non aveva più loculi disponibili. Ne faremo altri, ma rivolgo a tutti una domanda: quanto deve essere grande il cimitero della mia isola?»

Io l’ho visto il cimitero di quel paese. Ci sono le croci senza nome, quelle con un’identità recuperata a fatica, ma anche i tanti fantasmi che hanno aspettato nelle celle frigorifere requisite per non far disfare i corpi, e poi quelli disfatti e quelli definitivamente sommersi. Ma di quei morti si parla tanto. Spesso a sproposito, però se ne parla. Chi è interessato a quella storia ha tutti i mezzi per comprenderla. Chi non è interessato non ha bisogno del teatro o della musica che glielo racconti. Allora come dobbiamo pensarlo questo festival?

Giusi lo ha detto chiaramente il 20 luglio di quest’anno, nel giorno in cui le veniva assegnato il premio Trabucchi alla Passione Civile. Ha detto che ogni giorno le scoppia una fogna, ogni giorno cerca di risolvere l’emergenza per l’acqua potabile, che Lampedusa è soprattutto una periferia e che i problemi con i migranti, evidenti nelle cronache, vanno di pari passo con quelli che hanno i cittadini occidentali dell’isola. Problemi che hanno tutti i giorni senza che il telegiornale o i blog di tendenza ne parlino. Che insomma nelle periferie si condivide lo stesso destino, la stessa perifericità, lo stesso mondo che finisce e ricomincia.

Allora andiamo a Lampedusa come si va in una borgata. Ci andiamo per capire come funziona e cosa serve, non per raccontare come va il mondo, ma per farci raccontare dai lampedusani com’è il loro mondo. Per questo ci sarà anche un laboratorio dal 21 al 30 settembre. Lo farò io con Veronica Cruciani, Pietro Floridia e la compagnia dei Cantieri Meticci. Faremo interviste su quel grande contenitore di storie quotidiane che contiene anche la tragedia degli immigrati, ma che te la fa comprendere solo se rimetti insieme tutti i pezzi.

Faccio un po’ di esempi. Giacomo Sferlazzo del collettivo Askavusa mi racconta che quando era ragazzino Lampedusa non era disegnata sulle carte geografiche appese nelle aule delle scuole italiane. Gli alunni chiedevano alla maestra dove fosse la loro isola e lei indicava un punto sul muro a pochi centimetri dopo la fine della mappa. È entrata a farne parte dopo gli sbarchi e i morti. Gente scappata per speranza e disperazione, spesso affogata col proprio nome ed entrata nella cronaca in forma di numero.

Una sera incontro un ragazzo al bar e mi dice che se li ricorda i morti del 3 ottobre scorso «ma non è il primo dei miei pensieri. Le strade sono scassate e se mi rompo una gamba non c’è manco l’ospedale».

Eppure a Lampedusa c’è una natalità più alta rispetto alla media nazionale. Nascono tanti bambini, ma non sull’isola.

Le famiglie si organizzano per farli nascere in altre città. A Palermo o a Napoli, ma se hanno parenti in Germania o in Svezia voleranno in quei paesi.

Per chi prende un aereo e lascia l’isola qualsiasi posto è più o meno lontano alla stessa maniera.

Dunque Lampedusa non è solo una periferia della Sicilia o dell’Italia, ma dell’occidente.

Lo è per quelli che la raggiungono coi barconi dai paesi poveri, ma lo è anche per quelli che ci vivono.

Ecco! Allora andiamo a Lampedusa con Sabir per rimettere insieme i pezzi che la comunicazione forsennata non può ricomporre. Per raccontare che certe storie sembrano lontane e invece somigliano a quelle che viviamo quotidianamente, che sono impastate con la stessa farina e con lo stesso sangue. Con la stessa miseria e la stessa dignità. E quei disgraziati che leggiamo sul giornale siamo noi perché potremmo esserlo, perché lo siamo in piccolo, perché potremmo diventarlo, perché quelle storie ci appartengono non perché ci vengono raccontate, ma perché in forme appena differenti accadono davanti ai nostri occhi, in casa nostra, fra le nostre braccia.

E, dunque, come scrive Giusi «allora io voglio ricevere i telegrammi di condoglianze dopo ogni annegato che mi viene consegnato. Come se avesse la pelle bianca, come se fosse un figlio nostro annegato durante una vacanza».[Ascanio Celestini] Info http://www.festivalsabirlampedusa.it

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