Senza perdere la tenerezza

cabrera foto 2Venerdì 22 aprile alle 21, alla sala consiliare di Bulgarograsso, si è tenuto un incontro, organizzato da Arci Guernica, Anpi sezione di Como e Istituto di storia contemporanea P.A. Perretta con César Cabrera, profugo cileno espulso in Romania durante la dittatura di Pinochet, successivamente accolto in Svizzera come rifugiato. La serata, introdotta da Nicola Tirapelle dell’Anpi è stata coordinata da Fabio Cani dell’Istituto Perretta ed ha ottenuto il patrocinio del Comune di Bulgarograsso (nonostante nessuno dell’amministrazione fosse presente).

La voce di Cabrera è quella di un ex rappresentante del governo di Salvadòr Allende nella zona carbonifera di Lota, ma prima ancora quella di un uomo, che non ha mai cabrera foto 1smesso di praticare la rivoluzione con la sua voglia di vivere. I posti sono quasi tutti occupati, l’atmosfera è dell’intimità adatta, quella che fa sembrare il tutto una conversazione con il proprio nonno partigiano. Non è un immagine viziata dalla mia prospettiva, quella di chi può cogliere ed emozionarsi con gli spagnolismi della narrazione di Cabrera, e spero vivamente non sia percepito come uno svilire una pagina di storia ispirante e al contempo drammatica. Quello che voglio passare è tutt’altro: è stato un tentativo di fondamentale importanza riuscito, unire persone e lotte, proprio dove queste tendono a sopirsi.

César Cabrera era un professore di educazione fisica, membro del partito socialista cileno. In un periodo in cui un embargo più feroce di quello inflitto a Cuba cercava di minare la rivoluzione, il primo presidente marxista democraticamente eletto della storia poteva contare su veri compagni, che rispondevano sì alle necessità del partito (e quindi della gente). «Porquè la politica era amore, non come oggi, un mestiere». L’errore del presidente Allende fu quello di aver confidato nell’esercito come forza democratica, mentre è sempre stato il braccio armato della borghesia. Lo sconcerto del palazzo della Moneda bombardato, il golpe del generale Pinochet appoggiato dagli Stati Uniti, l’undici settembre settantatré, svegliarono la nazione da un sogno complesso e meraviglioso. Il presidente era morto, ma l’orrore era appena iniziato. Fu detto ai socialisti che il governo rovesciato era quello dei comunisti, e che loro potevano tranquillamente recarsi ai posti di lavoro.
Cabrera si presentò in aula come ogni giorno, ma la sua lezione fu interrotta dai militari: lo costrinsero a togliersi i vestiti e lo spinsero in strada minacciandolo con le armi, mentre cercava di tranquillizzare gli studenti terrorizzati. Non capivano cosa stava succedendo al loro docente preferito: «Non me ne vogliano i professori di inglese, ma gli studenti si affezionano sempre di più a noi!». Mentre racconta scherza, ed è incredibile come subito dopo giustapponga la narrazione delle torture, subite nel successivo anno e mezzo di prigionia. Il sottomarino (l’essere legati per i piedi ad una gru e calati a tesa in giù nel mare); uomini incappucciati con targhette con nomi di animali, che mentre ti pestavano ti obbligavano a partecipare ad un perverso gioco di ruoli; l’elettroshock. Poi ti facevano passare l’ammoniaca sotto il naso quando il tuo corpo diceva basta, quando svenivi, per chiederti ancora del “plan Z” (un piano inventato che comporterebbe il genocidio della borghesia), o dove sono nascosti i dirigenti. Ammette che tutto questo è continuato ancora a lungo nei suoi incubi; solo il matrimonio ha diradato le nubi, Cesar Cabrera- espulisionementre il suo corpo ne porta i segni indelebili.
Liberato su condizione (avrebbe dovuto organizzare uno spettacolo sportivo per Pinochet, e firmare quotidianamente in questura), la sua storia si colora di straordinario. Tre anni nascosto in un seminario, la prospettiva di una fuga attraverso le Ande, disseminate delle croci di chi non ce l’aveva fatta, e poi (fisicamente) il salto più importante della sua vita, quello del muro dell’ambasciata italiana, eludendo le pallottole. Tutto questo per restare umani, perché ritornino i giorni liberi, per «voler vedere l’uomo nuovo, senza volto, l’uomo socialista». Non smetterà mai di ringraziare l’ambasciata italiana, che in Cile come in Argentina ha saputo dare lezioni di solidarietà internazionale durante la dittatura, oggi dimenticate.
Viene inviato in Romania, dove critica fortemente il falso socialismo di Nicolae Ceaușescu, a costo dei richiami del partito e di soffrire la fame, vero e proprio topos di buona parte della sua giovinezza. Ma «quando uno è giovane non gli importa di rischiare la vita», o forse gli importa troppo una vita degna, per ottenere la quale non si debba perdere la tenerezza. In questo momento dell’incontro infatti entrano in sala due vigili, e interrompono il tutto per un qui pro quo sull’inserimento dell’antifurto della sala: «Ovunque vada, la polizia non smette mai di accompagnarmi!». Altre risate, che si amalgamano con gli spagnolismi, ed un racconto incredibile che afferra il piccolo comune di una piccola provincia, per gettarlo nel mondo, nel centro della sua storia.
Gli studi su Marx e Lenin, sulla psicologia del movimento operaio. Un periodo in Russia, a Cuba per prepararsi a lottare in Nicaragua, e poi ancora Romania, Germania, e infine Svizzera. Qui il lavoro duro riporta a galla i colpi delle torture, ma sarà tra le corsie dell’ospedale che conoscerà Daniela, una radiologa appassionata di Inti Illimani. Il primo appuntamento è davanti ad un rene esploso. I successivi saranno con la famiglia ticinese, che non si capacita di come si possa arrivare scapoli a quarant’anni, e paleseranno le differenze culturali: «Dopo quattro mesi mi chiese di sposarla, io, che avevo sempre creduto nell’amore libero!».

Ora César Cabrera vive con sua moglie in Svizzera. Rimise piede in Cile per la prima volta nell’89’, durante l’ultimo anno di una dittatura agonizzante. Ritornava in un paese dove c’era il coprifuoco, dove non si poteva passeggiare per strada in gruppo. Non era più del tutto la sua terra, anche se non è un giudizio viziato dalla paura; quella dice di non sapere più cosa sia, da quando il regime ammazzò suo padre. È la rabbia verso un sogno tradito, verso l’influenza mantenuta ancora oggi dai fantocci di regime. La forza di svolgere per l’ennesima volta la matassa della sua storia ne è testimone: non ha mai smesso di lottare. Ogni due anni circa ripete questo viaggio, con le speranze volte ai movimenti studenteschi, testimonianza preziosa che «in America Latina la politica si vive, non si analizza solo, come qui».
A pochi minuti da Como, nel tranquillo cantone confinante con l’Italia c’è un uomo, che aspetta di essere nel suo paese per intrufolarsi in fondo ad un corteo, a gridare «el pueblo unido jamàs serà vencido!».

Senza perdere la tenerezza. Come nel fotomontaggio fatto da suo figlio mostrato a fine incontro, dopo le conclusioni di Fabio Cani, in cui appaiono tre personaggi barbuti: lui, Fidèl Castro (realmente conosciuto) e Che Guevara. Come il titolo di una grande biografia di Ignacio Paco Taibo II sul rivoluzionario argentino. Quella tenerezza dei versi scritti da Pablo Milanés in Io calpesterò le strade nuovamente, che cantati con il trasporto di un latino, probabilmente, desterebbero l’indignazione di qualche vicino svizzero: «Più presto che tardi senza riposo, torneranno i libri e le canzoni, che bruciarono le mani assassine, rinascerà il mio popolo dalle sue rovine, e pagheranno la loro colpa i traditori (…), io calpesterò le strade nuovamente, di quella che fu Santiago insanguinata, e in una meravigliosa piazza liberata, mi fermerò a piangere per gli assenti». Buona festa della liberazione. [Stefano Zanella, ecoinformazioni]

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: