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Diritti/ Vittorio Nessi: «La buona politica si occupi della marginalità». Locatelli: «Impensabili più strutture per richiedenti asilo»

ConsCom-2016-04-09-MR01

La destra non si smentisce: i diritti umani non interessano al governo della città. Il Consiglio comunale di Como di lunedì 9 aprile ha visto la partecipazione di una ventina di volontari/e e simpatizzanti di Como accoglie,  decisi a non lasciar cadere la questione dell’assistenza ai senzatetto, “esiliati” dalla città murata, privati – con la fine dichiarata di Emergenza freddo, lo scorso 2 aprile – di una delle già poche strutture di accoglienza loro rivolte nella sede del Centro socio-pastorale Cardinal Ferrari, lasciati da allora senza un’alternativa e quasi, si direbbe, senza alcuna possibilità.


Vittorio Nessi, capogruppo di  Svolta Civica, apre la seduta leggendo una dichiarazione che fa riferimento alla lettera aperta firmata dai volontari di Como accoglie lo scorso martedì 27 marzo, con la quale essi chiedevano  al sindaco, Mario Landriscina, di prendere provvedimenti per colmare il vuoto di accoglienza che si sarebbe andato ad allargare dopo il 2 aprile e poi, nuovamente, dopo la fine del mese, quando anche i tendoni che ancora accolgono una cinquantina di persone senza dimora nel cortile del “Cardinal Ferrari” saranno smantellati. Leggi la lettera di Como accoglie.

Che mantenere la disponibilità di alloggi in difetto – in un difetto sempre maggiore – non risolva né prevenga i problemi di nessuno, residenti, turisti o senzatetto, è piuttosto evidente sul piano logico e su quello pratico.  Al di là delle buone intenzioni, infatti, un intervento temporaneo e restrittivo da parte delle istituzioni non fa che esacerbare le tensioni di chi già soffre di condizioni di grave e strutturale marginalità, peraltro aumentando il rischio di derive verso comportamenti (crimine, abuso di alcool e droghe, violenza) in qualche modo “molesti” nei confronti del decoro (inteso in senso più estetico che etico).
Non si parla di soli stranieri, semmai si volesse politicizzare tale discrimine a vantaggio dei cittadini italiani (o a svantaggio dei non italiani) , Né si tratta di fisica mancanza di alloggi sul territorio comunale, foss’anche “straordinari”, dal momento che perfino il campo di via Regina dispone di posti vacanti, che però non vanno a tamponare un deficit che a Como colpisce un centinaio di persone a oggi, numero che  – si diceva – tenderà ad aumentare anziché a calare, fintantoché non si interverrà in senso opposto. Che la marginalità sia un dato strutturale dei nostri tempi, certo non solo a Como, lo dicono i numeri: secondo il terzo censimento dei senza dimora a Milano, effettuato dalla fondazione Rodolfo Debenedetti (con la collaborazione del Comune e dell’Università Bocconi) e riportato da Ansa proprio il 9 aprile, nel capoluogo lombardo vivono 2600 senzatetto, 587 dei quali (sic) sono stati individuati per strada. Praticamente un paese senza case.

Come puntualizzato da Nessi, la buona politica ha il dovere di intervenire per risolvere un problema di tale portata. Molto ha fatto il volontariato comasco per fornire assistenza a senzatetto, migranti e altri soggetti in qualche modo “svantaggiati” sul territorio, e di questo le istituzioni non possono non prendere atto. Non è però pensabile sostituire la buona volontà alla buona politica, come continuano a sottolineare gli stessi volontari, che si trovano a fronteggiare un problema troppo grande, troppo complesso, troppo radicato, con troppe poche risorse umane ed economiche. Di nuovo: non si tratta di “soldi che non ci sono”, come ricorda, indirettamente, il consigliere Alessandro Rapinese, lamentando la spesa comunale di novantamila euro per rimettere a posto gli orologi della città. Si tratta, una volta di più, di priorità decisamente divergenti, che a parole antepongono agli stranieri gli italiani (per inciso: in sede consiliare, emerge esplicitamente la diffidenza della vicesindaca verso l’Islam) e, nei fatti, gli orologi alle persone.

La richiesta d’aiuto formulata dai volontari e presentata da Vittorio Nessi è chiara, ma certamente  – al netto di un’urgenza sempre più pressante – non costituisce una novità.  Altrettanto “già sentita”, comunque, suona la risposta di Alessandra Locatelli, vicesindaca e assessora ai servizi sociali. Riconosciuta la “preziosa collaborazione” avviata con enti e associazioni per contrastare la grave marginalità sul territorio comasco e la complessità del problema dei senza dimora. Complessità che però, a quanto pare, è destinata a restare in gran parte irrisolta dal Comune, che prendendo atto del posizionamento di Como come città di frontiera, è deciso a mantenere il numerus clausus dei posti rivolti all’accoglienza, per scongiurare l’affluenza in città di ulteriori migranti che tentano di attraversare il confine, dando espressa priorità ai “nostri cittadini”. In sintesi: «Non è pensabile destinare altre strutture ai richiedenti asilo».

«Le politiche sociali del Comune – prosegue la vicesindaca, assessora e deputata –  devono occuparsi delle esigenze dei cittadini più fragili». “Cittadini”, non “persone”.  Cittadini fragili  – e non sono pochi – che ancora aspettano gli alloggi e i corsi di avviamento all’autonomia a cui Alessandra Locatelli fa riferimento. Non sono gli unici ad aspettare, beninteso: le criticità sollevate dal macro-fenomeno “marginalità”  – da chi ne è colpito, e da chi interviene per risolverle – sono e restano tante, sempre più condivise e sempre più gravi, eppure sempre più inascoltate dalle autorità. Delle due, l’una:  aspettare che il Comune intervenga a fianco dei volontari (e non contro di loro) per risolvere organicamente il problema in ogni suo aspetto; oppure aspettare che le tensioni raggiungano un punto di non ritorno, compromettendo diritti, sicurezza, credibilità politica della città. [Alida Franchi, ecoinformazioni – foto di Fabio Cani, ecoinformazioni]

Già on line sul canale di ecoinformazioni i video di Alida Franchi del Consiglio comunale.

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