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Maurizio Landini: «L’idea che lasciar fare al mercato, che la competizione risolva tutto, credo sia un danno»

In occasione dell’Assemblea generale della Cgil di Como, al Salone Lissi di Como il 26 aprile, abbiamo incontrato Maurizio Landini, già segretario generale della Fiom e oggi membro della segreteria nazionale Cgil, al quale abbiamo rivolto qualche domanda.

In un territorio di frontiera come il Comasco dove fascismo e razzismo sono uniti e si sono manifestati in modo evidente, come nel caso dell’aggressione all’assemblea di Como senza frontiere, la Cgil come pensa di far fronte a questo tipo di problematica che è sempre più forte sul posto di lavoro?

Io credo che bisogna andare all’origine di questi fenomeni; credo che quando aumenta la sofferenza, quando aumenta la precarietà, quando aumenta il disagio, quando la gente si sente da sola e ha paura di perdere il posto è lì che bisogna agire per ricostruire una cultura della solidarietà e dell’accoglienza. Per questo io credo che bisogna cambiare le leggi sbagliate che sono state fatte in questi anni da parte del governo, a partire da una riduzione della precarietà e da una riaffermazione dei valori della nostra Carta Costituzionale dove il lavoro è quel diritto che permette alle persone di non avere paura, di essere libere, di vivere dignitosamente e creare da lì le condizioni per la solidarietà. Poi naturalmente bisogna agire, discutere, mettere in campo delle azioni per non perdere la memoria dato che un’altra operazione culturale che sta avanzando e che va combattuta è quella di dipingere in modo diverso il fascismo da quello che è sempre stato. Il fascismo è quello che ci ha portato alla guerra, che ha fatto le leggi razziali, che ha usato la dittatura per ridurre i diritti anche di chi lavorava. In questo senso io credo che il punto di fondo sia l’attuazione della Costituzione.

In un momento storico come il nostro, dove i diritti si stanno progressivamente perdendo e dove i sindacati hanno un ruolo importante nella loro tutela, che azioni bisogna portare avanti per riuscire a difendere questi diritti, sopratutto nel lavoro?

Su un piano legislativo e insisto su questo bisogna cambiare le leggi che sono state fatte. Non a caso noi come Cgil abbiamo raccolto un milione di firme e depositato in Parlamento una buona legge sul lavoro che non cancella solo il Jobs Act ma chiede di riscrivere tutto il diritto del lavoro a partire dalla legge Treu del ’97 a venire e la novità che noi poniamo e che è anche un cambiamento per il sindacato è che i diritti e le tutele debbano essere date a tutte le persone che lavorano, non solo al rapporto di lavoro a tempo indeterminato ma anche a chi fa un lavoro autonomo, partite Iva ecc.. e quindi ci vuole un nuovo quadro legislativo che affermi con chiarezza questo punto di fondo, ossia che al centro c’è la persona che lavora che deve avere diritti, questa è la condizione perché possa fare bene il proprio lavoro. Allo stesso tempo vorrei ricordare che ci sono anche altre cose che sono sbagliate legislativamente: se pensiamo ad esempio alla questione delle pensioni, che sta determinando non solo che le persone non vadano più pensione ma che addirittura chi inizia a lavorare oggi rischi la possibilità in futuro di averne una. Questo rischia anche di far perdere anche il senso della solidarietà e dell’esistenza dello stato sociale. Così come ci sono altre leggi molto sbagliate, perché se penso alle vicende legate alla paura, alla questione dei migranti credo che sia necessario iniziare a raccontarle per quello che sono: in questi anni sono più gli italiani giovani che sono dovuti andare all’estero a lavorare che non stranieri che soni venuti nel nostro Paese, quindi bisognerebbe capire che la causa della mancanza di lavoro e dei problemi non è qualcuno che ha un colore diverso, il problema è che non sono stati fatti gli investimenti, il problema è che molte volte gli imprenditori italiani invece che fare investimenti da noi li fanno all’estero. Se andiamo a vedere le delocalizzazioni sono di più le imprese di imprenditori italiani che hanno delocalizzato all’estero che non multinazionali che hanno delocalizzato all’estero. Qui c’è il problema di far ripartire gli investimenti, la sicurezza la crei se riparti dalle fondamenta e c’è bisogno di un intervento pubblico, c’è bisogno di ricreare la cultura che in questi anni è stata fermata. L’idea che lasciar fare al mercato, che la competizione risolva tutto, credo sia un danno culturale che va messo in discussione.

Dato che parlava di basi, di ricostruire fondamenta, negli ultimi anni la base della Cgil ha dimostrato di avere un orientamento politico non precisamente determinato: negli anni passati una parte della base ha votato Lega, oggi una buona parte ha votato Movimento 5 Stelle. In un periodo di confusione politica come questo cosa può fare la Cgil per orientare i propri iscritti verso una Sinistra costituzionale, verso i propri principi fondamentali?

Credo che la Cgil debba fare il suo mestiere, anzi aumentare l’autonomia con il quale lo fa. Faccio alcuni esempi: quando c’è stato da difendere la Costituzione l’abbiamo difesa sia quando la voleva cambiare Berlusconi sia quando la voleva cambiare Renzi, abbiamo dimostrato di avere una coerenza e dei valori precisi. Quando è stata l’ora noi ci siamo contrapposti al governo Monti, al governo Letta, al governo Renzi quando ha voluto fare leggi sbagliate, dal Jobs Act alla riforma Fornero alla legge sulla scuola. Noi da questo punto di vista abbiamo riaffermato un’idea di società in cui i diritti della persona e lo stato sociale abbiano un fondamento. Che oggi stia succedendo un terremoto politico è sotto gli occhi di tutti, è un problema che come sindacato dobbiamo affrontare ma è soprattutto un problema di chi fa politica. Se negli ultimi venti anni hai venti milioni di persone che cambiano voto non è un problema del sindacato e si è determinata una rottura nella rappresentanza politica del lavoro. Noi abbiamo fatto uno studio proprio negli ultimi giorni e le posso dare dei dati molto precisi: il 35% degli iscritti Cgil ha votato per il PD, il 33% ha votato per i 5 Stelle, l’11% ha votato per LeU e il 10% ha votato per la Lega. Tutte queste persone continuano ad essere iscritte alla Cgil, non hanno pensato di non essere iscritte alla Cgil. E’ indubbio che di questo cambiamento politico debba parlare innanzitutto la politica, io banalizzo ma se chi governa per cinque anni dimezza i voti forse non è che la gente non ha capito, è che forse non sono d’accordo. Bisogna farsi delle domande se in dieci anni un movimento che non esisteva oggi è quello che ha preso più voti e che addirittura si candida a governare il Paese. Il punto è ricostruire un’iniziativa che rimetta al centro i bisogni delle persone e se addirittura nonostante tutto ciò aumenta il numero di persone che a votare non va, perché questo è l’altro dato che c’è, è chiaro che c’è un problema di contenuti della politica che non è indifferente. E’ chiaro che noi dobbiamo come sindacato svolgere il nostro ruolo contrattuale, quindi dobbiamo anche vedere come cambiare e migliorare la nostra capacità di contrattare e rappresentare tutti. Allo sesso tempo credo anche che questo quadro determini la necessità di autonomia, noi dobbiamo giudicare i partiti e le forze politiche per quello che fanno, parlando con tutti i soggetti che ci sono avendo al centro gli interessi del mondo del lavoro. [Vincenzo Colelli, ecoinformazioni]

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Questa voce è stata pubblicata il 26 aprile 2018 da in Lavoro, Politica, Società con tag , , .

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