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Terzo settore e enti locali/ Nasce il Libro bianco dell’accoglienza

«Quasi 300 iscritti alle sei diverse sessioni; ventinove pratiche in arrivo da Friuli Venezia Giulia, Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, Campania, Sicilia, Toscana, Calabria, Lazio, Trentino che hanno raccontato le decine di esperienze innovative dispiegate in tutto il Paese per rispondere alla sfida migratoria. Il workshop Territori accoglienti, organizzato da Euricse e in agenda oggi, sabato 24, al dipartimento di Lettere dell’ateneo di Trento, ha fatto emergere una costellazione spesso silenziosa, modelli ben riusciti d’incontro fra terzo settore e enti locali. “Ora – spiega Giulia Galera, ricercatrice senior di Euricse e organizzatrice dell’evento – da questo convegno nascerà un Libro Bianco, per individuare soluzioni applicabili in futuro, alla luce dei nuovi scenari normativi, e per indicare un pacchetto di raccomandazioni”. Non solo, il presidente della Camera dei Deputati, Roberto Fico, ha già dato piena disponibilità a incontrare i ricercatori coinvolti: nelle prossime settimane saranno ricevuti a Montecitorio.

“Questo è un momento rilevante per l’Italia – ha esordito aprendo i lavori a Lettere Mario Diani, direttore del dipartimento di Sociologia e ricerca sociale dell’università di Trento – Ciò che mi auguro è che il tema delle disuguaglianze sia riportato al centro del dibattito pubblico”. “Anche l’ateneo di Trento, con le sue competenze, da tempo fa la sua parte – ha fatto ecoBarbara Poggio, prorettrice con delega all’equità – Dal 2015 è partito il progetto ‘richiedenti asilo all’università’, per poter garantire a 5 studenti ogni anno (richiedenti asilo o detentori di forme di protezione internazionale, ndr), l’inserimento universitario, una borsa di studio e il posto alloggio per un periodo pari per lo meno a un ciclo triennale”.

Inevitabile la riflessione sui cambiamenti normativi in corso, quindi il riferimento al decreto sicurezza e immigrazione che porta il nome del ministro Matteo Salvini (il Decreto Legge 4 ottobre 2018, n. 113). “Il sistema SPRAR (sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati)  dal 5 ottobre non esiste più”, ha detto Gianfranco Schiavone, vicepresidente di Asgi (Associazione per gli studi giuridici sul’immigrazione). Due, su tutte, le conseguenze citate da Schiavone: “I progetti ex Sprar periferici, nelle aree interne, si svuoteranno”. Ancora: “L’attuale rete diffusa sarà sovrabbondante”.

Quindi, cosa sta accadendo? A rispondere, a Trento, Daniela Di Capua, direttrice del servizio centrale SPRAR. “La mia è un’analisi tecnica – ha premesso – il sistema Sprar coinvolge 1.825 Comuni per 877 progetti: un’evoluzione forte, censita negli ultimi anni”. Ora qualcosa è cambiato. “In pochi mesi tutto è stato stravolto – ha aggiunto – Il tema non è e non dev’essere la solidarietà, che attiene perlopiù alle coscienze individuali, qui si parla di diritti”. In particolare, Di Capua ha messo in discussione la riuscita del contenimento dei costi legati all’accoglienza: “Abbassare i costi dei CAS (centri di accoglienza straordinaria) in realtà aumenterà drasticamente i costi sociali e le conseguenze saranno gravose per tutti”.

Matteo Biffoni, sindaco di Prato e delegato ANCI per le politiche migratorie, nel suo intervento a Trento ha dato voce ai Comuni d’Italia. “I territori sono in subbuglio – ha detto – Il clima nei confronti dello SPRAR e del sistema di accoglienza così come l’abbiamo conosciuto è questo: di lutto”. “Preoccupazioni trasversali”, ha rimarcato il primo cittadino, circa un modello – lo Sprar – che nelle sue parole ha inanellato numeri importanti: “Il 70% delle persone che escono dal programma Sprar sono formate; il 45% ha un contratto di lavoro in tasca: hanno quindi gli strumenti per affrontare la quotidianità: sono cittadini. Questo era lo Sprar, con una particolarità: a gestirlo erano i Comuni che si caricavano di una responsabilità dello Stato e dando risposte efficaci”. E ora? Quali prospettive? “Come sindaci temiamo che l’esito sia la confusione, e che il sistema Sprar rimarrà strumento di nicchia”.

Cosimo Palazzo, dirigente area emergenze del Comune di Milano, guardandosi indietro ha citato quanto fatto: “In questi anni abbiamo saputo produrre una straordinaria trasformazione dei nostri sistemi di welfare: abbiamo imparato a gestire il tema dell’accoglienza; in futuro dobbiamo trovare una nuova alleanza fra enti locali e terzo settore”. Citando il fenomeno delle migrazioni climatiche “che segneranno gli anni a venire”, Anna Fasano, vicepresidente di Banca Etica, ha sottolineato l’importanza di superare il Pil quale metro di giudizio e soffermarsi sull’impatto sociale e ambientale.

“La cooperazione sociale in questo momento è messa all’angolo – ha aggiunto Stefano Granata, presidente di Federsolidarietà – Dobbiamo tornare all’istanza iniziale, ovvero alla costruzione di consenso sociale che oggi abbiamo perso”. Un’esortazione accorata, la sua: “Dobbiamo scrivere un nuovo patto fiduciario con le comunità, a partire proprio dalle fragilità e dalle paure delle comunità. Non possiamo fare finta di nulla e, piuttosto, riallacciare un dialogo, tornando a una funzione di ascolto, stare in mezzo alle persone”.

Missionario in Camerun, oggi parroco a Rebbio, don Giusto Della Valle ha infine riepilogato i numeri dei tanti cittadini a rischio povertà: “L’Italia ha bisogno di una rinascita, persone che sappiano coalizzare energie, forze che ora faticano a vedersi espresse”. Quindi, ha detto, giovani che si impegnino. “E al tempo stesso luoghi e spazi, associazioni, centri culturali”: Congiuzioni, dunque». [Ufficio stampa Euricse]

 

 

 

 

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Questa voce è stata pubblicata il 24 Nov 2018 da in immigrazione con tag .

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