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Zvi zvi/ Rosa Luxemburg. Il personale è politico

«Sulla mia tomba non si dovranno leggere che due sillabe: zvi-zvi. È infatti il richiamo della cinciallegra che io imito così bene da farne accorrere un’enorme quantità, ogni volta che faccio loro il verso. E immagini che in questo zvi-zvi, che prima brillava chiaro e acuto come un ago d’acciaio, c’è da qualche giorno un minuscolo trillo, una piccolissima nota di petto. E sa, signorina Jacob, cosa significa questo? È il primo leggero trasalimento della primavera imminente; nonostante la neve, il gelo, e la solitudine, noi  ̶̶  le cinciallegre ed io  ̶̶ crediamo all’arrivo della primavera!». Scriveva in una lettera dal carcere ad un’amica Rosa Luxemburg.

Oggi, 15 gennaio 2019, vorrei essere a Berlino. Insieme a tante donne e tanti uomini di tutte le età vorrei andare al cimitero di Friedrichsfelde, dove è sepolta Rosa Luxemburg. Per portare un foglio di carta con su scritto zvi zvi e una rosa rossa. So che amava i fiori perché ho letto  ̶̶  in So soltanto come si è umani (Prospettiva edizioni, Roma 2008) ̶̶  che una fioraia di una piccola stazione la conosceva bene «perché non passo mai senza comprare un piccolo mazzo di fiori, con i miei ultimi centesimi».

Invece sono a Como e per celebrare il centenario della morte di Rosa Luxemburg ho raccolto una rosa del mio giardino che preannuncia la primavera e, per prepararmi, nei giorni scorsi ho riletto l’epigrafe di Bertolt Brecht posta sul “Memoriale dei socialisti”, eretto per ricordare lei e Karl Liebknecht, fondatore insieme a lei del Partito comunista tedesco, insieme a lei protagonista della Sollevazione Spartachista, violentemente repressa dal governo socialdemocratico, insieme a lei rapito, torturato e ucciso, il 15 gennaio 1919 dai soldati del Freikorps.

«Qui giace sepolta/ Rosa Luxemburg/ ebrea di Polonia/ in prima linea sul fronte dei lavoratori tedeschi/ assassinata per mandato di oppressori tedeschi./ Oppressi seppellite la vostra discordia!».

Ho riletto l’Epitaffio 1919 che sempre Brecht scrisse quando il corpo di Rosa non era ancora riaffiorato dal fiume in cui era stato buttato:

«Ora è sparita anche la Rosa rossa,/ non si sa dov’è sepolta./ Siccome ai poveri ha detto la verità/ i ricchi l’hanno spedita nell’aldilà».

Ma, soprattutto, ho letto tutto d’un fiato un piccolo prezioso libretto, una selezione delle lettere che Rosa Luxemburg scrisse ad amiche, amici, a compagni di vita e di politica, Dappertutto è la felicità. Lettere di gioia e di barricate (L’orma editore). È appena uscito e l’ho preso appena l’ho visto. Pur avendo letto e riletto più volte l’epistolario di Rosa, mi è parso indispensabile. Proprio come a Rosa era parso indispensabile un indumento da indossare nella sua cella solitaria: «E compratemi subito ancora una piccola giacca lilla per 2 marchi e 45 perché è l’indumento più indispensabile che si possa avere». Così scriveva dal carcere all’amica Gertrud Zlottko, con autoironia straordinaria, date le circostanze.

Chi non avesse in libreria Lettere d’amore e d’amicizia (Prospettiva 2003) e Lettere contro la guerra (Prospettiva, 2004) corra a comprarli tutti tre. Perché credetemi sono indispensabili.

Non c’è lettura più efficace per rendere visibile quanto le femministe hanno sempre sostenuto: il personale è politico.

Nelle Lettere convivono le indicazioni degli obiettivi strategici della Lega di Spartaco e della rivoluzione con la tragedia della reclusione, della guerra, con l’inquietudine per la sorte degli amici al fronte, con la narrazione di momenti di serenità e di gioia.

«Nel buio sorrido alla vita, come se conoscessi un qualche segreto magico che smentisce ogni male o ogni tristezza e li trasforma in trasparente chiarezza e felicità. E intanto io stessa cerco una ragione di questa gioia, non la trovo e di nuovo devo ridere… di me stessa. Credo che il segreto non è altro che nella vita stessa, la profonda oscurità della notte è così bella e soffice, come un velluto, purché la si guardi come si deve; e nello scricchiolare della sabbia umida sotto i lenti, pesanti passi della sentinella risuona anche un piccolo, dolce canto della vita, basta saperlo ascoltare come si deve».

Traspare il dolore che non esclude la gioia. Perché la vita è così: « “così” la vita lo è da sempre, vi rientra tutto: dolore e distacco e ansia. Bisogna sempre prenderla con tutto ciò che comporta, e bisogna trovare tutto bello e buono. […] Io sento istintivamente che questa è l’unica maniera giusta di prendere la vita, e perciò mi sento veramente felice in ogni situazione. Neppure vorrei essere privata di niente della mia vita, né vorrei avere nient’altro da quello che questa è stata ed è». Scrive a Sonja Liebknecht.

«Restare un essere umano. È veramente questo l’essenziale. E con questo voglio dire: essere forti, lucidi e contenti, sì contenti nonostante tutti e tutto, perché lamentarsi è affare dei deboli. Restare un essere umano, cioè gettare, se necessario, gioiosamente tutta la propria vita “sulla grande bilancia del destino” ma allo steso tempo rallegrarsi per ogni giornata di sole, per ogni bella nuvola».

«Ho una voglia maledetta di essere felice e sono pronta giorno dopo giorno a combattere per la mia “dose di felicità” con l’ostinazione d’un mulo».

Rosa Luxemburg è consapevole dei rischi e della possibilità di morire: «Io ho del coraggio per tutto quello che riguarda me. Mi manca il coraggio e la forza di sopportare il dolore degli altri». Dal carcere di Wronke, il 2 maggio 1917, scrive a Sonja Liebknecht di farfalle, di libri di botanica e zoologia, e che si sente «interiormente molto più a casa […] in un angoletto del giardino […] che in un congresso di partito», che «il mio io più intimo appartiene più alle mie cinciallegre che ai “compagni”», ma anche che «spero di morire sulla breccia: in una battaglia di strada o nel penitenziario». Infatti ogni volta che riacquista la libertà, si getta in quel «turbine vorticoso della vita e della lotta» che la «inghiottisce» e le lascia il desiderio amaro e insoddisfatto di «spigolare» la felicità.

Rosa Luxemburg per tutta la vita cerca di tenere insieme l’attività politica e la “vita vera”, quella rimasta nel cortile di casa, a Zamosc, quando bambina dalla finestra della sua camera vedeva il domestico iniziare la sua giornata di lavoro. «In alto, sui vetri delle finestre, brillava il primo oro del sole appena sorto e più in alto ancora vagavano morbide nuvolette rosate, prima di essere assorbite dal grigio del cielo cittadino. A quel tempo ero fermamente convinta che la “vita”, la “vera” vita è in qualche posto lontano, laggiù oltre i tetti. Da allora io viaggio alla sua ricerca. Ma si nasconde sempre dietro qualche tetto (…) in fin dei conti, tutto si è preso gioco di me in modo terribile, e la vita reale è rimasta proprio lì, nel cortile».

Per Lelio Basso (introduzione alle Lettere a Leo Jogiches) Rosa era nata per amare. Per lei la politica fu una generosa risposta alla società disumana e sfruttatrice. Ha vissuto cercando sempre di coniugare la “grande politica”, la vita pubblica con la vita personale, senza che questa diventasse tristemente “privata”.

La sua ricerca della felicità non si è mai interrotta. Rosa l’ha cercata nella natura e nelle profonde relazioni di amicizia e di amore. «Errare liberamente nei campi, o anche soltanto per le strade, in aprile o maggio fermarmi davanti ad ogni giardinetto» è «la gioia suprema della vita». Un’ora al giorno di immersione nella natura «basterebbe alla mia felicità personale e con ciò mi sentirei agguerrita e indennizzata per tutte le privazioni e tutte le lotte».

La politica poeta

E chi pensasse che scritti di più di 100 anni fa non siano attuali dovrà ricredersi.

Quando, a Natale 1912, molti senzatetto muoiono a Berlino e le autorità per tranquillizzare i cittadini sostengono che la causa è un’intossicazione dovuta ad aringhe raccolte nell’immondizia o ad acquavite adulterata, Rosa Luxemburg scrive su Die Gleichheit (L’uguaglianza): «Improvvisamente l’orribile spettro della miseria strappa alla nostra società la maschera del decoro e smaschera la sua rispettabilità come il trucco di una prostituta. (…) Nessun operaio è preservato dall’ospizio, dalle aringhe avariate e dall’acquavite velenosa. (…) Che ne sarà di lui se domani sarà licenziato per aver raggiunto il fatale limite dei quarant’anni, quando l’imprenditore lo dichiarerà “inutilizzabile”? (…) L’ospizio per i senzatetto e la prigione sono colonne dell’odierna società al pari del palazzo della Cancelleria del Reich e della Banca Tedesca».

La maschera del decoro è la stessa che oggi indossa anche la nostra società.

E quanto è attuale e preziosa, in questi tempi di crescente nazionalismo, il suo definirsi cittadina del mondo. Polacca, ma non patriottica neppure quando la Polonia era occupata. Ebrea, in tempi in cui gli ebrei erano vilipesi, all’amica Mathilde Wurm che le scrive nel dicembre del 1916, risponde: «Che cosa vuoi dire con le sofferenze degli ebrei? A me le povere vittime delle piantagioni di gomma a Putumajo, i negri dell’Africa con i cui corpi gli europei giocano a palla mi sono altrettanto vicini. Ti ricordi ancora le parole nel lavoro del grande stato maggiore sulla spedizione del maggiore von Trohta nel Kalahari: “E il rantolo dei moribondi, e il folle grido degli assetati echeggiavano nel sublime silenzio dell’infinito”. Oh, questo “sublime silenzio dell’infinito”, in cui echeggiano senza essere uditi tanti gridi, risuona in me così forte che non mi rimane nel cuore nessun angolino particolare per il ghetto. Mi sento a casa mia in tutto il mondo, ovunque ci siano nubi e uccelli e lacrime umane».

E quanto è importante la sua tensione nonviolenta, in questi momenti in cui l’odio viene diffuso a piene mani. Nel programma del Partito comunista tedesco, scritto nel 1918, poco prima di essere uccisa, scriveva che la classe operaia è la prima nella storia che non ha bisogno del terrore e ha orrore dell’assassinio. L’obiettivo è abbattere le istituzioni non le persone.

Considerava lo sciopero, non la guerra, la giusta forma di lotta: elogiava che nello sciopero generale a Kiev del 1903 gli operai avessero invaso le rotaie con donne e bambini, mostrandosi orgogliosamente disarmati davanti ai fucili della polizia.

Profondamente antimilitarista, Rosa Luxemburg, sostenne nel 1914 che il proletariato non può identificarsi mai con nessun campo militare. Quello che occorre è la resistenza: fare “guerra alla guerra!”. «Oggi la guerra non funziona come un metodo dinamico per aiutare il giovane capitalismo in crescita. (…) L’odierna guerra mondiale nel suo complesso è una lotta di concorrenza del capitalismo già arrivato alla completa fioritura, per il dominio del mondo, per lo sfruttamento degli ultimi avanzi delle zone del mondo non ancora capitalistiche.»

Rosa Luxemburg non era rassegnata alla sofferenza, ma la condivideva con tutti gli esseri umani. E proprio dal dolore per l’ingiustizia e dalla sensibilità per le sofferenze degli altri prende avvio il suo desiderio di lottare per cambiare il mondo. [Celeste Grossi]

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Questa voce è stata pubblicata il 15 Gennaio 2019 da in Cultura, Persone, Politica con tag , .

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