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Pecunia non olet/ Un affresco inquietante dell’industria italiana

Martedì 5 febbraio la libreria Ubik di Como ha ospitato Alessandro Da Rold, Francesco Vignarca, coordinatore della rete Disarmo e Luca Rinaldi giornalista Irpi e Corriere della sera, per la presentazione del libro Pecunia non olet: la mafia nell’industria pubblica. Il caso Finmeccanica [Alessandro Da Rold, Chiarelettere, 13,60 euro].

L’incontro, durato meno di un’ora, è stato densissimo per spunti e contenuti, data la vastità della ricerca compiuta dall’autore sulle infiltrazioni mafiose nelle commesse statali dagli anni ’70/’80 ad oggi.
In particolare, il caso delle tangenti legate alla commessa indiana di Finmeccanica sono state lo spunto per evidenziare alcuni dei maggiori punti critici che coinvolgono l’Italia finanziaria.
Vignarca ha ripetuto diverse volte che, più che per pacifisti e disarmisti, il libro dovrebbe costituire un campanello d’allarme per coloro che vedono l’esercito come elemento fondamentale del funzionamento della nazione.

Nelle pagine, frutto di un lavoro di ricerca settennale condotto da Da Rold, si alternano numerosi personaggi, che ruotano tra parlamento e Consigli di amministrazione di imprese in cui investe lo stato o che si travestono, cambiano nome e diventano punti di riferimento degli illeciti finanziari condotti all’ombra dello stato, spesso . Infatti, se l’impresa italiana ha trovato nel 2006 un promotore ideale in di Silvio Berlusconi , Vito Roberto Palazzolo è stato punto di riferimento dei rapporti tra stato e criminalità organizzata negli anni 2000. 
Questo individuo, che era coinvolto nevralgicamente in Cosa nostra e possiede un’azienda che distribuisce acqua in Sudafrica (Le vie de Luc),  paese in cui è fuggito da latitante dopo l’evasione dal carcere La stampa di Lugano, ha partecipato alle contrattazioni di Luanda, con cui nel 2015 l’Italia ha venduto sei elicotteri all’Angola per 212,3 milioni di euro.Nel mercato non-mercato delle armi, il cui commercio è gestito di volta in volta dai paesi interessati, ma in generale nelle attività azionarie statali, c’è chi si impegna per una maggior trasparenza e una miglior efficienza e produttività. Ma questi sforzi sembrano andare contro gli interessi dei pochi che manovrano le trame latenti dei rapporti internazionali e tra stato e criminalità organizzata. La vicenda di Francesco Tuccillo, che chiese ragione ai vertici di Finmeccanica della presenza di Palazzolo in un vertice tenutosi in Africa, nel 2009, è un esempio emblematico. Tuccillo, giovane manager allora, poi carica di primo piano nell’impresa, fu messo alla porta in seguito alle proprie rimostranze, che tentavano di far luce su una situazione estremamente torbida.

Ciò che è accaduto a Tuccillo è solo la punta di un iceberg preoccupante: i magistrati e i giornalisti che cercano di far emergere la giustizia e la verità vengono isolati, i dati sulle attività economiche statali sono poco chiari, spesso mancanti o inspiegabili (nel 2017 Finmeccanica ha dichiarato un +1300% nelle commissioni finanziarie).

La trasparenza, però, non sarebbe solo un dovere aziendale o uno scopo giudiziario: è anche un diritto dei cittadini, che vanno tutelati tramite rapporti economici pubblici e non andrebbero fuorviati con fantomatici segreti di stato, dislocazioni delle sedi in paradisi fiscali e fughe dei vertici societari all’estero.
La chiarezza appare però utopica. Nulla o troppo poco pare essere cambiato dagli anni ’80 ad oggi; gli interessi dei pochi, in linea col fine ultimo del capitalismo e di un mercato che estremizza la libertà portandola nella dimensione del segreto e dell’illegale, vengono ancora prima del bene di tutti. Anche a prezzo di vedere calato il valore dell’impresa stessa di più della metà in quindici anni, a danno dei cittadini italiani stessi di cui uno stato proprietario di maggioranza dovrebbe fare gli interessi (Finmeccanica 2002: 17,2; Finmeccanica 2017: 8,4).
[Pietro Caresana, ecoinformazioni]

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Questa voce è stata pubblicata il 6 Febbraio 2019 da in antimafia, Economia con tag , , , .

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