Le donne che disconoscono la ‘ndrangheta

Si è svolta online su Zoom e in diretta Facebook la quarta e ultima conferenza della rassegna 4 colpi alla ‘Ndrangheta, organizzata da Arci Como e Circolo ambiente Ilaria Alpi.
In quest’ultimo incontro si è parlato, come da titolo, de Le donne che fanno tremare la ‘ndrangheta. Le relatrici della serata sono state Dina Lauricella, giornalista Rai ed autrice de Il codice del disonore – Donne che fanno tremare la ‘ndrangheta ed Alessandra Cerreti, magistrata della Dda di Milano, con Giorgia Venturini, direttrice di www.stampoantimafioso.it, a fare da moderatrice.

Le donne sono un elemento cardine della subcultura mafiosa e ‘ndranghetista, fortemente improntata al familismo. Il loro ruolo è sommerso. Se i nomi principali sono maschili, esse trasmettono il vincolo mafioso, socializzano alla criminalità e portano le cosiddette ambasciate, i messaggi dei capi criminali che arrivano dalle carceri. Le donne di mafia sono quindi ambasciatrici tra il carcere e le case ed alimentano le pratiche culturali mafiose gestendo ad esempio il numero di morti nelle faide.

Alcune di loro, però, se trovano l’opportunità di svincolarsi dal mondo di reclusione in cui sono confinate, disconoscono i propri legami parentali denunciando alle autorità ciò che hanno subito.
Il caso di Giuseppina Pesce, collaboratrice di giustizia nel 2011, è esemplare, ma sono moltissime le madri che si allontanano da quel sistema in difesa dei propri figli.
Rivolgersi alla giustizia è un gesto quasi eroico, data la capacità delle cosche di rintracciare i propri membri e di punire le insubordinazioni.

Come ha sottolineato anche Cerreti, il fatto di far coincidere il vincolo associativo col legame di sangue rende quasi impossibile staccarsi dalla ‘ndrangheta. La collaborazione di Giuseppina Pesce, che porta un nome illustre nelle gerarchie di questo gruppo criminale, è processualmente un fatto storico.
Ovviamente, i suoi ex affiliati hanno reagito pesantemente alla sua ribellione, ma il colpo è stato inflitto nella misura in cui si è dimostrata la possibilità di indipendenza per le donne ‘ndranghetiste. Il trauma interno non è stato solo all’interno della famiglia, ma in generale in tutta la struttura dell’organizzazione.
Uno smacco che va vendicato dal padre della persona che ha confessato, il quale agisce per ragioni d’onore conformemente al codice ‘ndranghetista.

Cerreti ha spiegato poi l’enormità della pressione subita dalle pentite una volta che denunciano. Non solo Pesce, sono diversi i modi in cui le famiglie mettono sotto minaccia le donne di mafia dal punto di vista fisico quanto sul piano psicologico.
Una pressione che, come nel caso di Maria Concetta Cacciola, porta anche a scelte estreme. Nel suo caso, Cacciola ha lasciato i propri figli alla famiglia, che l’ha ricattata emotivamente utilizzandoli per farle ritrattare le sue confessioni e farla ricadere nella propria rete, per poi ucciderla atrocemente.

Un ulteriore fatto drammatico è che i figli di queste persone non sempre seguono il loro percorso e anzi rinnegano la loro memoria proseguendo il proprio percorso di socializzazione criminale.
Lauricella ha spiegato infatti come già a 14-15 anni un ragazzino, soprattutto se maschio, è già pienamente inserito nel meccanismo ‘ndranghetista: ha un ruolo e può avere delle “prospettive di carriera” che lo portano al totale disinteresse per la legalità.

Come è emerso dalle domande provenienti da Facebook che Roberto Fumagalli, del Circolo ambiente, ha trasmesso alle relatrici, le donne che riescono a liberarsi dal meccanismo mafioso però sono poche; molte sono pienamente inserite nel sistema familistico ‘ndranghetista e ci sono addirittura casi di donne che, da esterne, si legano a questi gruppi per amore o interesse.
Ciò che può fare il sistema giudiziario ed istituzionale è sostenere non solo coloro che confessano, ma anche quelle che Lauricella e Cerreti hanno chiamato “dissociate silenti”, sia nella speranza che rompano la propria omertà sia nella consapevolezza che ogni persona strappata all’Ndrangheta è un successo per la legalità.

Si conclude così la rassegna 4 colpi alla ‘Ndrangheta. Come da anni a questa parte, i contributi sono stati diversi e hanno restituito la pervasività della criminalità organizzata nel tessuto socioeconomico italiano e globale.
Nonostante l’impresa sembri difficoltosa, è emerso in tutte le conferenze (in questa attraverso l’intervento di Maria Pia Tagliabue, sindaca di Cabiate) come il contrasto alla mafia parta dagli individui, dai e dalle cittadini, e che è fondamentale agire tutti e tutte e farlo presto perché il fenomeno è in rapida espansione. [Pietro Caresana, ecoinformazioni]



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