Processo alle parole

L’incontro di sabato 27 marzo dedicato al Processo alle parole, ideato da Non Una Di Meno – Como, on-line sulla pagina facebook di ecoinformazioni, ha visto un’ampia partecipazione sulle diverse pagine facebook collegate.

L’approfondimento è partito dal quadro giuridico tracciato da Daniela Vassallo (avvocata e presidente dell’Associazione Donne Giuriste Italiane, Como) e dall’accento posto sull’attenzione necessaria al linguaggio utilizzato sia durante le indagini, sia in fase processuale, nonché in seguito (valore giurisprudenziale delle sentenze), per un primo approdo: il consenso è fondamentale e discriminante e perché sia tale deve essere “totale”, costante e continuo.

Una bella conferma di quanto brillantemente riassunto nel famoso Tea Consent.

Altrettanto fondamentale, circa i processi di violenza sulle donne, è il ruolo delle sezioni specializzate dei tribunali, ancora troppo poche, ma esistenti e funzionanti.

Seconda tappa: l’energica rivendicazione collettiva della prospettiva di Non Una Di Meno, portataci da Zoe Vicentini (attivista del gruppo fiorentino). Dalla denuncia senza mezzi termini del victim blaming continuo nei confronti delle donne, all’affermazione di una prospettiva collettiva e supportiva: «Sorella io ti credo, sorella non sei sola». Il problema è sistemico e si intreccia spesso con strumentalizzazioni altre (razziste, ad esempio): per questo la denuncia deve essere anche politica e la tematizzazione deve riguardare anche una messa in discussione profonda del concetto e del ruolo della mascolinità. Utile rileggere al proposito il Piano Femminista contro la violenza maschile sulle donne e la violenza di genere. (Segnaliamo anche, in proposito, il testo elaborato dal movimento femminista con le proposte per uscire dalla pandemia.)

Terza tappa, con Barbara Bonomi Romagnoli (giornalista di GiULiA) e il suo invito a coltivare una ecologia della parola che contrasti l’inquinamento verbale in cui siamo immerse e immersi. Inoltre, per contrastare sessismo e stereotipi che approdano sui giornali e nei tribunali, ma che nascono ben prima e (anche) altrove, l’attenzione va posta nelle scuole e nel contesto pubblico in generale. Lo squilibrio di potere alla base della violenza di genere è ancora troppo forte, la resistenza a smantellarlo è culturale, i costi sociali altissimi. Il rischio è l’abitudine ai numeri: impressionanti quelli relativi ai casi di femminicidio e violenza di genere. Per fermare la violenza urge trovare e usare le parole per dirla. E le immagini “giuste” per raccontare la forza delle donne. In questo ci aiuta il Manifesto delle giornaliste e dei giornalisti per il rispetto e la parità di genere nell’informazione, contro ogni forma di violenza e discriminazione attraverso parole e immagini (Manifesto di Venezia).

Ultima tappa, con la giornalista Giuliana Sgrena e il suo Manifesto per la verità . L’autrice ribadisce il ruolo fondamentale sia dell’uso sistematico del linguaggio sessuato sia dell’importanza di movimenti (come il #MeToo poi diventato #MeTogether) che diano voce e volto alla denuncia. Riportandoci al mondo dell’informazione, una nota dolente resta il “doppiopesismo” tra uomini e donne, ma anche l’avversione mortifera di certe donne per le donne. La tutela della vittima è compito arduo, ma responsabilità forte di chi racconta. Per evitare la spettacolarizzazione (rischio altissimo, soprattutto in TV), la strada deve passare da una narrazione diversa, a partire dal punto di vista delle donne e delle vittime stesse.

Ricco di domande, il dibattito seguente porta alla conclusione con l’identificazione di una sorta di vademecum pratico per una resistenza attiva nel quotidiano. Eccolo.

Contro un’informazione tossica un tetralogo

1. Scegliamo parole e immagini con cura: siamo responsabili del linguaggio che usiamo. E, in caso di violenza subita o assistita, denunciamo.

2. Riprendiamoci voce, corpi e spazi, anche con energica foga: non siamo vittime, siamo anzitutto sorelle.

3. Usiamo la lingua italiana al massimo della sua potenzialità sessuata: diciamo il femminile e diciamolo a testa alta.

4. Reagiamo ai numeri, alle abitudini e ai pregiudizi: non è un mondo (solo) per uomini, non lasciamo che sia rappresentato come tale.

[Alle Bonicalzi, Non Una Di Meno – Como, per ecoinformazioni]

Processo alle parole: un incontro ideato da Non Una Di Meno – Como, organizzato e promosso da: Associazione Donne Giuriste Italiane, Donne in Nero, Ife Italia, Telefono Donna Como, Women in White – Society, Cgil Como, Cisl dei Laghi, Uil del Lario.

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