È possibile ripetere in maniera così ostinata una tale offesa alla giustizia, all’unione e alla solidarietà? Si sente parlare di crisi migratoria dal 2013, quando un numero sempre crescente di rifugiati e di migranti ha cominciato a spostarsi da altri continenti extra-europei verso l’Unione Europea per richiedere asilo, viaggiando dalla Libia attraverso il mar Mediterraneo, oppure attraverso la Turchia e l’Europa sudorientale.

Per gestire il fenomeno l’Italia, contando sull’appoggio dell’Europa, ha firmato a Bengasi il 30 agosto 2008 un patto con il governo libico, il Trattato di Amicizia, Partenariato e Cooperazione, ed in particolare l’articolo 19 dello stesso Trattato, la Dichiarazione di Tripoli del 21 gennaio 2012 e altri accordi e memorandum. Uno dei temi principali presenti negli accordi riguarda la lotta all’immigrazione illegale: le ondate migratorie provenienti dalla Libia sono imponenti. E non si tratta di cittadini libici, ma di persone provenienti da paesi a sud delle frontiere terrestri in mano ai trafficanti, che provvedono poi ad imbarcarli sulle coste del Mediterraneo. Quello che si continua a ignorare però è che quotidianamente decine di migliaia di rifugiati e migranti sono imprigionati in parte in centri di detenzione gestiti dal Department for Combating Illegal Migration, creato nel Ministero dell’interno nel 2012 per contrastare i flussi migratori nel Paese, e in parte in luoghi di detenzione gestiti da milizie e bande criminali. In tutti i casi si tratta di persone esposte a spaventose violazioni dei diritti umani, come è stato testimoniato da molte persone che hanno descritto con dettagli indescrivibili gli abusi subiti, che hanno portato addirittura alla vendita all’asta di esseri umani, come schiavi. Allora perché si continuano a scegliere silenzio e indifferenza? In occasione della votazione in Parlamento per il rinnovo delle missioni internazionali, l’Arci insiste a denunciare la responsabilità delle autorità italiane per le continue stragi di persone migranti nel Mediterraneo centrale e il ciclo di violenze, sfruttamento e violazioni dei diritti umani a cui sono sistematicamente sottoposti migranti e rifugiati in Libia.

Insieme a tante realtà della società civile e decine di migliaia di cittadine e cittadini, l’Arci nazionale ha indetto la campagna Una benda per non vedere. Nella dichiarazione che fa seguito al lancio si ribadisce il no al rinnovo della missione in Libia e alla prosecuzione della cooperazione con le autorità libiche senza garanzie concrete sulla protezione dei diritti umani di persone migranti e rifugiate; il no al sostegno e alla collaborazione con la “Guardia costiera libica” finalizzato al respingimento forzato in Libia delle persone intercettate in mare; l’evacuazione immediata delle persone rinchiuse nei centri di detenzione libici e all’estensione dei canali di ingresso regolari per persone migranti e rifugiate; il ripristino di un sistema istituzionale di ricerca e soccorso nel Mediterraneo centrale e al riconoscimento del ruolo essenziale svolto dalle ONG per la salvaguardia della vita in mare.

La prima iniziativa si è tenuta il 14 luglio alle ore 17, vieni al presidio di fronte al Parlamento (Piazza Montecitorio) a Roma, chiedendo ai manifestanti di portare con sé una benda bianca per coprirsi simbolicamente gli occhi (proprio come sta facendo il governo italiano). L’idea è che si organizzi un presidio anche nella altre città dove l’Arci è presente, di fronte alla Prefettura se possibile, alla stessa ora e con le stesse modalità dell’iniziativa di Roma, come ha organizzato Como senza frontiere per il 15 luglio.

I partecipanti sono invitati a condividere una foto con gli occhi coperti con una benda bianca tenendo in mano un foglio con scritto #NonPoteteNonGuardare e #NienteAccordiConLaLibia. È anche possibile aderire alla campagna con la propria associazione mandando una mail con il nome della tua associazione a unabendapernonvedere@gmail.com, favorendo momenti di approfondimento e studio, per non fermarsi alla superficie delle cose: non permettiamo che nessuno finga di non vedere.

Nel rispetto della normativa anticovid ma soprattutto a favore della responsabilità sociale di cui siamo protagonisti, si raccomanda di indossare la mascherina durante i presìdi e di mantenere il distanziamento fisico, ma non quello sociale.

[Mara Cacciatori, Arci-ecoinformazioni]

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