Dal lavoro alla cura/ Guido Viale: “importanti le iniziative dal basso”

Il 2 marzo sui canali online di Auser Como ed ecoinformazioni, come parte del progetto Il futuro è oggi è stato presentato il libro di Guido Viale “Dal lavoro alla cura – risanare la terra per guarire insieme” edito da Interno4. Un libro dallo spiccato approccio ecologista, attento alle connessioni tra ambiente, economia, giustizia sociale. Ha introdotto l’incontro e posto domande all’autore Nicoletta Pirotta de La società della cura.

La serata di presentazione è iniziata con l’introduzione di Nicoletta Pirotta de la Società della cura, che ha analizzato la situazione nel nostro mondo oggi sottolineando quanto un lavoro di cura sia necessario in questo momento di pandemia e guerra.

Pirotta ha parlato dell’importanza del lavoro come fatto di emancipazione e liberazione ma anche del problema di un sistema che nella logica del profitto fa si che non si esprima la vita nel lavoro, ma che si lavori per vivere in condizioni sempre più precarie e svuotate da diritti, che creano divisioni e gerarchie tra lavoratori e lavoratrici. Nel libro di Guido Viale, afferma Pirotta, viene messo in discussione questo punto di vista per sostenere che non è pensabile attribuire valore al lavoro indipendentemente dalle condizioni in cui si svolge. È il lavoro che genera sfruttamento, alienazione e precarietà.

È il lavoro che crea diseguaglianze o il sistema capitalistico? Guido Viale risponde citando il tema della natura e della funzione del lavoro. Il libro, afferma, è nato da una discussione interna all’associazione Laudato si’ di cui fa parte e prende le mosse dalla natura del lavoro nel tempo: definito una condanna nella Bibbia, una fatica nell’antichità; nel medioevo è stato associato alla servitù della gleba e con l’avvento della società industriale il ma il capitalismo ha generato ancora più forme di sfruttamento.

«Il lavoro ha iniziato ad essere considerato con dignità e emancipazione proprio dal movimento dei lavoratori», afferma Viale. Quando i lavoratori hanno intrapreso iniziative per costruirsi delle tutele e degli strumenti di welfare che oggi sono nelle mani dello stato. Avere un lavoro è fonte di emancipazione? Per Viale non è così, perché oggi questo lavoro nessuno ce l’ha in senso stretto poiché è il datore di lavoro che possiede la facoltà di dare e togliere il lavoro. L’equivoco nasce dal fatto che nel tempo si è confuso lavoro con lavoratori. Smith, Ricardo e Marx dicevano che il lavoro non è altro che risorsa produttiva insieme a capitale e terra, non è sinonimo di lavoratori

A mano a mano che i danni ambientali dati dallo sfruttamento capitalista si fanno più evidenti è sempre più difficile vedere il lavoro come fonte di emancipazione perché spesso i suoi risultati sono più negativi che positivi, non solo per le persone ma anche per il pianeta. Per questo secondo Viale è necessario smettere di collegare il lavoro con le forze produttive per affermare che l’attività umana, e anche il lavoro, è positiva quando è condivisa dalle persone che la svolgono liberamente all’interno della comunità e soprattutto se e quando produce risultati positivi. «Da questo punto di vista si è visto bene durante la pandemia: ci sono lavori utili alle persone, anche e se si svolgono in precarietà e rischio e ci sono lavori invece assolutamente nocivi – come quelli all’interno di fabbriche di armi considerate indispensabili alla vita della nazione», ha spiegato l’autore.

Lo sfruttamento ha creato il lavoro come lo conosciamo, ha continuato Viale, un lavoro controllato dal capitalista e dalla finanza a cui non ci si può sottrarre perché utile alla sopravvivenza. E anche l’antropocene, la nostra epoca geologica in cui l’impatto sulla terra, è causata dall’uomo e ha determinato il cambiamento climatico: un fatto che Viale considera in parte responsabilità di un modello di crescita che non è volto al benessere dell’uomo e del pianeta, che degradandosi incide sugli stati più emarginati della popolazione e sui paesi più emarginati. Le diseguaglianze sono conseguenza più o meno diretta del degrado ambientale in cui lo sviluppo delle forze produttive, la crescita, ci ha trascinato.

Viale ha ripreso poi il termine di Alex Langer di conversione ecologica per cui si parla di cambiare rotta, non tornando indietro, ma creando diverse relazioni con il prossimo e dal punto di vista strutturale producendo meno e altro. Questo è ciò che manca nel movimento operaio e sindacale. «I sindacati chiedono di mettere incentivi per acquisto di macchine elettriche per continuare a crescere ma le automobili sono già moltissime e dovrebbero diminuire per il benessere delle città per essere sostituite da altri mezzi per la mobilità».

Chi si è posto un problema di questo tipo in concreto sono proprio gli operai di una fabbrica messi in crisi da una azienda automobilistica che in un primo tempo hanno pensato di rimanere dentro un sistema di automotive, per auto elettriche, ma nel giro di pochi mesi si sono resi conto che questa prospettiva non c’era e che il passaggio verso altre esigenze di pubblico può e deve garantire. Per il 25 e 26 di marzo è indicativo che gli operai della Gkn, al centro di una rete di collettivi, hanno fatto un accordo con Fridays for future per dedicare il venerdì a uno sciopero globale per il clima in tutti i paesi e il giorno dopo, il sabato, a sostegno delle fabbriche che stanno già lottando o che entreranno nei processi di lotta.

Ma quali sono le attività di cura che possono permetterci di arrivare a un cambiamento e che chance hanno di cambiare il modello economico e sociale? Chiede Nicoletta Pirotta.

Il debito, risponde Viale, è grande verso il movimento femminista riguardo il significato del lavoro di cura trasferito da una condizione subordinata al lavoro produttivo (che produce il profitto) a un ruolo fondamentale del lavoro riproduttivo: della vita, della salute, dell’ambiente. Il lavoro produttivo è un lavoro di cura che dai rapporti personali va esteso a quelli collettivi e all’ambiente. «Oggi serve un reddito incondizionato di base. Io lo dicevo nelle riunioni sindacali e oggi l’unico che se lo può permettere è papa Francesco».

Da cinquant’anni si cerca di associare la conversione ecologica e la lotta per il clima attraverso iniziative promosse dall’alto. Le 26 Cop svoltesi dal 1992 a oggi non hanno prodotto nulla. Oggi la guerra sembra anche mantenere i privilegi di coloro che non vogliono interrompere la crescita e a cui della lotta ai cambiamenti climatici non importa nulla. «Per loro la transizione ecologica potrà tranquillamente interrompersi». Dall’alto, secondo Viale, nulla di buono potrà venire in termini di transizione. Dal basso invece le iniziative, che siano lotte o costruzione di reti di comunità sono più frequenti.

Tanti i temi, spazio anche al problema del consumo di suolo e alla desertificazione, per una presentazione che ha permesso di riflettere sulle prospettive dal basso: locali, nazionali e transnazionali. Iniziative dal basso che hanno bisogno di coordinamento per presentare ai governi le loro rivendicazioni forti. Dal pubblico è intervenuta la presidente dell’Università popolare, che ha organizzato l’incontro, stimolando la discussione riguardo la promozione di pratiche di cura da parte degli agenti sociali dal basso: a partire dalla scuola, che potrebbe introdurre tematiche di ecologia sociale e ambientale dentro tutti i programmi.

Gianpaolo Rosso, presidente dell’Arci, ha ricordato l’impegno ecologico e politico, di sintesi tra giustizia sociale e ambientale che accomuna Arci e l’associazione Laudato si’, ricordando infine a margine il prossimo incontro per discutere di energia, sempre all’interno del progetto il futuro è oggi, con Mario Agostinelli. [Daniele Molteni, ecoinformazioni]

Qui il link alla diretta

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