Ma cosa c’entra la cultura con la guerra?

La questione ormai è nota: tra gli effetti “collaterali” dell’ultimo tragico conflitto alle porte d’Europa c’è anche un ostentato ostracismo nei confronti di tutto ciò che proviene dalla superpotenza colpevole dell’aggressione, la Russia.

La decisione del Teatro alla Scala di sospendere la collaborazione con il noto direttore d’orchestra Valery Gergiev, amico personale di Vladimir Putin, in assenza di una sua esplicita presa di distanza dall’azione bellica della sua nazione, ha suscitato qualche perplessità e persino qualche protesta. Cosa c’entra la musica con la guerra?

La questione è in realtà molto più complessa (e scivolosa) di quello che può apparire al primo sguardo.

Non è la prima volta (non sarà purtroppo nemmeno l’ultima) che si pone la questione delle sanzioni e del boicottaggio, anche culturale. E, di seguito, non è la prima volta che si dovrebbe porre al centro dell’attenzione la “responsabilità politica” della cultura.

In breve, perché il discorso sarebbe lungo, conviene richiamare alcuni elementi “storici”, non troppo lontani nel tempo. Quando la comunità internazionale si pose il problema di modificare la situazione dell’apartheid in Sudafrica, uno degli strumenti essenziali cui mise mano fu proprio quello del boicottaggio, anche culturale, che fu pesante, intransigente e proprio per questo efficace (ne fece le spese anche qualche “buon” progetto di cooperazione musicale come quello di Paul Simon, che fu pesantemente multato per la collaborazione con un gruppo sudafricano… di colore!… ma le eccezioni non erano ammesse). Più di recente, il boicottaggio è stato invocato (insieme alle sanzioni e al disinvestimento) per opporsi alle politiche criminali (più volte condannate anche dagli organismi internazionali, Nazioni Unite comprese) del governo israeliano nei confronti dei palestinesi; nel boicottaggio sono compresi gli aspetti culturali e accademici (le università israeliane hanno un rapporto molto stretto con il governo e le sue politiche). In questo caso l’appoggio dell’“opinione pubblica” e – soprattutto – dei centri decisionali è mancato e il boicottaggio è rimasto al palo, messo fuori gioco da una vera e propria complicità tra “culture” che condividono obiettivi e pratiche di potere.

E poi che dire del dibattito sulla negazione della cultura araba e musulmana (tanto la distinzione è nota solo a una minuscola élite…), in ogni caso considerata corresponsabile dei tragici effetti del terrorismo che ci si ostina a definire sic et simpliciter islamico? E ancora: la richiesta di far sparire i monumenti agli oppressori dei popoli nativi americani, del latinos, dei neri deportati da un continente all’altro? “Nessuno tocchi Cristoforo Colombo!”

Ho citato apposta esempi in contraddizione. Per dimostrare che non si può liquidare la questione iniziale in poche battute, semplicemente come un problema di “libertà d’espressione”…

La cultura, l’arte, la musica eccetera non sono affatto esenti da un profondo rapporto con la politica (con le sue bassezze e i suoi altissimi obiettivi), e dunque sarebbe bene che se ne assumessero le responsabilità. Sempre, non solo in occasione dell’ultima guerra, la più vicina, la più paurosa.

Sarebbe bene che riflettessimo sui nostri “valori” e sulla nostra “storia” (anzi sarebbe bene cominciare a riflettere proprio su quegli aggettivi “nostro”, “nostra”: ma “noi” chi siamo? di quale storia siamo eredi? e di quale siamo consapevoli? l’Europa dove comincia e dove finisce? Perché l’Ucraina che oggi è stata promossa a pieno titolo come parte integrante dell’Europa, fino a ieri era del tutto ignorata…).

Gli effetti collaterali di questa guerra (come delle altre) si misurano anche nella strage di intelligenza collettiva, incapace ormai di riferirsi ai valori dell’umanità e avida solo di ipocrisia e di allineamento.

Lasciamo pure da parte gli incidenti di percorso – le lezioni integrative su Dostoevskij sospese ma poi riammesse a seguito di proteste social (al di fuori comunque di un qualsiasi confronto democratico), la mostra di un fotografo russo disdetta anche se l’autore è attualmente in carcere proprio per aver protestato contro la guerra scatenata dal suo governo, i proventi non pagati se gli autori sono russi –, limitiamoci a considerare l’assoluto scollegamento tra queste azioni “di protesta” e l’affermazione dei diritti, di tutti e tutte.

Il boicottaggio e le sanzioni sono un modo civile di sostituire lo scontro armato, di gestire un conflitto in modo pacifico, di riportare la ragione in primo piano e di fare tacere le voci di morte. Come tali non dispiace vedere che qualcuno se ne ricorda. Ma se sono brandite come azioni di guerra e di oppressione, senza alcuna considerazione per le differenze tra governanti (responsabili) e persone governate (non necessariamente conniventi), quello restano: parte della strategia bellica, su altri piani.

Fa specie pensare che da quegli stessi ambienti che vorrebbero silenziare Dostoevskij venga la convinzione che sarà la “bellezza” a salvarci… Non c’è bellezza in guerra. Non c’è cultura in chi non lo capisce. [Fabio Cani, ecoinformazioni]

[Nella fotografia: la biblioteca di Sarajevo in fiamme, nell’agosto 1992, trent’anni fa, durante una delle precedenti guerre europee]

1 thought on “Ma cosa c’entra la cultura con la guerra?

  1. bravo Fabio, sempre sul pezzo e con coerenza. Ieri quando ho sentito la notizia della cancellazione delle lezioni su Dostoevskij ho pensato all’iniziativa di qualche collettivo di fuori di testa, ma quando ho letto che si trattava nientemeno che di un pro-rettore, mi sono cadute le braccia. Per l’ennesima volta si dimostra che l’ignoranza, purtroppo, dimora in qualsiasi ambito, anche quello culturale. Ciao. Guglielmo

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