Fridays for future ha chiamato, le città, gli e le studenti hanno risposto. Anche a Como e Milano. Almeno 3000 persone sono scese in piazza nel capoluogo lombardo chiedendo una reale transizione ecologica, il superamento delle logiche di profitto verso la sostenibilità sociale e ambientale e la fine di tutte le guerre.

Oltre alla sigla organizzatrice anche Uds, Cantiere, Link e Arci oltre ai sindacati del lavoro hanno attraversato Milano da largo Cairoli a porta Venezia nel settimo sciopero globale per il clima. 
Data la stretta attualità, era difficile portare in piazza un’analisi che si discostasse dal trinomio profitto-guerra-clima. Il profitto è infatti il denominatore comune tra le bombe che cadono in Ucraina (ma anche in Siria, Palestina e Kurdistan per citarne alcuni) e una situazione ecologica che si fa sempre più irreversibile. Un legame che non è solo teorico e si rende evidente alla prova dei fatti, come dimostra la gestione delle risorse in una società globalizzata bellica. Per fare due esempi, è di pochi giorni prima dell’invasione russa del 24 febbraio l’incontro a tema energetico tra Enel e Putin; parallelamente, la tanto declamata transizione ecologica anziché accelerare è stata posticipata dal governo italiano, una volta che il principale partner energetico è stato marginalizzato dall’Occidente, in favore di un inquinante ritorno al carbone.

A pagare le conseguenze di tutto questo, però, sono le persone. Le vittime della guerra, ma anche quelle degli incendi nelle aree riarse (in Italia con più di 100 giorni senza pioggia si fanno prove di desertificazione), i migranti climatici, coloro che non hanno più lavoro o cibo per via della distruzione dell’ecosistema: è a loro che una politica giusta, che faccia fede al proprio significato etimologico che rimanda al vivere insieme in collettività, dovrebbe fare riferimento. Le istituzioni ed i governi, anziché guardare al portafogli, dovrebbero rivolgere lo sguardo al futuro e chiedersi che mondo si prospettano da qui a dieci anni, tanto poco è il margine che un decennio è abbastanza. Per immaginare un domani per il pianeta serve un cambiamento del paradigma produttivo ed energetico che si rivolga all’umanità anziché all’insostenibilità dell’accumulo sfrenato di denaro. Una rivoluzione che deve partire dal basso e dalle scelte di consumo e trasporto quotidiano dei singoli, ma non può non proiettarsi in scelte politiche su larga scala e tempestive. Una trasformazione che guardi alle esigenze delle persone e, tramite modifiche strutturali, sia benefica per tutte e tutti.

“Persone”, dunque, è la parola chiave. Non è allora un caso che anche il 26 marzo Fridays for future scenderà in piazza, stavolta non di venerdì, a Firenze. Sabato 26 marzo è infatti il giorno di convergenza dell’Insorgiamo tour, organizzato da lavoratori e lavoratrici della ex-Gkn in nome di una rivoluzione dal basso che porti al benessere di chi lavora e, di conseguenza di tutti. Clima, lavoro, pace, anticapitalismo, antimilitarismo, ecologia: non solo le persone, anche i linguaggi convergono, e sembra che solo i potenti non se ne siano accorti.

[Pietro Caresana, ecoinformazioni]

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