Furiose, resistenti, transfemministe

Il 28 settembre milanese non è stata una giornata come tante; né una giornata internazionale per il diritto all’aborto sicuro e libero messa lì più per ricorrenza che per altro. Almeno 1500 persone, principalmente donne e ragazze ma non solo, hanno infatti manifestato, urlato, invaso il capoluogo lombardo con i propri corpi, guidate da Nonunadimeno, per inneggiare a libertà di decisione sul proprio corpo, diritto all’aborto e tutela dalla violenza sistemica patriacale.

Bellə ciao: prontə? Furiosə!, recitava lo striscione sul carro di testa, quello da cui sono stati pronunciati gli interventi che hanno squarciato il silenzio misogino di una società che non dà spazio alle donne e perpetra contro di loro una violenza strutturale, fisica, economica ma anche medica. Furiose dovevano essere, insomma, e sono state furiose le manifestanti che si sono radunate a sfilare per Milano chiedendo molto più della 194, molto più delle leggi e dei discorsi vuoti della politica (che anzi con Giorgia Meloni minaccia restrizioni), ma un reale diritto all’aborto in sicurezza e senza obiettori di coscienza di mezzo.
Furiose erano le manifestanti, col pensiero rivolto alle compagne e sorelle iraniane che quotidianamente vengono oppresse e ora che resistono apertamente vengono uccise in nome della cultura patriarcale della loro terra. Lo testimoniano la storia di Masha Amini, uccisa dalla polizia morale perché non indossava correttamente il velo, ma anche quella di Hadith NaJafi, che ha trovato la morte manifestando per Masha. Lotte lontane, ma che feriscono gli animi di chi crede nella parità dei diritti e nella dignità umana e non solo maschile.
Furiose, anche, per la giustizia sociale che non c’è e che non potrà mai esserci se non si risolverà la questione ambientale così come se non si disarmerà e demilitarizzerà il nord del mondo al più presto. Conflitti e crisi climatica, due fattori apparentemente solo geopolitici, ma che hanno un peso sociale gravoso per le donne ed i fragili, prime a perdere il lavoro e la casa per i disastri ambientali, nonché vittime dei soprusi degli invasori.
Come ha sottolineato un intervento dalla testa del corteo, la furia delle manifestanti era una rabbia costruttiva, quell’ira che porta alla cura, alla sorellanza, all’organizzazione anticapitalista ed antipatriarcale.

La manifestazione, carica di significato oltre che di sentimenti dolorosi, ha attraversato Milano da stazione Centrale al parco Guastalla toccando alcuni punti simbolici dell’oppressione che subiscono, su vari piani sistemici, le donne. Dunque si è passati davanti all’ambasciata degli Usa, quel paese che nel 2022 ha revocato la RoevsWade cancellando di fatto il diritto all’aborto in America; davanti alla prefettura, dove si insedieranno i rappresentanti del governo eletto il 25 settembre, il più fascista dagli anni ’20; di fronte all’università Statale, passaggio che ha suscitato una riflessione sull’abisso di ignoranza riguardo sessualità ed affettività nell’istruzione ma ha anche ricordato quanto poco il settore pubblico dia spazio ad una gestione della propria identità di genere e sessuale, anche sul piano medico; davanti all’ospedale Mangiagalli, simbolo dell’obiezione di coscienza negli ospedali, dilagante in Italia.

È chiaro insomma quanto l’oppressione patriarcale riguardi ogni aspetto dell’esistenza di chi è non maschio. Contro queste logiche di dominio, le manifestanti hanno rivendicato la libertà di arbitrio sul proprio corpo ed il rifiuto di qualunque ingerenza esterna su ciò che le riguarda. Il presente politico presenta un quadro tetro, ma l’organizzazione dal basso e la complicità tra le oppresse e le escluse per genere, provenienza, condizione economica o qualunque altra non conformità, è lo strumento con cui Nonunadimeno ha promesso resistenza al nuovo governo di estrema destra.

La manifestazione è terminata davanti al Mangiagalli, in un momento sentito di rivendicazione di un servizio medico che lo stato dovrebbe alle proprie cittadine, ma che il retaggio sessista di gran parte dei medici impedisce di concretizzarsi come diritto di fatto. Nel promettere battaglia e rivalsa, le manifestanti hanno lasciato una scritta, un inno alla complicità nella resistenza e nella lotta per l’autodeterminazione, ma anche una promessa di cura tra compagne e sorelle contro la violenza che quotidianamente subiscono: non sei sola.

[Pietro Caresana, ecoinformazioni[

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