Acqua di rubinetto, ma troppa plastica

Nella serata di martedì 29 novembre, nella sala consiliare di Cabiate, si è tenuto l’incontro Acqua da bere: dal rubinetto o dalla bottiglia?, organizzato dalla rete Brianza senza plastica. Sono intervenuti, a discutere di questo amletico dubbio, tre portavoce di Como acqua, ente pubblico fornitore anche del comune di Cabiate, e Stefano Magni, ricercatore ed ecotossicologo dell’Università degli studi di Milano Statale.

Quello sulla preferibilità dell’acqua in bottiglia o del rubinetto è un dubbio storico per una società della plastica come quella contemporanea, ma di relativamente semplice soluzione. Sul piano dell’impatto inquinante la scelta appare infatti ovvia, come hanno sottolineato sia Roberto Fumagalli, coordinatore della serata, sia gli esponenti di Como acqua, sia Magni. È infatti chiaro come la produzione di macroplastiche sia un problema troppo grande per ll’antropocene per permettersi di tergiversare su una questione tanto basilare. Dato che, come è stato ampiamente sottolineato in apertura, l’acqua del rubinetto è controllata, è pubblica e costa fino a mille volte meno quella in bottiglia, non paiono esserci problemi nell’optare per la soluzione domestica.
La presenza di residuo fisso calcareo e minerale, che dalle numerose domande del poco ma coinvolto pubblico è risultata essere un vero e proprio spauracchio, non deve preoccupare più di tanto, trattandosi di sostanze che, se assenti, dovrebbero essere integrate in altri modi.
Sollecitato anche dal pubblico, Magni ha però sottolineato che bisogna avere coscienza dei limiti dei controlli da parte di società di erogazione come Como acqua: il loro lavoro è solido sul piano scientifico, ma bisogna tenere presente il fatto che l’acqua è controllata solo fino al contatore. Le tubature delle case sono private, e ciò che accade all’acqua in quel tratto finale ma decisivo sfugge a controlli. Questa obiezione non porta alla conclusione che bisogna temere contaminazioni domestiche e recarsi al supermercato a comprare le bottiglie di plastica. L’invito, razionale e rassicurante, è che le istituzioni monitorino costantemente le tubature pubbliche in sinergia con l’erogatore, e che i privati abbiano coscienza della condizione dei propri impianti: più sono vecchi, più rischi ci sono.
Non mancano d’altro canto le alternative, tra casette dell’acqua comunali e vendita di acqua imbottigliata in vetro, molto meno impattante sul piano ambientale di quella in bottiglia di plastica.

Damiano Ostinelli, di Como acqua

L’intervento di Magni si è invece focalizzato sulla presenza a livello globale e locale di plastiche.
Dopo una breve storia della plastica, che è diventata un elemento essenziale per la produzione da quando se ne è scoperta la vulcanizzazione, il relatore ha sottolineato come in tempi più recenti si sia preso coscienza della sua problematicità a livello ambientale. Attualmente, si registrano cinque macro-isole di plastica tra oceano Indiano (1), Atlantico (2) e Pacifico (2); anche nel Mediterraneo ci sono vari depositi e desta particolare preoccupazione quello nella zona tra costa tirrenica e diade insulare sardo-corsa, dato che si sovrappone al santuario Pelagos, zona cruciale per gli spostamenti dei cetacei.
Vari studi condotti dal gruppo di ricerca in cui lavora Magni nella zona del nord Italia mostrano l’enorme concentrazione di plastiche, anche micro, in laghi e fiumi locali. Una ricerca effettuata nei laghi di Garda, Como, Maggior e d’Iseo hanno mostrato che il lago comasco è al secondo posto per concentrazione di microplastiche al chilometro quadrato, mentre i rilevamenti condotti nei fiumi Olona e Lambro hanno registrato 550 frammenti microplastici per metro cubo nel primo e oltre duemila per metro cubo nel secondo.
Numeri insomma altissimi e che gli stessi depuratori, che pure restituiscono acqua potabile alle utenze, contribuiscono parzialmente ad ingrossare, dato che il loro stesso filtraggio crea rifiuti difficilmente smaltibili. D’altra parte, ha rassicurato il ricercatore, l’impatto delle microplastiche sulla salute animale ed umana sembra essere basso; c’è però il problema, ben più drammatico ed evidente, delle macroplastiche, che portano migliaia di animali ad imprigionamento e morte.

Quello della plastica è, insomma, un problema che non si può non affrontare. Dunque è fondamentale a livello locale ed istituzionale promuovere una cultura anti-plastica almeno quando il suo impiego è evitabile (imballaggi di frutta e verdura, plastica monouso, bottiglie). La questione è sistemica e riguarda da vicino il modello produttivo, ma data la lentezza del cambiamento generale, non si può che avviare prima un’azione di tipo individuale, responsabilizzando il singolo e rendendolo conscio che ogni sua scelta contribuisce a tutelare la biodiversità globale. La necessità di conoscere lo stato dell’inquinamento da plastica è assoluta, date le dimensioni del problema. [Pietro Caresana, ecoinformazioni]

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