Marea transfemminista a Roma
Non poteva essere un 25 novembre come tutti gli altri: l’omicidio di Giulia Cecchettin ed il conseguente clamore mediatico avevano creato un clima di tensione troppo alto per pensare ad una manifestazione rituale. Infatti, i numeri del corteo contro la violenza sulle donne dicono che circa mezzo milione di persone ha attraversato Roma da Circo Massimo a piazza di Porta san Giovanni in una delle due iniziative femministe nazionali (l’altra è stata a Messina); cinquecentomila donne, ragazze, soggettività non conformi, ma anche uomini e ragazzi che, animati da amore e rabbia, hanno tinto di rosa e nero le strade della capitale d’Italia.
Per ovvie ragioni, data la partecipazione, è difficile rendere conto di una manifestazione così composita riepilogando la presenza di tutte le sigle partecipanti. Basandosi sulle persone che si incontravano per le strade romane nella mattinata e sulle restituzioni social di associazioni e movimenti, si può ricostruire uno spezzone studentesco, la presenza di Cgil, Cisl e Uil, una forte adesione da parte dei collettivi locali ma, soprattutto, si può dire che sono scese in piazza tantissime persone animate dalla consapevolezza che il sistema patriarcale, mortifero e discriminante, non può continuare a perpetrarsi impunemente.

Una manifestazione certamente caotica, forse anche per responsabilità di un’organizzazione non impeccabile, ma chiarissima nelle sue rivendicazioni e nella componente emotiva che la animava. Dopo un iniziale minuto di silenzio, a cui è seguito fortissimo il grido di rabbia e dolore della marea femminista, il corteo si è spostato attraverso la città rivendicando la libertà delle donne di esistere al di là dello sguardo e del dominio maschile. Tanti i cori che si sono susseguiti, forti la rabbia e l’amore portati in strada tanto dalle donne presenti quanto dagli uomini che, in un continuo e virtuoso tentativo di decostruzione e di proporre un maschile non tossico ma convivente e complice del femminile, hanno affiancato le proprie sorelle in piazza.



Certamente, la linea conflittuale adottata da Non una di meno non è stata chiaramente percepita da tutte le partecipanti, così come dalla stampa filo-istituzionale. La presenza di bandiere palestinesi, il riferimento all’anticapitalismo e soprattutto all’antispecismo (accolto addirittura dalle risate di scherno di alcune partecipanti) hanno suscitato indifferenza e perplessità, prova di una certa incomprensione del fatto che il patriarcato non è una dinamica avulsa dalla realtà ma al contrario ha trovato nel capitalismo e nei suoi effetti storici un forte alleato, pur precedendo di secoli la società dello sfruttamento del lavoro.
Lo scetticismo con cui sono state accolte alcune delle rivendicazioni delle organizzatrici si spiega dunque così, ma sono diverse le voci che, anziché premere per una consapevolizzazione di chi partecipa ai cortei, hanno preso le parti di chi è scesa in piazza “solo” per rabbia femminista. Persino un’illustre femminista come Adriana Cavarero si è schierata, con riferimento ai contenuti filo-palestinesi del corteo, contro la “deriva ideologica” della manifestazione.
Certamente, le piazze numerose non sempre brillano per consapevolezza politica; questo è un dato storico testimoniato ad esempio dalle vicende di Fridays for future, che dopo un’iniziale ondata di entusiasmo ha visto il proprio movimento sostanzialmente spegnersi. Per contro, però, appiattire le rivendicazioni politiche su un livello gradevole per il pubblico potrebbe significare un depotenziamento dell’impatto delle iniziative di piazza. Andando ancora più nello specifico bisogna riflettere sul fatto che a fronte di un fenomeno, la violenza maschile sulle donne, che miete una vittima ogni tre giorni, ridurre la rabbia che ha spinto mezzo milione di persone in piazza ad effetto del caso mediatico di Giulia Cecchettin significa raccontare una piazza sostanzialmente inconsapevole riguardo le radici profonde di queste tragedie.
Allora, diventa dovere di chi organizza le piazze non solo sottolineare le connessioni sistemiche tra i diversi nodi problematici della contemporaneità, ma anche proporre schieramenti, idee e visioni sul presente alla luce di queste lettura complessive. Se, sul Corriere, Cavarero stessa ammette che allargare gli orizzonti non è mai problematico, allora anche la visione proposta da Nudm dev’essere compresa ed accettata come tale.

Comunque vada, la mobilitazione del 25 novembre è stata un successo a Roma come a Messina ma anche in tante altre città italiane che hanno visto le proprie strade invase dalla rabbia transfemminista. Lucidamente, è utopico immaginare che il patriarcato verrà superato a breve: spetta allora alle tantissime persone che sono scese in piazza mostrare che il sentimento riversato in corteo non era semplice “sdegno d’occasione” bensì rabbia mossa dall’amore, capace di cambiare il sistema e di mettere in discussione il patriarcato e la maschilità violenta verso un ribaltamento sociale e sistemico che si fa sempre più inevitabile e necessario. [Pietro Caresana, ecoinformazioni]

