Chiasso

Mostre/ A Chiasso e Rancate la comunicazione artistica tra Otto e Novecento

Per una singolare coincidenza, due mostre da poco inaugurate in Canton Ticino mettono in evidenza i meccanismi della comunicazione artistica moderna, nel momento del suo nascere tra la metà dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. Proprio per questo stretto rapporto ideale e perché, ciascuna con le proprie specificità, entrambe contribuiscono a illuminare lo stesso argomento, consigliamo di provare a visitarle in sequenza, essendo entrambe – tra l’altro – godibilissime.

La prima (in ordine spaziale provenendo dal Comasco, e in ordine temporale per inaugurazione) è quella del m.a.x.museo di Chiasso dedicata a Marcello Dudovich, grande esponente della cartellonistica pubblicitaria italiana nei primi decenni del Novecento. Il titolo Fotografia fra arte e passione mette in evidenza la particolarità di questa esposizione, dove l’accento è posto sul processo di costruzione dell’immagine grafica finale, spesso fondata su un uso attento del mezzo fotografico come generatore di idee e suggestioni. Dudovich, quindi, utilizza in prima persona la macchina fotografica non solo per prendere “appunti visivi” ma anche per indagare la possibile articolazione della sintassi visiva, del ritmo, della disposizione. È un uso niente affatto ingenuo e strumentale dell’immagine fotografica, che si dispone in continuità con l’altra tecnica di sviluppo della comunicazione, ovvero il disegno. Anzi, l’unico appunto che si può avanzare a questa mostra, originale e stimolante, è proprio di non aver sottolineato appieno questo rapporto dialettico, molto stretto, tra fotografie e disegni nella fase elaborativa dei grandi cartelloni pubblicitari di Dudovich. Tra l’altro, alcuni di questi piccoli studi a matita sono assolutamente deliziosi, ed è importante notare come, nell’usare i differenti mezzi tecnici ed espressivi, Dudovich li valorizzi nelle loro caratteristiche costitutive (ovvero: non scatta fotografie al solo scopo di trarne degli elementi per il futuro cartellone, né disegna schizzi semplicemente di progetto, ma in entrambi i casi sviluppa delle opere che potrebbero anche avere “vita autonoma”), fino al punto che nel cartellone (o nella copertina) finale il risultato, nuovamente ridefinito nelle sue regole generative, è talmente rielaborato che – a volte – è persino difficile riconoscerne gli elementi originali.

L’esposizione di Chiasso trova poi un completamento in una piccola sezione di otto manifesti presentati all’interno del percorso espositivo di Villa Bernasconi a Cernobbio, che – da parte sua – contribuisce a contestualizzare in modo pressoché perfetto le affiches di Dudovich in uno dei più alti esempi architettonici dell’Art Nouveau lombarda. Tra questi cartelloni c’è anche quello per la stagione di spettacoli organizzata nel 1899 al Teatro Sociale di Como, in occasione dell’Esposizione Voltiana.

La seconda mostra è quella, appena inaugurata, della Pinacoteca Züst di Rancate, dedicata a Pittura, incisione e fotografia nell’Ottocento. Il titolo principale Arte e arti è così generico che rischia di generare malintesi, quasi che la mostra presentasse un’ampia raccolta di materiali senza troppe selezioni. Viceversa, quella di Rancate è una mostra di ricerca, tutta tesa a verificare due particolari filoni di indagine: in primo luogo, come si evolve nel corso dell’Ottocento (e – in particolare – intorno alla fatidica data del 1839, quando venne ufficialmente presentata la prima tecnica fotografica del dagherrotipo) l’opera d’arte nelle sue varie possibilità di moltiplicazione e diffusione dell’immagine, fino a entrare a pieno titolo in quell’ “epoca della sua riproducibilità tecnica” che, a partire dal noto saggio di Walter Benjamin, si è rivelata talmente centrale da diventare quasi un formuletta espressiva continuamente ripetuta, e, in secondo luogo, come questa evoluzione si sia ripercossa nella pratica artistica di un cospicuo gruppo di pittori italiani e ticinesi (tra gli altri: Filippo Carcano, Federico Faruffini, Luigi Monteverde, Mosè Bianchi, Uberto Dell’Orto, Francesco Paolo Michetti, Giuseppe Pellizza da Volpedo, Filippo Franzoni, Luigi Rossi, Spartaco Vela).

Nella prima sezione vengono presentate alcune opere di provenienza francese, con al centro le “scuole” di Barbizon e di Arras e il luogo mitico della foresta di Fontainebleau, dove si può seguire quasi passo passo l’elaborazione di un nuovo sguardo artistico a confronto con il contemporaneo evolversi delle capacità del mezzo fotografico. Tra le tecniche particolari messe a punto dopo la presentazione della fotografia, c’è anche il cliche-verre, in cui una lastra di vetro affumicata viene “incisa” (semplicemente asportando parti della materia che annerisce il vetro) così da poterla poi usare più o meno come un negativo fotografico, stampando su carta sensibile più copie dello stesso disegno “autografo” dell’artista. Di questa tecnica sono presentati in mostra alcuni esempi di Corot, Millet, Daubigny e anche dell’italiano Antonio Fontanesi.

L’indagine prosegue poi, con la seconda sezione, entrando nel vivo dei laboratori degli artisti, da cui sono stati recuperati esempi straordinariamente significativi dell’utilizzo delle immagini fotografiche e del rapporto dialettico che si instaura tra esse (quasi sempre materiali di studio) e l’opera finale (quasi sempre un dipinto a olio, da cavalletto). Si capisce così che lungi dall’essere un mero ausilio della memoria o una comoda scorciatoia per evitare le lunghe sedute per i ritratti, le fotografie intervengono nel processo creativo degli artisti con un ruolo di stimolo e suggestione, proponendo nuovi tagli dell’immagine o anche evidenziando particolari ed espressioni che “a occhio nudo” sarebbe difficile cogliere. Anche in questo caso, come poi per Dudovich, l’uso della macchina fotografica è tutt’altro che ingenuo, è anzi estremamente sorvegliato e – a tratti – persino sperimentale: gli artisti testano sequenze e montaggi, non si limitano a “copiare” le fotografie. Si direbbe quasi che imparano a fotografare secondo il loro stile pittorico, rinnovando in questo modo persino il modo di usare la fotografia (ed è una cosa ancora diversa dall’emergere di uno stile “pittorialista” nella fotografia dell’Ottocento). L’esempio più significativo è – secondo la mia sensibilità personale – in una fotografia e in un dipinto di Spartaco Vela, intitolati Alla cava, dove lo scatto fotografico originale comprende una figura “mossa” in primo piano che sembra davvero ispirata da un quadro, e che proprio per questo riesce a moltiplicare la forza “documentaria” dell’immagine.

Si può aggiungere che altre ricerche, anche in ambito comasco, hanno ulteriormente confermato questo modo di procedere degli artisti tra Otto e Novecento e che quindi sarebbe ora che tali considerazioni entrassero a pieno titolo nella narrazione storico-artistica.

Nell’esposizione di Rancate tutto ciò è mostrato con metodo e chiarezza, facendo leva su un gruppo di opere di notevole livello e di efficace comunicativa.

Alla fine, resta la netta sensazione che osservare e considerare con la doverosa attenzione questi quadri, cartelloni, fotografie e incisioni serva anche a capire come funziona – nella nostra vita quotidiana – l’ossessiva presenza della comunicazione visiva.

[Fabio Cani, ecoinformazioni]

L’allestimento al m.a.x.museo a Chiasso

L’allestimento a Villa Bernasconi di Cernobbio

L’allestimento alla Pinacoteca Züst di Rancate

Marcello Dudovich (1878-1962) fotografia fra arte e passione

a cura di Roberto Curci e Nicoletta Ossanna Cavadini

Chiasso (CH), m.a.x. museo, via Dante Alighieri 6

29 settembre 2019 – 16 febbraio 2020

Orari: martedì-domenica 10-12, 14-18; lunedì chiuso

Ingresso: CHF/euro 10, ridotto CHF/euro 7

Info: 004158 1224252, http://www.centroculturalechiasso.ch

Cernobbio, Museo Villa Bernasconi, largo Campanini 2

Orari: lunedì-venerdì 14-18; sabato e festivi 10-18

Info: 031 3347209, http://www.villabernasconi.eu

Ingresso: euro 8, ridotto euro 5

Arte e arti

Pittura, incisione e fotografia nell’Ottocento

a cura di Matteo Bianchi, con la collaborazione di Mariangela Agliati Ruggia, Elisabetta Chiodini

Rancate (Mendrisio), Pinacoteca Züst

20 ottobre 2019 – 2 febbraio 2020

Orari: martedì-venerdì 9-12, 14-18; sabato-domenica e festivi 10-12, 14-18; lunedì chiuso

Ingresso: CHF/euro 10, ridotto CHF/euro 8

Info: 004191 8164791, http://www.ti.ch/zuest

Dal 24 febbraio/ Ercolano e Pompei riscoperte a Chiasso

La nuova mostra del m.a.x. museo di Chiasso, inserita nella serie volta all’indagine della grafica storica, è dedicata alle immagini di Ercolano e Pompei, ovvero a una delle più affascinanti storie di (ri)scoperta del mondo antico.

Da quando, quasi tre secoli fa, nella campagna partenopea, si cominciarono a rinvenire i resti di importanti città sepolte (ci si imbattè casualmente in Ercolano nel 1738 e, dieci anni dopo, altrettanto fortuniosamente in Pompei), due problemi sono sempre stati all’ordine del giorno: la conservazione dei resti via via più imponenti e complessi venuti alla luce e la loro documentazione. A ben guardare, in verità, i problemi sono due prospettive diverse sulla stessa, fondamentale questione, poiché la conservazione non può che procedere dalla conoscenza.

La scoperta di Ercolano e Pompei si sviluppa, quindi, nell’arco di questi decenni, tanto sul terreno quanto sulla carta, producendo una mole considerevole di lettere, taccuini, disegni, rilievi, incisioni, litografie, gouaches, fotografie e cartoline. Ai posteri – quali noi siamo – tali documenti consentono non solo di seguire passo passo l’acquisizione delle conoscenze ma anche di verificare la continua evoluzione dei modi di documentazione, rappresentazione, comunicazione.

L’esposizione di Chiasso, che presenta oltre 300 opere provenienti da più di venti istituzioni di quattro nazioni (Italia e Svizzera, ovviamente, ma anche Francia e Stati Uniti), consente di seguire questo doppio binario, con in più il fascino di immagini particolarmente evocative e accattivanti. Soprattutto perché, fin dalle prime scoperte, risultò chiaro che la peculiarità dei ritrovamenti di Ercolano e Pompei consisteva proprio nell’aver conservato non solo gli elementi “monumentali” del passato classico, ma anche le tracce consistenti della vita quotidiana, degli ambienti domestici, dei dettagli più minuti. Nell’immane tragedia che fu quell’eruzione, le ceneri del Vesuvio hanno conservato un’immagine particolarmente vivida del mondo antico.

Per una volta almeno, quindi, i rilievi, le planimetrie e le vedute restituiscono un’immagine animata, quasi mutevole di quei luoghi. Aver avvicinato alle “riproduzioni” anche gli originali (sono più di venti i reperti antichi provenienti dal Museo Archeologico Nazionale di Napoli in mostra a Chiasso) aggiunge un ulteriore elemento di fascino, e consente di verificare dal vivo non solo l’abilità dei disegnatori, degli incisori e dei litografi, ma anche di comprendere i codici di trascrizione del reale (e di conseguenza la progressiva elaborazione di una “lingua grafica” archeologica).

In questa vastissima opera di comunicazione, moltissimi sono i personaggi coinvolti, tra cui non pochi stranieri, avidi di attingere alle fonti della classicità, professionisti dell’arte e dell’architettura, ma anche “turisti” particolarmente colti e attenti: inglesi, francesi, così come svizzeri e ticinesi.

Insomma: dalla prospettiva privilegiata di un lembo di terra partenopea è possibile guardare con occhi diversi alla riscoperta della classicità e – al tempo stesso – alla conquista della modernità.

[Fabio Cani, ecoinformazioni]

 

Alcune immagini dell’allestimento e delle opere esposte:

 

Ercolano e Pompei:

visioni di una scoperta

a cura di Pietro Giovanni Guzzo, Maria Rosaria Esposito, Nicoletta Ossanna Cavadini

25 febbraio – 6 maggio 2018

Chiasso, m.a.x. museo, via Dante Alighieri 6

L’inaugurazione ufficiale della mostra sabato 24 febbraio 2018 alle ore 16.30 è seguita  alle 18.30 da una conferenza di Pietro Giovanni Guzzo, già soprintendente di Napoli e Pompei.

Orari: martedì-domenica 10-12 14-18, lunedì chiuso

Ingresso: CHF/euro 10, ridotto CHF/euro 7; ingresso gratuito ogni prima domenica del mese

Info: 004191 6950888, http://www.centroculturalechiasso.ch

 

Fotografie come antidoto al razzismo

Appena varcata la frontiera elvetica (quella frontiera chiusa per tanti migranti) si incontra una sfilata di volti: donne, uomini, bambini, bambine, giovani, vecchi… Sono tutti ritratti della razza umana, eseguiti dallo studio di Oliviero Toscani in collaborazione con le Nazioni Unite Human Rights.

L’esposizione in strada è una sezione “esterna” della mostra dedicata al fotografo al m.a.x.museo di Chiasso, ma è soprattutto un invito a tutte le persone a guardare gli altri, vicini e lontani, così da comprendere quanto siano privi di senso tutti i deliri sulle “razze”.

Nella sua elegantissima semplicità, la mostra è un ottimo antidoto, senza effetti collaterali.

Basta attraversare la frontiera. Chi può.

[Fabio Cani, ecoinformazioni]

Arte/ La grafica di Enzo Cucchi allo Spazio Officina di Chiasso

La nuova mostra dello Spazio Officina di Chiasso è dedicata a Enzo Cucchi, uno dei maestri dell’arte italiana degli ultimi decenni, con una doppia prospettiva: da una parte rinsaldare il suo legame con le terre ticinesi (tra i suoi lavori è molto noto l’intervento nella cappella di Santa Maria degli Angeli sul Monte Tamaro, progettata dall’architetto Mario Botta) e dall’altra approfondire il versante propriamente grafico della sua opera.

Per quest’ultimo aspetto l’esposizione di Chiasso è una novità assoluta, ed è organizzata attorno a due poli fondamentali, costituiti dalle nuove 21 incisioni appositamente realizzate per questa occasione dallo Studio Lithos di Como – collocate in sequenza sulla parete che fa da ingresso – e dalla “scala” su cui sono presentati molti dei suoi innumerevoli libri d’artista – posta come centro prospettico di tutta l’esposizione sulla parete di fondo. Ad articolare il percorso dall’uno all’altro capo diverse altre decine di opere, tra cui sei sculture qui presentate al pubblico per la prima volta.

L’allestimento è, come ormai consuetudine dello Spazio Officina, di estrema chiarezza, e nient’affatto affollato, il che consente di cogliere al meglio le caratteristiche dei diversi lavori e, più in generale, l’evoluzione del linguaggio artistico di Cucchi, che a prima vista appare di facile lettura, ma che poi mostra, a una più meditata analisi, tutta la sua ricchezza di sintassi e di significati, anche in rapporto alle differenti dimensioni (si va da fogli quasi miniaturizzati a superfici grandissime, e nel campo dei libri d’artista da formati classici a strisce lunghe e quasi infinite).

La mostra è quindi un catalogo di sperimentazioni, «non tutte perfettamente riuscite» come ha sinceramente ammesso il figlio dell’artista, Alessandro, che da tempo ne cura l’archivio, ma tutte tese al raggiungimento di particolari obiettivi espressivi.

In attesa del catalogo, che costituirà la schedatura completa delle grafiche del maestro, e che quindi garantirà una analisi scientifica della sua opera, ci  si può abbandonare al piacere di abbracciare, sinteticamente, con uno sguardo, cinquant’anni di storia dell’arte moderna.

[Fabio Cani, ecoinformazioni]

 

 

Enzo Cucchi

Cinquant’anni di grafica d’artista

10 giugno – 23 luglio 2017

Chiasso, Spazio Officina, via Dante Alighieri 4 

Orari: martedì venerdì 14-18; sabato-domenica 10-12, 14-18; lunedì chiuso

Info: http://www.centro culturalechiasso.ch

Ingresso: intero CHF/euro 7; ridotto CHF/euro 5; scolaresche CHF/euro 5.

 

Mostre/ A Chiasso La Rinascente e 100 anni di comunicazione

La Rinascente nacque, cento anni fa a Milano, sotto una costellazione di auspici del tutto particolare: già il fatto che a escogitare il suo nome fosse stato chiamato un letterato (Gabriele D’Annunzio) è un fatto singolare, ma poi si capì subito che le strategie di vendita (ma nessuno, all’epoca, le avrebbe chiamate così) di questi grandi magazzini sarebbero state profondamente innovative, con un’enfasi particolare data alla comunicazione visiva, non solo nei cartelloni, ma anche negli allestimenti.

Quindi, La Rinascente e la sua storia centenaria sono soggetti praticamente perfetti per una mostra; basta scegliere tra gli infiniti materiali prodotti (e documentati) per avere una serie significativa di reperti capaci di (anzi: costitutivamente creati per) raccontare le trasformazioni sociali, culturali, comportamentali dell’Italia degli ultimi cento anni. L’unico imbarazzo risiede, appunto, nell’inevitabile decimazione della mole sterminata di manifesti, pubblicità, fotografie, oggetti…

Il m.a.x.museo di Chiasso ha ovviamente scelto, data il suo impegno di indagine sulla storia e l’attualità della grafica, la strada di privilegiare la comunicazione visiva, allineando una notevole selezione dei diversi materiali promozionali che hanno dato un volto e una fisionomia riconosciuta a livello di massa alla Rinascente.

Si comincia con i cartelloni della fine degli anni Dieci del Novecento, realizzati da alcuni grandi maestri della grafica “artistica” del periodo (da Marcello Dudovich ad Achille Luciano Mauzan a Leopoldo Metlicovitz) e si finisce con i servizi fotografici degli anni Sessanta-Settanta, firmati tra gli altri anche da un giovane Oliviero Toscani.

Al centro c’è la “stagione svizzera”: centrale sia perché esemplifica in modo esemplare il rapporto tra la cultura visuale elvetica e le nuove esigenze delle aziende italiane, appena uscite dalle devastazioni della lunga seconda guerra mondiale, sia perché in quella stagione ebbe un ruolo fondamentale Max Huber, a cui il museo di Chiasso è dedicato.

Questo momento della produzione pubblicitaria e comunicativa della Rinascente è degno di essere, ancora una volta, attentamente considerato, in quanto costituisce uno dei momenti “fondanti” della cultura visiva attuale e rischia quindi di essere sottovalutato: con la consueta disattenzione dei “posteri” si finisce per considerare ovvie le scelte che allora erano dirompenti (tanto ormai ci siamo abituati). Poche indicazioni che in mostra possono essere verificate dal vero, al cospetto dei bellissimi materiali originali: l’estetica “del frammento”, che il postmodernismo avrebbe reso familiare e quasi banalizzato, trova qui una delle sue origini, in una ricerca continua di relazione, sovrapposizione, evidenziazione (e si noti che quello che oggi è alla portata di qualsiasi dilettante, nemmeno troppo evoluto, grazie agli strumenti informatici, doveva allora essere conquistato duramente con ricerche, prove ed errori quotidiani); anche la dialettica tra le diverse tradizioni grafiche ha nella comunicazione della Rinascente uno dei suoi momenti più interessanti.

Basta porre attenzione al suo marchio (logotipo, per usare il corretto tecnicismo); qui Max Huber nel 1950 mette in relazione diretta ben tre caratteri (due nella versione abbreviata “lR” che diventerà famosissima): il corsivo del neoclassico carattere Bodoni (esempio della tradizione più alta della tipografia classica che da Parma dettò letteralmente le regole all’intero mondo occidentale) con le sue grazie per “la”, il tondo “a bastone” senza grazie per il nome della ditta, scritto in Futura (carattere razionalista disegnato dal grafico tedesco Paul Renner nel 1928, basato su un uso rigoroso delle forme geometriche elementari), ma poi per l’iniziale “R” di grandezza maggiore (di ordine gigante, bisognerebbe dire, se fossimo in architettura) introduce anche il Gill Sans, carattere pure moderno (disegnato da Eric Gill negli anni Venti), ma più morbido, con le sue curve non semplicemente circolari, e quindi perfetto per fare da tramite tra i mondi della classicità e dell’attualità.

Ecco: basta far mente locale a quanto può essere detto e ragionato sui vari materiali esposti, per capire quanto ricca è la mostra, pur nelle sue dimensioni come sempre contenute.

Ci si può soffermare, ad esempio, sugli stupendi bozzetti a matita di Dudovich, esposti a fronte dei manifesti di grandi dimensioni dello stesso autore, oppure sulle fotografie di Serge Libiszewski, oppure ancora sui disegni essenziali di Lora Lamm…

Ma l’elenco è lungo: Albe Steiner, Giancarlo Iliprandi, Brunetta Mateldi Moretti, Roberto Sambonet, Massimo Vignelli, Bob e Ornella Noorda, Aoi Huber Kono, Heinz Weibl, Bruno Munari, Franco e Jeanne Grignani, Italo Lupi, Carlo Pagani, Richard Sapper, Aldo Ballo, Ugo Mulas, William Klein e altri ancora. Ad alcuni di questi, negli anni passati, il m.a.x.museo ha già dedicato mostre di approfondimento, e il fatto stesso che questa mostra dedicata a La Rinascente sia una sorta di riassunto della storia della comunicazione visiva del Novecento, ne mette in evidenza l’importanza.

In sintesi: una mostra davvero imperdibile, con la raccomandazione di abbinarla a quella, che si annuncia altrettanto interessante, che al centenario dei grandi magazzini verrà dedicata, a partire dalla prossima settimana, a Palazzo Reale di Milano.

[Fabio Cani, ecoinformazioni]

 

Alcune vedute degli spazi della mostre e dei materiali esposti

 

La Rinascente. 100 anni di creatività d’impresa attraverso la grafica

a cura di Mario Piazza, Nicoletta Ossanna Cavadini

20 maggio – 24 settembre 2017

Chiasso, m.a.x.museo, via Dante Alighieri 6

Orari: martedì-domenica 10-12, 14-18; chiuso lunedì

Ingresso: CHF / Euro 10; ridotto CHF / Euro 7; scolaresche e gruppi CHF / Euro 5

Info: http://www.centroculturalechiasso.ch/m-a-x-museo

 

Arte+musica/ A Chiasso un secolo di jazz

La musica è da ascoltare, ma spesso anche da vedere. Il jazz, in particolare, ha una fortissima valenza visiva, determinata non solo dalla potenza delle performances dei vari musicisti sui palco, ma anche da tutti gli aspetti comunicativi connessi a questa forma di espressione sonora.

Non ci si può quindi stupire se, tra tutti i generi musicali, il jazz è forse quello a cui più frequentemente sono dedicate esposizioni.

Questa è la volta dello Spazio Officina di Chiasso che celebra il centenario della prima incisione discografica di un’orchestra dixieland proponendo un’ampia selezione di immagini e oggetti: fotografie, copertine di dischi, manifesti, filmati e documentari, fonografi, giradischi e qualche strumento musicale. La varietà della proposta visiva è forse la caratteristica saliente della mostra, che stimola diverse riflessioni proprio secondo i materiali presentati.

La parete d’ingresso, per esempio, è dedicata al centenario della prima incisione discografica, realizzata a New York dall’Original Dixieland Jass Band, un complesso di New Orleans guidato dal trombettista italo-americano Dominic James “Nick” La Rocca. E il fatto che il primo documento registrato di questo genere musicale considerato l’espressione più alta della cultura afroamericana sia opera di un’orchestra bianca (così come bianchi sono tutti i musicisti ritratti nelle fotografie che aprono la mostra di Chiasso) non può non suscitare qualche riflessione. Il jazz, in effetti, è musica meticcia per eccellenza, in cui gli apporti di tutte le culture importate nel continente americano (e non solo quelle “deportate” dall’Africa) svolgono un ruolo significativo; ma non si deve nemmeno dimenticare che questa musica, da subito immessa nel e condizionata dal circuito discografico-commerciale, si è spesso dovuta confrontare con dinamiche di esclusione che hanno fatto sì che fino a tempi recenti le più dirette espressioni della cultura popolare (afroamericana in particolare) siano state marginalizzate a vantaggio delle versioni un po’ più “educate”. Non è quindi un caso che la prima incisione jazz sia “bianca” e che il primo film sonoro The Jazz singer metta in scena la passione di un “bianco” per il jazz fino al punto da travestirsi da “nero”. D’altra parte questa musica ha generato una grande fascinazione sulla cultura europea, con numerosi esempi di incontro fra tradizione “classica” e modelli musicali jazz. E, ancora, ha intrattenuto con la cultura afroamericana una relazione dinamica, fino al punto che alcuni musicisti avrebbero voluto abbandonare la dizione “jazz” per adottare quella di “great black music”.

Ovviamente, tutti questi discorsi, e altri ancora, restano sottotraccia nell’esposizione di Chiasso, ma possono effettivamente fare da sfondo alla visione delle centinaia di copertine di dischi e delle decine di fotografie. In particolare, le copertine meritano una considerazione che non si limiti al compiacimento estetico (alcune, peraltro, sono davvero di una straordinaria qualità) ma ricerchi gli elementi espressivi dell’incontro di tante culture e tante esigenze diverse. Ci si può applicare per esempio a trovare i punti di incontro tra le avanguardie musicali e visive (Josef Albers, tra gli altri, sperimentò in più di un progetto grafico una sorta di trascrizione visuale del ritmo musicale), ma anche quelli tra culture popolari (tra i grafici italiani è nota l’opera di Guido Crepax, più conosciuto dal grande pubblico per le sue storie a fumetti, dove peraltro spesso sono distribuiti richiami al jazz che evidentemente l’architetto-disegnatore amava moltissimo), oppure ancora tra esigenze commerciali e aspirazioni culturali. Ma non bisogna mai dimenticare che queste immagini sono le “copertine” delle musiche, e quindi ci si può divertire a cercare i rapporti tra generi musicali e grafici (alcuni artisti e alcune collane discografiche, per esempio, decisero una propria linea particolarmente individuabile).

Di fronte alle copertine e ai manifesti sono presentate le immagini fotografiche di Roberto Polillo (collaboratore del padre Arrigo, uno dei più noti critici jazz italiani) e di Maurizio Ruggeri: anche qui la varietà degli approcci e degli esiti è notevole.

Per finire una piccola raccolta di documenti sonori-visivi e di strumenti musicali, tra cui non mancherà di suscitare interesse la fisarmonica di Gorni Kramer, notissimo per le sue esibizioni televisive dei decenni passati, ma altrettanto importante per la sua opera di promozione del jazz in Italia (e non si dovrebbe fare a meno di chiedersi qualcosa sul rapporto ideale tra questo strumento così poco “africano” ma così tanto popolare e la musica jazz).

In mostra c’è quindi un pezzo significativo della cultura della contemporaneità, assai meno estemporanea di quanto il titolo potrebbe far credere.

[Fabio Cani, ecoinformazioni]

 

Un secolo di jazz. La creatività estemporanea
Spazio Officina
Chiasso, via Dante Alighieri 4

19 marzo – 30 aprile 2017

Orari: martedì-venerdì ore 14.00-18.00, sabato-domenica 10.00-12.00 14.00-18.00, lunedì chiuso
Ingresso: CHF/Euro 7.-, ridotti CHF/Euro 5.-

Informazioni: http://www.centroculturalechiasso.ch

A Chiasso una manifestazione contro le frontiere

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Nel pomeriggio di giovedì 2 febbraio una sessantina di persone ha partecipato a un presidio-volantinaggio organizzato a Chiasso in Piazza indipendenza dal collettivo svizzero Nemici e nemiche di ogni frontiera.
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Donazioni: in mostra a Chiasso percorsi di creatività contemporanea

È visitabile dal 12 novembre 2016 fino all’8 dicembre la nuova mostra del centro culturale di Chiasso, allestita allo spazio officina e dedicata – per la prima volta – alle proprie collezioni museali.

Il centro museale di Chiasso è giovane, fondato sulle due realtà del m.a.x.museo e dello Spazio Officina: risale al 2005 l’iniziativa della Fondazione Max Huber-Kono poi raccolta nel 2010 dall’amministrazione comunale di Chiasso. L’intenso lavoro, soprattutto espositivo, di questi anni ha prodotto i suoi frutti: molti artisti hanno riconosciuto nei piccoli e attivi musei di Chiasso un possibile approdo, soprattutto nel campo della grafica, che è uno dei terreni di elezione del m.a.x.museo, nato per valorizzare la memoria e sviluppare le relazioni culturali di Max Huber, uno dei grandi esponenti della cultura grafica del Novecento.

Sono così arrivate a Chiasso, come Donazioni (è il titolo della mostra), molte opere di personalità artistiche contemporanee, a volte a seguito di mostre tenutesi proprio al m.a.x.museo (come per Dario Fo e Gillo Dorfles) ma in molti altri casi sono semplicemente un segno di affetto e di interesse.

Nella mostra soni esposti oltre cento esemplari, appartenenti tanto ai linguaggi figurativi e quanto a quelli astratti (sia geometrici che informali), fondati tanto sul rapporto bianco-nero quanto sui colori; sono rappresentate molte scelte stilistiche dall’arte povera allo spazialismo, dal graphic design alle contaminazione con la fotografia.

Il catalogo ha l’originale forma di un “raccoglitore di schede, con l’intento di rendere evidente sia il lavoro di “schedatura” e di “accumulo” del materiale, sia la sua provvisorietà nella speranza di ampliare continuamente le collezioni.

L’ampio e sobrio ambiente dello Spazio Officina valorizza l’esposizione, pensata per un pubblico curioso, non necessariamente di addetti ai lavori.

[Fabio Cani, ecoinformazioni]

 

Un momento della conferenza stampa di presentazione

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Alcune vedute dell’esposizione

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Donazioni I. Percorsi della creatività dal Novecento al nuovo Millennio

a cura di Luigi Sansone e Nicoletta Ossanna Cavadini

Spazio Officina

via Dante Alighieri 4

Chiasso

12 novembre 2016 – 8 dicembre 2016

 

Orari: martedì-venerdì ore 14.00-18.00, sabato-domenica ore 10.00-12.00 14.00-18.00, lunedì chiuso

 

Ingresso

Intero: CHF/Euro 7.-

Ridotto (AVS, AI, studenti, TCS, TCI, FAI SWISS, FAI, convenzionati): CHF/Euro 5.-

Scolaresche e gruppi di minimo 15 persone: CHF/Euro 5.-

Metà prezzo: Chiasso Card

Gratuito: bambini fino a 7 anni, giornalisti, Passaporto Musei svizzeri, ICOM, Visarte, Aiap, associazione amici del m.a.x. museo

Entrata gratuita ogni prima domenica del mese.

In mostra a Chiasso la grafica pubblicitaria di Federico Seneca

Si inaugura sabato 8 ottobre alle ore 17 la nuova mostra del m.a.x. museo di Chiasso, dedicata a Federico Seneca, uno dei protagonisti dell’immagine grafica del Novecento.

Certamente il suo nome è meno famoso delle sue opere (quanti saprebbero dire che che è lui l’autore delle illustrazioni dei Baci Perugina? e sarebbe meglio pensarlo come l’ideatore del “concetto” stesso dei Baci, se non si vuole usare l’espressione esterofila più corrente di concept), ma basta un rapido giro per l’esposizione di Chiasso per convincersi che ci siamo nutriti a lungo delle immagini e delle suggestioni da lui elaborate.

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La mostra ha quindi il merito di proporre non solo le sue opere più note (quelle per Perugina e Buitoni, in primo luogo, di cui fu art director, quando ancora non si diceva così: uno dei primi in Italia) ma anche molte altre, meno universalmente riconosciute, ma altrettanto interessanti, a partire dai suoi esordi art-nouveau nella natia Fano, fino ad arrivare alle sue creazioni più asciutte e quasi astratte degli ultimi anni.

Soprattutto, il lavoro delle curatrici – grazie anche alla totale disponibilità della famiglia Seneca, che ha conservato moltissimi materiali, e di un’istituzione museale di importanza fondamentale come la Collezione Salce di Treviso – riesce a mettere in evidenza il percorso creativo e progettuale di Federico Seneca, a tratti straordinariamente innovativo e personale.

Di grandissimo interesse sono per esempio i modelli in gesso, modellati dal lui stesso, per darsi la possibilità di studiare gli effetti di luce e di ombre da restituire poi nell’elaborazione grafica per le opere a stampa: un procedimento che può apparire oggi incredibilmente complesso e che invece affonda le sue radici nell’arte “classica” del disegno, ben diversa dalla concezione iconica contemporanea che ritiene l’immagine fin dall’origine a due dimensioni.

Altrettanto notevoli, e altrettanto stimolanti, sono le sue schematiche articolazioni della disposizione delle figure umane: una schematizzazione “astratta” che, più ancora che alle formalizzazioni del razionalismo tedesco degli anni Trenta, sembra alludere alle sperimentazioni pop dei decenni più recenti.

L’allestimento dell’esposizione è chiara e narrativamente ineccepibile: la successione delle varie elaborazioni relative allo stesso soggetto, o allo stesso prodotto, riesce davvero a rendere vivo il processo ideativo di Federico Seneca, e al tempo stesso la continua variazione delle tipologie proposte (grandi manifesti, pagine a stampa, bozzetti, schemi, prove di stampa, sculture eccetera) permette una fruizione attenta e divertita dell’intero percorso.

Alla fine la sensazione iniziale di avere “già visto” tutte quelle figure si mischia con quella conclusiva di averle “viste davvero” solo adesso.

[Fabio Cani, ecoinformazioni]

 

Alcune immagini dell’allestimento

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Federico Seneca (1891-1976). Segno e forma nella pubblicità

a cura di Marta Mazza e Nicoletta Ossanna Cavadini

m.a.x. museo

via Dante Alighieri 6

Chiasso

9 ottobre 2016 – 22 gennaio 2017

 

Orari: martedì-domenica ore 10.00-12.00, 14.00-18.00, lunedì chiuso

 

Ingresso

Intero: CHF/Euro 10.-

Ridotto (AVS, AI, studenti, TCS, TCI, FAI SWISS, FAI, convenzionati): CHF/Euro 7.-

Scolaresche e gruppi di minimo 15 persone: CHF/Euro 5.-

Metà prezzo: Chiasso Card

Gratuito: bambini fino a 7 anni, giornalisti, Passaporto Musei svizzeri, ICOM, Visarte, Aiap, associazione amici del m.a.x. museo

Al m.a.x. museo di Chiasso le immagini di città

Nell’ambito della nuova stagione espositiva, quest’anno dedicata al tema della memoria, il m.a.x. museo di Chiasso propone la mostra Imago Urbis, ovvero La memoria del luogo attraverso la cartografia dal Rinascimento al Romanticismo.

A dispetto del sottotitolo, che vorrebbe indirizzare a un approccio in qualche modo specialistico, si tratta di una mostra “generalista”, che non si limita affatto alla cartografia ma spazia su tutti i modelli della raffigurazione urbana, sia per quel che riguarda le tecniche di produzione (xilografia, calcografia, litografia), che per quello che attiene alle destinazioni (scientifiche, militari, celebrative, turistiche…), ma anche per quel che riguarda gli oggetti di interesse (dall’area ticinese e comasca, a quella svizzera in generale, ai grandi centri italiani: Venezia, Firenze, Roma, Napoli). In mostra anche un mappamondo celeste e un paio di strumenti utilizzati per la rilevazione delle misure indispensabili alla redazione delle carte, tra cui la tavoletta pretoriana, grande protagonista della precisa verifica del territorio lombardo per la redazione del catasto cosiddetto “teresiano”.

Tale ampiezza di orizzonte permette di infilare una serie di pezzi di grande valore e di certa curiosità. Se la grande veduta “a volo d’uccello” di Venezia, edita da Iacopo de Barbari nel 1500, composta di sei grandi fogli (in questo caso eccezionalmente affiancati da una delle matrici xilografiche) è un capolavoro riconosciuto e ripetutamente citato e riprodotto (ma vederlo da vicino, nelle sue dimensioni eccezionali, è un’esperienza irriproducibile), altre carte sono delle autentiche sorprese; tra le tante, quelle provenienti dalle raccolte borboniche, e ricomposte a suggerire la sala delle carte geografiche che non mancava mai in una dimora di una certa importanza (se ne ritrovano a iosa anche negli antichi inventari comaschi), affiancano alle grandi città d’Europa e del mondo i rilievi delle isole “napoletane” del Tirreno, oggetto di raffinate opere grafiche (una carta planimetrica di Procida appare quasi come un quadro d’arte).

Nell’ultima parte, dedicata all’Ottocento, a far la parte del leone sono soprattutto le vedute, genere che, in concomitanza con il progressivo affermarsi della cultura turistica, conobbe una diffusione enorme di tutta Europa e che ebbe nella regione dei laghi prealpini uno degli oggetti privilegiati d’interesse.

Ma non si deve dimenticare che in questo passaggio epocale, l’identità di oggetti raffigurati (le città) nasconde un cambio di paradigma fondamentale, che dall’oggettività della rilevazione e della misurazione conduce alla soggettività della raffigurazione artistica. Così come non si deve dimenticare neppure che molto spesso queste opere più che ausili della memoria ambivano a diventarne dei veri e propri sostituti, proponendo il viaggio con la fantasia al posto di quello, assai più costoso, con i mezzi di comunicazione.

Oggi, in un certo senso, possiamo adottare la stessa strategia per viaggiare non nello spazio ma nel tempo, cercando di immaginare cosa due o tre o quattro secoli fa il pubblico si sforzasse di vedere in quei ritratti di città, e – reciprocamente – cosa si sforzassero di far loro vedere i produttori di queste immagini. Da questo punto vista, e l’espressione è perfettamente pertinente, la mostra di Chiasso fornisce una grande quantità di spunti e di riflessioni, con l’esposizione di una notevole serie di esempi.

In occasione dell’inaugurazione, domenica 28 febbraio a partire dalle 16, ci sarà la possibilità di ascoltare una conferenza del professor Cesare De Seta, curatore della mostra assieme alla direttrice del museo Nicoletta Ossanna Cavadini, presso il foyer del teatro di Chiasso, vicinissimo al m.a.x. museo, alle ore 18.

[Fabio Cani, ecoinformazioni]

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Un mappamondo celeste.

 

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La grande veduta a volo d’uccello di Venezia 1500.

 

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La tavoletta pretoriana.

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