Giusto Della Valle

5-21 maggio/ Migrants

Como i profughi alla stazione di San Giovanni

Non solo fotografi, ma persone disponibili a fare la loro parte mentre altri, anche nelle istituzioni,  non fanno neppure ciò che sarebbe doveroso. Sono così Mattia Vacca e Carlo Pozzoni e le loro foto avranno molti effetti preziosi. Il primo per ciò che rappresentano, una realtà sulla quale tutti dovrebbero aprire gli occhi. Il secondo perché le loro foto alla fine della mostra saranno vendute all’asta, e per l’occasione verranno resi disponibili alla vendita anche due quaderni con una foto per ogni autore in copertina. Nel seguito la presentazione della mostra.
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16 febbraio/ All’altezza dello sguardo

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All’altezza dello sguardo, il video di Claudio e Giulio Fontana, sarà proiettato giovedì 16 febbraio alle 21 allo Spazio Gloria in via Varesina 72 a Como. La serata, organizzata da Como senza frontiere con Arci ecoinformazioni e Arci Xanadù, è a ingresso libero. Alla prima di All’altezza dello sguardo. Persone che migrano e persone che accolgono, per raccontare chi ha saputo accogliere e sostenere Como senza frontiere, interverranno gli autori e don Giusto della Valle. (altro…)

Ventimiglia e Como/ Accoglienza a confronto

giustomarmotavoloNel tardo pomeriggio di martedì 7 febbraio Como senza frontiere ha incontrato, all’oratorio di Rebbio con don Giusto della Valle, Maurizio Marmo, direttore della Caritas diocesana di Ventimiglia-Sanremo, venuto a Como per valutare la situazione di frontiera e confrontarla con quella della città ligure. Presente anche una delegazione di Medici senza frontiere. Durante l’incontro, un dialogo durato circa un’ora, sono emerse  differenze tra la situazione ventimigliese e quella comasca, molte riguardanti il diverso rapporto tra Caritas, l’associazionismo e l’autorità prefettizia.
Già on line sul canale di ecoinformazioni i video di Elisa Scardino.
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Migranti/ A Lurate Caccivio alla ricerca di fratellanza e soluzioni

lurate-interragire-relatoriSi è tenuta nella serata di mercoledì 1 febbraio nel Centro civico di Lurate Caccivio, molto affollato per l’occasione, l’iniziativa Migranti: ogni uomo è mio fratello, uno spazio di confronto sulla questione migranti a Como. Sono intervenuti don Giusto della Valle, parroco di Rebbio, Serena Arrighi, dell’Osservatorio sui migranti, Elena Canil, dell’associazione Interragire e Annamaria Francescato di Como senza frontiere. Già on line sul canale di ecoinformazioni i video di Elisa Scardino dell’iniziativa. (altro…)

Migranti/ Il consiglio è aperto, la discussione meno

Per fare il punto della situazione dei migranti a Como lunedì 23 gennaio si è tenuto un nuovo consiglio comunale aperto, con la partecipazione di alcune realtà che a vario titolo si stanno occupando della questione. Hanno quindi portato la loro esperienza Roberto Bernasconi della Caritas diocesana, Andrea Anselmi di Medici senza frontiere, Antonio Lamarucciola dell’Osservatorio giuridico, Abramo Francescato della rete Como senza frontiere e don Giusto Della Valle della parrocchia di Rebbio. Assenti ingiustificati, invece, i rappresentanti della Prefettura e quelli della Croce Rossa Italiana, che pure gestiscono il campo governativo di via Regina Teodolinda; hanno preferito non confrontarsi con la città e la sua amministrazione.

In apertura di serata l’assessore alle politiche sociali, Bruno Magatti, riassume in estrema sintesi la situazione, che non è particolarmente cambiata nelle ultimissime settimane: a Como risiedono 850 richiedenti asilo e 120 sono le persone attualmente ospitate nel campo (di cui la metà minori); 119 sono i minori in carico al Comune; ricorda anche che l’amministrazione comunale sta lavorando, nell’ambito delle indicazioni dell’ANCI (l’associazione dei Comuni), per attivare un centro SPRAR (Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati), cioè per dare consistenza all’accoglienza di secondo livello, così da uscire – almeno in parte – dall’emergenza (un incontro a livello governativo ci sarà il 26 gennaio); la stessa metodologia di intervento si sta cercando di mettere in campo per affrontare il problema dei minori non accompagnati, in accordo con Save the children e il Coordinamento comasco di assistenza ai minori; e ancora si lavora a una proposta di intervento per i senza fissa dimora, partecipando a un bando FSE, che scade il prossimo 15 febbraio, secondo la parola d’ordine “housing first” (prima la casa). Con questo ventaglio di iniziative, l’amministrazione comunale intende evidenziare che l’unico modo di uscire dall’emergenza è quella di lavorare sulla progettualità; ciò ha tempi non brevi, ma è – a parere dell’assessore Magatti – l’unica possibilità per non arrestarsi sulla soglia dei problemi.

Il primo intervento degli “invitati” è sferzante. Roberto Bernasconi della Caritas esordisce esprimendo un certo disinteresse alla serata, quasi si trattasse di un passaggio superfluo. Basta uscire per rendersi conto della situazione; bisogna farsi partecipi delle fatiche di questo dovere, ma l’accoglienza deve essere “ordinata” e priva di qualsiasi rivendicazione collegata. Sembra di capire che l’accoglienza deve essere questione solo di carità e non di diritti e di politica; d’altra parte la sua analisi sulla situazione generale è secca: le forze in azione sono bloccate sulle proprie posizioni, e ancora più bloccate sono alcune istituzioni, la parte politica è assente, il rischio è quello dell’illegalità diffusa. Non è disposto a stare su un ipotetico banco degli imputati, così come non ritiene che i migranti siano da considerare l’unica e più grave emergenza.

Più informativi i contributi di Andrea Anselmi di Medici senza frontiere e di Antonio Lamarucciola dell’Osservatorio giuridico. Il primo riferisce del progetto che Msf ha attivato tra Como e Ventimiglia per far fronte al disagio psicologico (che a volte sfocia in vero e proprio disagio mentale) di molti migranti (circa il 60% ne soffre); la loro opera è cominciata a metà dicembre, sia presso il campo di via Regina che presso la parrocchia di Rebbio e ha già interessato circa 230 persone in incontri di gruppo e altri 200 in sedute individuali. Il secondo ricorda che la cosiddetta emergenza migranti è alimentata anche dalla carenza di informazioni sui propri diritti e sulle reali possibilità di dar corso al “progetto migratorio”, ed è quindi prioritario attivarsi in questo settore; per questo l’Osservatorio ha promosso un vero e proprio corso di formazione, oltre che organizzare uno sportello per i migranti, ancora in fase di sperimentazione perché a una immediata disponibilità da parte dell’amministrazione comunale ha fatto riscontro una collaborazione piuttosto carente da parte della Prefettura; ciononostante, grazie anche alla stretta collaborazione con analoghe associazioni di avvocati elvetici, si è potuto risolvere la situazione di parecchie decine di persone, cosa che ha contribuito anche ad alleggerire la pressione sul campo di via Regina; in prospettiva, l’impegno per una corretta gestione delle questioni giuridiche collegate alla migrazione non può che approfondirsi anche in considerazione dell’esigenza di tutele provvisorie per i minori ipotizzata nella nuova legislazione al riguardo.

Il portavoce della rete Como senza frontiere, Abramo Francescato, dopo aver brevemente richiamato la storia e gli obiettivi della rete, affronta i problemi del momento, riassunti nell’“emergenza freddo”: sono 1300 le persone che le ronde solidale hanno raccolto in strada da ottobre a dicembre, in situazioni al limite della sopportabilità; dal punto di vista operativo, rivolge un appello al Comune di Como per l’apertura di un dormitorio nell’ex drop–in (in viale Innocenzo XI), aperto alle persone italiane senza fissa dimora e a quelle migranti, per accelerare il più possibile la riattivazione del centro Puzzle di Tavernola e per sondare la possibilità di utilizzare la caserma De Cristoforis, attualmente inutilmente vuota.

Da ultimo, don Giusto Della Valle riporta il discorso sulla dimensione generale del problema: le migrazioni sono da sempre connaturate alle dinamiche umane (negli ultimi mesi a fronte delle 150/180 mila persone arrivate in Italia, almeno 100 mila sono quelle che dall’Italia si sono spostate in altri Paesi); e questa situazione è anche frutto della dialettica tra invecchiamento della popolazione europea e giovinezza dei popoli del “terzo mondo”. In questo processo mondiale, Como non può chiamarsi fuori perché è città di frontiera, e dunque occorre un pensiero politico globale, visto che l’unica chance di non subire è quella di programmare. Certo, Como ha fatto dei grossi sforzi per affrontare il problema: ci sono molti tasselli ma manca ancora il progetto complessivo del mosaico. È indispensabile migliorare la qualità dell’accoglienza (e il Comune può avere un ruolo essenziale nel monitorare le varie situazioni); è indilazionabile affrontare il problema dell’orientamento delle persone migranti, proprio per non limitarsi a subire l’esistente; serve quindi un vero e proprio osservatorio sulle migrazioni, in grado comprendere e di gestire il fenomeno.

Ultimato il giro di interventi, tocca al Consiglio comunale: qualche minuto per porre domande di chiarimento e poi qualche altro per interventi più analitici.

Anche astraendo dalle domande inutilmente provocatorie, da quelle palesemente insensate e da quelle capziose, il panorama che emerge è – come già nei precedenti consigli – sinceramente sconfortante. Fatte le debite (poche) eccezioni, chi siede in Consiglio a palazzo Cernezzi sembra non sapere nulla o quasi della situazione, come se questi sette mesi – con i problemi globali e i non meno essenziali drammi personali – non fossero serviti a niente. E chi poco sa, ancora meno capisce, così che la “questione migranti” scivola spesso in sterili piccolezze partitiche. Non serve a molto rivendicare, da parte dell’assessore Magatti, l’importanza della progettualità; non serve neanche, da parte della consigliera di opposizione Anna Veronelli, chiedere ulteriori approfondimenti sulla questione dei minori (che, nella richiesta di convocazione di consiglio aperto, era per lei fondamentale). La maggior parte dei consiglieri continua a inveire, oppure si disinteressa.

A mezzanotte spaccata, tutti a casa. Per chi ha ascoltato, la serata – certo non risolutiva – non è stata del tutto inutile, ma le orecchie – a palazzo Cernezzi – sembrano a tratti un optional poco richiesto. [Fabio Cani, ecoinformazioni]

 

 

Don Giusto: accoglienza senza se e senza ma

coexistAbbiamo approfittato dell’intervista della giornalista tedesca Patricia Arnold che abbiamo accompagnato insieme a Celeste Grossi nei luoghi dell’accoglienza della città per registrare il punto di vista di don Giusto della Valle, animatore della parrocchia di Rebbio, sempre aperta all’accoglienza.  Nzz am Sontag  il 25 settembre pubblicherà un servizio sull’emergenza umanitaria di Como. 

Assemblea in mensa il 3 settembre/ la bella Como si interroga sul futuro

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L’assemblea che sabato 3 settembre ha riunito le persone che hanno prestato la propria opera volontaria presso la mensa di S. Eusebio e le altre strutture di servizio per i migranti bloccati alla stazione di Como San Giovanni ha rappresentato un momento importante nella riflessione su questa fase drammatica della situazione internazionale e nazionale che ha coinvolto anche Como.

Importante intanto per i numeri (non meno di duecento persone hanno partecipato all’incontro), ma soprattutto per il livello del confronto e della consapevolezza.

Primo scopo dell’incontro era quello di fare una fotografia della situazione. All’appello della mensa di S. Eusebio hanno risposto almeno 417 persone registrate e ancora un’altra ottantina che, pur avendo dato il proprio continuo contributo, non è entrata nel conteggio ufficiale; a queste vanno poi aggiunte le circa 30 persone che hanno lavorato alle docce del Gallio finché sono state attive. Ancora vanno aggiunti tutti coloro che sono stati presenti alla stazione fin dai primi momenti, attivandosi per soddisfare il più possibile le esigenze del gruppo di persone lì bloccate. Ma più ancora dei numeri, conta la varietà di questo pezzo di società che si è messa a disposizione (e che è stata più volte ricordata e valorizzata nel corso dell’incontro): persone giovani e giovanissime, mature, anziane, gente che offriva le proprie competenze professionali specifiche e la voglia di stare insieme, animata dalle più diverse ispirazioni ideologiche e culturali (fatto salvo ovviamente il comune, profondo sentimento solidale e antirazzista), religiose e laiche, parte della comunità locale e a volte di passaggio, e conta la qualità della relazione, volta non tanto a dare un semplice servizio, ma in primo luogo a restituire dignità alle persone.

La varietà è stata, in un certo senso, terreno di incontro con la comunità migrante, difficile da fotografare perché fluida e in continua evoluzione (anche se la valutazione, proprio a partire dal servizio svolto alla mensa, parla di un picco di presenze a metà agosto con 530 pasti serviti, e di una divisione tra maschi e femmine di circa due terzi e un terzo).

Al lavoro della mensa, altri servizi si sono affiancati: il presidio sanitario, pur attivato con un certo ritardo, ha operato grazie sia all’intervento istituzionale che al contributo volontario di personale medico e infermieristico. Le visite effettuate sono state oltre un migliaio, alla media di 70/75 al giorno in diverse ore di attività.

Anche l’assistenza giuridica ha svolto un ruolo importante perché la precisa informazione ha un’importanza fondamentale in condizioni di fragilità.

Un’attenzione particolare è dedicata al problema ai casi dei minori, che sono stati finora 457 (398 maschi e 59 femmine); transitati temporaneamente dalle strutture di assistenza, solo 16 hanno chiesto di restare e sono stati collocati in comunità.

È una situazione estremamente complessa, con molti elementi di contraddizione e, dunque, oltre alla fotografia, conta anche l’interpretazione. Vengono così in primo piano le sensibilità, e perché no, anche i progetti politici. Ma un elemento che alla riunione è risultato estremamente importante è proprio quello di mettere avanti la consapevolezza del proprio ruolo: nel “lavoro” con le persone migranti conta anche questo e conta anche il rapporto con la situazione generale, con le regole, con le scelte e anche con le imposizioni che vengono dall’alto.

Bisogna confrontarsi con l’Europa delle regole e delle frontiere (scomparse solo nei sogni disattenti dei politici e negli affari delle grandi multinazionali), bisogna fare i conti con un governo che stipula accordi con questi stati (come il Sudan) che sono tra le cause scatenanti del fenomeno e a cui invece si affida (dietro enorme compenso) il compito di fermare i movimenti migratori (e verso  cui, tragicamente, sono già state deportate alcune persone che erano riuscite ad arrivare fino in Europa), bisogna ricordare che oltre all’“emergenza” del momento c’è la realtà di lungo periodo dei richiedenti asilo, “parcheggiati” anche a Como (don Giusto Della Valle ricorda che sono circa 900 nel territorio e che, in alcuni casi, sono semplicemente “massa” per piccoli e grandi affari, per i quali non si vuole e non si sa mettere in campo alcuna formazione e alcuna opportunità reale, e – come viene più volte sottolineato – a cui spesso alla fine dell’iter burocratico si risponde semplicemente “no”, in quasi il 70% dei casi), bisogna chiedere alle istituzioni locali non solo di fare tutto quello che per legge devono fare (e che faticano a ottemperare), ma di fare di più e meglio (come riaprire il centro di accoglienza per minori di Tavernola, chiuso nei mesi scorsi, e il cui ruolo appare oggi importantissimo).

È una situazione in cui il mondo del volontariato e dell’attivismo non può sottrarsi alla discussione della prossima spada di Damocle che pende sulle teste di tutti (ovviamente, in primo luogo, delle persone migranti): l’apertura del campo dei container presso S. Rocco, prevista intorno alla metà del mese di settembre (Flavio Bogani riferisce nei dettagli gli incontri con il prefetto di Como e con il suo capo di gabinetto). Un’apertura che cambierà tutto perché a quel punto la realtà non potrà più essere fluida e variabile, ma sarà, in notevole misura, regolamentata e irrigidita. Una realtà da cui anche la “società civile” che ha risposto alla gravità della situazione con la propria azione volontaria sarà ufficialmente esclusa.

L’assemblea discute di questo con molta attenzione e con molta passione. Emergono le differenti valutazioni, i differenti progetti, ma il confronto è sereno e ha, in tutti gli interventi, al primo posto la preoccupazione per il futuro delle persone migranti. Si mettono a punto alcune idee, e si fa riferimento a un possibile ruolo di coordinamento organizzativo del Centro Servizi per il Volontariato (una prima riunione è già convocato per giovedì 7 settembre alle ore 14 nella sede di via Col di Lana 5a).

Ma se la discussione è difficile, non si sottrae all’entità del problema, è cosciente anche del mutamento nei confronti delle persone migranti, con cui forse si dovrà spendere la “fiducia” acquisita in un modo o nell’altro (magari per cercare di convincerli a passare per il campo).

Il confronto con le voci delle più alte cariche istituzionali è stridente. Dal basso ci si interroga, con sincerità, su cosa e come fare, e dall’alto si dichiara quasi negli stessi momenti, in modo sprezzante, che «spetta a noi decidere dove e come collocare» questa gente, oppure si invoca in luogo dei campi di accoglienza (che non sono propriamente paragonabili a grand hotel) i rimpatri immediati e senza discussione. Mettendo avanti, incredibilmente, ancora la distinzione tra profughi “politici” e migranti “economici”, come se i secondi fossero un’invenzione di alcune “belle menti” (e cos’erano mai i migranti italiani dei decenni passati?).

Se, come è stato ripetuto più volte nel corso della discussione di sabato, questo incontro con la comunità migrante ha arricchito non poco una parte almeno della comunità del territorio, il confronto con il mondo istituzionale è stato in buona parte deludente.

[Fabio Cani – ecoinformazioni]

La galleria di foto di Claudio Fontana per ecoinformazioni

Como senza frontiere/ sabato 6 agosto: discussioni, analisi, proposte/ un resoconto

 

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Il pomeriggio di sabato 6 agosto è dedicato a Como, tra la stazione di San Giovanni e la parrocchia di Rebbio, a fare il punto della situazione attorno alla frontiera e alla ricerca di centinaia di persone di passarla per arrivare alle loro mete desiderate nel nord Europa.

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L’incontro è informale, nato dalla necessità di condividere informazioni ed esperienze non solo a livello locale; infatti sono coinvolte anche altre realtà – come il progetto Baobab di Roma, Accoglienza degna di Bologna, Cambio Passo e Naga di Milano, il progetto Melting Pot Europa –, mentre altre, che pure avevano inizialmente promesso di esserci – come Lampedusa e Ventimiglia – non sono riuscite a presenziare. Presenti ovviamente, con varie persone, anche più o meno tutte le associazioni, enti, raggruppamenti che a Como si sono attivate per collaborare alla gestione di questa vera e propria emergenza umanitaria; dalle istituzioni locali l’unica importante partecipazione è stata quella del sindaco Mario Lucini (oltre ovviamente al consigliere comunale Luigino Nessi).

L’incontro si è svolto su più binari. In primo luogo c’è stato lo sforzo di raccontare agli esponenti delle realtà fuori Como la situazione comasca, proprio perché altrove serve capire – con informazioni dirette e “non filtrate” – quella che è la situazione alla frontiera italo-svizzera: l’aumentare delle persone che giungono a Como nella speranza di varcare il confine è evidentemente alimentato da un passa-parola che non rispecchia del tutto la realtà…

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Reciprocamente, serve a tutte le realtà comasche impegnate in questi frangenti essere informate di quanto e come si opera in altre situazioni, di come si cerca di alleviare e “governare” altre emergenze (a Roma, nei pressi della stazione Termini, una strada è letteralmente occupata da chi non vuole allontanarsi dalla stazione). Serve capire anche quali sono i flussi reali, le dinamiche che corrono all’interno di questo mondo che solo uno sguardo superficiale può concepire come monolitico, animato solo dall’anelito a “risalire” l’Europa fino a trovare un ipotetico approdo al Nord.

C’è poi l’esigenza, per tutti, di fermarsi un attimo – solo un attimo – per riflettere sul punto a cui siamo, sulle richieste e sulle risposte delle istituzioni, sulle reali esigenze di questa comunità fluida, ma non meno reale, costretta a bivaccare a lato della scalinata che porta alla stazione. I servizi offerti dalla “società civile” faticano a stare al passo con le esigenze (la mensa all’oratorio di S. Eusebio ha distribuito negli ultimi giorni da 350 a 400 pasti serali, l’organizzazione svizzera Firdaus continua a garantire tra mille difficoltà il cibo a mezzogiorno; le docce sono troppo poche; il presidio sanitario – ripetutamente annunciato – è ancora di là da venire, mentre si paventano nuovi problemi sanitari; l’assistenza legale è ancora incerta). Di continuo si cita l’assenza della prefettura (quindi del governo) nel farsi carico di questa situazione. Il sindaco Mario Lucini non si sottrae alla richiesta di capire cosa fa e cosa può fare il Comune di Como: ricorda quindi gli interventi per assistere i minori non accompagnati – interventi cui le istituzioni locali, anche in mancanza di finanziamenti, sono obbligate –, e quelli per sostenere le situazioni più fragili, cita l’impegno per la gestione dei richiedenti asilo in Italia (non meno di 700 persone nel Comune di Como), riporta la linea ufficiale della prefettura che è quella che, poiché i profughi presenti in prossimità della frontiera per recarsi altrove si sono sottratti al “programma” che obbliga gli stranieri a fare richiesta di asilo nel primo paese di approdo, essi di fatto “non esistono” per le superiori autorità. A fronte di oggettive difficoltà, il Comune di Como è impegnato a fare tutto il possibile, ma dispera di riuscire a tenere testa a una simile situazione.

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Sulla fragile situazione dell’assistenza fornita dal mondo del volontariato locale pende la spada di Damocle di settembre, quando alcune delle strutture attualmente utilizzate per i servizi dovranno “necessariamente” tornare alle loro funzioni “normali”. Non è facile immaginare che cosa potrà succedere.

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Di grande rilievo l’intervento di due rappresentanti delle comunità di profughi presenti a Como, Sabil e Samuel. Le persone accampate alla stazione si stanno infatti dando una propria organizzazione, che si sforza di trovare un coordinamento tra le diverse realtà nazionali ed etniche, assai diversificate, presenti. Samil e Samuel rivendicano con estrema chiarezza il loro diritto a decidere il proprio progetto di vita, che è quello di raggiungere le loro famiglie, o – più generalmente – le loro comunità in altri paesi d’Europa; la loro richiesta non è quella di un generico sostegno, di una volontaristica assistenza, ma quella di un riconoscimento di un diritto preciso, a fronte della non sostenibilità della situazione nei loro paesi d’origini (per guerre, violenze, negazioni dei diritti umani, povertà). Chiariscono anche che è vero che molti di loro sono “usciti” dal programma ufficiale di assistenza, ma che quella firma e quelle impronte digitali sono state loro “estorte” con l’assenza di informazione sulle regole e sui diritti; la registrazione delle persone che arrivano in Europa e dovrebbero essere registrate in Italia avviene insomma in spregio della loro consapevolezza.

La comunità dei profughi attualmente presente a Como sta anche ragionando intorno alla possibilità di organizzare una manifestazione per rendere evidenti alla cittadinanza e alle istituzioni le loro richieste e i loro problemi.

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La seconda parte del pomeriggio si svolge nel salone della parrocchia di Rebbio, anche in segno di riconoscimento del grande lavoro che la locale parrocchia con don Giusto Della Valle sta facendo in questi mesi, ben prima delle ultime tragiche emergenze.

Qui si cerca di fare il punto della situazione e di elaborare delle proposte concrete. La sintesi non è facile, ma si può provare a riassumerla così: posto che il problema non è locale, ma che in questo momento la realtà di Como risulta particolarmente significativa, è importante riuscire a renderla evidente all’opinione pubblica e alle istituzioni a tutti i livelli. Il punto d’arrivo potrebbe essere all’inizio di settembre, in coincidenza con il Forum Ambrosetti di Villa d’Este (dove si ritrovano tutte le “potenze” mondiali a discutere sui destini del mondo e anche su tutto ciò che determina questi flussi migratori), l’organizzazione a Como di una manifestazione su questi temi, una manifestazione nazionale, o addirittura internazionale, che possa mettere al centro dell’attenzione la vera dimensione del problema, che – come è stato continuamente ripetuto – trascende il livello locale (cioè anche semplicemente la dimensione del confine italo-svizzero di Como-Chiasso).

Tale manifestazione dovrebbe essere indetta da tutte le realtà comasche e italiane ed avere al centro una serie di richieste: dall’esclusione di qualsiasi soluzione “forte” dei singoli problemi (come un paventato sgombero), all’apertura di un canale umanitario temporaneo e assistito per permettere lo spostamento in sicurezza di queste persone (esigenza che resta fondamentale anche dopo il loro arrivo sul suolo europeo), alla discussione di vere strategie europee per la gestione di questo problema epocale (sia le regole derivanti dall’accordo “Dublino 3”  che quelle del cosiddetto “Hot Spot Relocation” si stanno avviando, anche astraendo dalle sofferenze che provocano, al totale fallimento). La piattaforma della manifestazione e la sua stessa organizzazione saranno oggetto ovviamente di verifica e dibattito nei prossimi giorni.

Tutti d’accordo, del resto, che non si può aspettare il momento di settembre, ed è invece indispensabile continuare a mantenere alto il livello di attenzione. Quindi: sono allo studio iniziative per il 15 agosto (una festa alla mensa di S. Eusebio, magari con una coda di “presidio” alla prefettura) e altre occasioni di incontro per i giorni seguenti, come la proiezione in piazza di un film su queste tematiche (si è proposto Lamerica di Gianni Amelio, magari provando a coinvolgere il regista…).

Tutti d’accordo, anche, che non si può mollare nemmeno un momento sulla questione assistenza (serve tutto, servono soprattutto le persone attive) e anzi bisogna attivarsi per immaginare soluzioni alternative. Se, come ha detto nel suo intervento alla stazione il sindaco Mario Lucini, bisognerà trovare un luogo dove, forse, collocare, su iniziativa della prefettura, dei container che possano fungere da riparo un po’ meno precario che non gli alberi del giardino della stazione, allora bisogna farsi venire delle idee (la Caserma De Cristoforis, più volte evocata, è una di queste, ma la sua appartenenza al demanio militare è una condizione che complica di molte le cose dal punto di vista della burocrazia, che resta – troppo spesso – insormontabile). Così come bisogna fare in modo che alcune strutture teoricamente utilizzabili divengano concretamente operative (don Giusto ha ricordato che per l’accoglienza ai minori si potrebbe utilizzare il centro comunale di Tavernola, attualmente chiuso).

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Di cose da fare e di cose da pensare ce ne sono moltissime (e questo resoconto è, davvero, molto limitato), ma l’incontro di ieri ha messo in evidenza una determinazione e anche una consapevolezza che forse, a Como, non si vedevano da tempo.

[Fabio Cani, ecoinformazioni]

Presto on line – sul canale youtube di ecoinformazioni – tutti gli altri video di Pietro Caresana, ecoinformazioni, degli interventi.

6 novembre/ In Como Sud

legambiente 6-11-15Un’esperienza tra cultura e natura, incontro con Michele Marciano, presidente circolo Legambiente Como, saluto, Andrea Rinaldo, Legambiente Como, presentazione progetto, Luigi Cavadini, assessore alla Cultura Comune di Como, Vittorio Pozzi, Acli, Andrea Paredi, Cgil, Marco Ponte, Fiab, Antonella Pinto, gruppo Quale futuro per Rebbio, Giusto Della Valle, Parrocchia S. Martino, letture di Mariangela Castelli e Tiziana Roncoroni, venerdì 6 novembre alla ex Circoscrizione 3, in via Varesina 1 Como, organizza Circolo Legambiente Como A. Vassallo.

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