Palestina

18 e 25 maggio/ Due serate di approfondimento su Rojava e Palestina al Kinesis di Tradate

Al Kinesis di Tradate (via Carducci 3) due venerdì sera dedicati a due differenti lotte: la resistenza del Rojava e la lunga lotta palestinese. La prima serata sarà venerdì 18 maggio dalle 20.30 mentre la seconda è fissata per venerdì 25 maggio dalle 21.

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21 ottobre/ Menaggio/ Racconti dalla Striscia di Gaza

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La Bottega Pianoterra di Menaggio (via L. Leoni, 5) invita sabato 21 ottobre, alle 19, a Racconti dalla Striscia di Gaza, un incontro con Mauro Bertozzi che è recentemente rientrato dalla Palestina. Per l’occasione, sarà offerto un apericena con birra artigianale palestinese e cibi equi e solidali. Collaborano all’organizzazione della serata anche il l’associazione In viaggio e il Coordinamento comasco per la pace. Ingresso libero, aperitivo a 5 euro comprensivo di birra e buffet palestinesi.

[Af, ecoinformazioni]

Israele, Palestina, noi: Jeff Halper a Milano

L’ultimo libro di Jeff Halper, noto attivista israeliano contro l’occupazione dei territori palestinesi (sua la fondazione dell’ICAHD – Israeli Centre against House Demolition, centro israeliano contro la demolizione delle case palestinesi), relega Israele e i palestinesi nel sottotitolo. Si intitola infatti La guerra contro il popolo. Israele, i palestinesi e la pacificazione globale. E, quindi, come si intuisce facilmente, ha molto da dire anche a noi, che crediamo di essere così distanti da Israele e dalla Palestina.


Nel suo giro per la presentazione del libro in Italia (l’abbiamo ascoltato la settimana scorsa a Milano, poi è stato a Monza, a Torino e in questi giorni in altre città italiane), Jeff Halper, nel suo inglese-americano molto espressivo (e chiarissimo), spiega la genesi del libro con una premessa autobiografica-politica, a partire dalla crisi che ha investito gli attivisti anti-occupazione quando si sono resi conto che la soluzione dei “due stati” (Israele e Palestina separati dai confini precedenti alla guerra dei 6 giorni del 1967) era ormai diventata irrealizzabile. E quindi si è reso necessario un ripensamento generale della situazione, che da una parte riflettesse sulle ragioni del declino di quell’ipotesi (per cui, a lungo, in molti si erano spesi) e dall’altra facesse chiarezza sul come lo stato israeliano potesse continuare «a farla franca impunemente», in spregio a tutte le decisioni internazionali (anche quelle più moderate, e inoppugnabili sul piano del diritto internazionale).

La risposta risiede nel ruolo internazionale di Israele e nel modello di gestione della crisi del capitalismo che propone.

Ed ecco che la lucidissima analisi di Jeff Halper evidenzia una serie di questioni di fondamentale importanza anche per le “società occidentali” nel loro complesso. Il modello israeliano è un modello iper-sicuritario teso al controllo totale della popolazione. È quel modello che qualche esponente del governo israeliano riassume in questo modo (che può apparire provocatoriamente paradossale, ma che temiamo sia tragicamente efficace): «uno stato tra i più sicuri al mondo, nonostante che metà della sua popolazione sia fatta di terroristi». L’analisi di Jeff Halper su questo punto è spietata, e documentatissima; Israele ha messo a punto sistemi di sicurezza e armi leggere – di più: ha ideato sistemi di controllo globale – efficientissimi, ed è in grado di proporli a tutto il mondo.

I corollari di queste affermazioni sono principalmente due, uno di carattere locale (medio-orientale, diciamo così) e l’altro di carattere globale.

Il primo è che Israele ha bisogno dei territori occupati come gigantesco laboratorio di sperimentazione di tutti i sistemi di controllo. Un laboratorio drammaticamente vero, dove le pallottole “di gomma” (in realtà di metallo rivestite di gomma) possono essere sparate dal vero su obiettivi reali, verificandone le conseguenze non secondo modelli teorici o algoritmi, ma secondo morti e feriti. Sembra di capire che in questa situazione di sperimentazione reale, il ruolo della Striscia di Gaza potrebbe essere quello di terreno per la verifica dei sistemi “letali” (per esempio i droni utilizzati per le “esecuzioni mirate” che l’esercito israeliano continua impunemente a perpetrare), mentre la Cisgiordania potrebbe assolvere al compito di laboratorio per i test non-letali e – anche – per il controllo integrale della popolazione.

Il secondo corollario è che il modello si sta estendendo a tutte le nazioni occidentali (ma anche a quelle di altre parti del mondo: la partnership sicuritaria non ha confini né filtri ideologici, e gli stati “islamici” spesso sono ottimi clienti delle aziende militari israeliane), così che – come ha ben chiarito Jeff Halper – la lingua che parla la polizia di Milano non è diversa da quella che parla Tsahal (cioè l’esercito dello stato israeliano).

Questa fase tarda del capitalismo in crisi si avvia ad essere una vera e propria “sicurocrazia”, in cui l’obiettivo principale degli organismi statuali asserviti alle logiche delle grandi multinazionali è quello del controllo delle “proprie” popolazioni – in modo “democratico”, si intende. (È questo il significato del termine “pacificazione”, dall’inglese pacification, che poteva forse essere reso in modo più esplicito con “normalizzazione”, ma mi si lasci osservare che la pacificazione evoca in modo efficace la nota citazione di Tacito «dove fanno il deserto dicono che è la pace»)

Ed è un obiettivo globale che vale qualcosa come 3,5 trilioni di dollari all’anno…

Le ragioni del declino dell’ipotesi della soluzione “a due stati” sono quindi le stesse per cui Israele è al di sopra del giudizio: l’occupazione serve per affinare un modello a cui tutti gli stati egemoni ormai fanno riferimento. Israele è diventato indispensabile al modello capitalistico e l’occupazione è indispensabile a Israele così com’è adesso.

Ma lo studioso Jeff Halper (non si dimentichi che all’università insegna antropologia e storia contemporanea, e che è facile riconoscere gli effetti di questi molteplici approcci nel suo argomentare) non ha neutralizzato l’attivista.

Se la soluzione “a due stati” non è più percorribile, bisogna battersi per quella di uno stato “democratico bi-nazionale”, in grado di garantire sicurezza a entrambi i popoli in gioco e di mettere in crisi proprio quel modello iper-sicuritario su cui lo stato israeliano si fonda attualmente.

In maniera abbastanza inaspettata per il pubblico milanese, piuttosto disilluso, Jeff Halper si è dimostrato assai ottimista al riguardo: mentre un gruppo (israeliano e palestinese, bi-nazionale appunto) cerca di lavorare a ipotesi concrete per l’ordinamento statuale da proporre, la società della terra tra il Mediterraneo e il Giordano – a suo avviso – comincia a indirizzare i suoi desideri in quella direzione. Grande importanza, secondo Jeff Halper, potrebbe anche avere la campagna internazionale BDS (Boicottaggio, Disinvestimento, Sanzioni) per evidenziare quanto sia deleterio – per la gente, prima ancora che per i governanti – proseguire su questa strada. La naturale evoluzione di questa campagna è riassumibile, per Jeff, nel nuovo acronimo BDS 4 BDS (ovvero, in inglese: Boycott, Divestment, Sanctions for Binational Democratic State – cioè, in italiano: Boicottaggio, Disinvestimento, Sanzioni per uno Stato Democratico Bi-nazionale).

Significa, in sostanza, che la situazione palestinese ci deve coinvolgere su tutti i piani: poiché ci riguarda da vicino, per quello che può comportare nelle nostre vite quotidiane, ci deve vedere partecipanti anche per quel che riguarda la situazione sul terreno medio-orientale: cambiare le cose in Palestina può significare cambiare le cose anche in Europa.

Jeff Halper, La guerra contro il popolo, Epoké, Novi Ligure 2017, pp. 338, euro 16

[Fabio Cani, ecoinformazioni]

 

Minori senza infanzia a Gaza

minoripalestinaberettamorgantinijpgRestiamo umani, disegni e storie , i bambini e i ragazzi di Gaza raccontano la guerra, la mostra allestita al Museo diocesano di Milano dal 21 al 24 febbraio ha offerto ai visitatori, tra loro moltissime scolaresche, l’opportunità di misurarsi col tema della guerra dell’occupazione  militare del territorio e del suo impatto sulle nuove generazioni.

minorigazamuseodiocesanoNel pomeriggio  del 25, nella stessa sede, il convegno La condizione dei minori a Gaza ha presentato gli interventi di Guido Veronese, Gianni Tognioni, Luisa Morgantini, Massimo Annibale Rossi, Guido de Monticelli, Kader Tamini, Egidia Beretta che hanno tracciato il quadro tragico della situazione a Gaza e in tutta la Palestina offrendo tuttavia anche spunti di speranza, fondata prima di tutto sulla straordinaria capacità di resistenza e di scommessa sul futuro di tanti e tante giovani. Già on line  canale di ecoinformazioni  i video di tutti gli interventi.

Guarda sul  canale di ecoinformazioni  i video di tutti gli altri interventi.

Guarda la galleria delle foto.

Musica e Palestina: il maestro Muti a Tel Aviv

Ugo Giannangeli, da sempre impegnato nella difesa dei diritti del popolo palestinese, ha scritto questa lettera al direttore d’orchestra Riccardo Muti che domani dovrebbe dirigere un concerto con la Filarmonica d’Israele.

Questo messaggio ricorda a tutti, una volta di più, che nessuno può ignorare la drammatica situazione di quel pezzo di mondo, anche se la maggior parte dei mezzi di informazione continua a dimenticarla: l’opera di espropriazione delle terre, dei diritti e delle vite del popolo palestinese non si è mai fermata in questi. E anche la musica e l’arte possono dare il loro contributo a svegliare le coscienze.

 

«Illustre Maestro Riccardo Muti,

ho letto il Suo articolo sul Corriere della sera di ieri nel quale annuncia il Suo concerto a Tel Aviv il prossimo 20 Dicembre nell’80° anniversario del primo concerto di Arturo Toscanini nel 1936 con l’Orchestra di Palestina, oggi Filarmonica di Israele. Lei ricorda l’impegno antifascista di Toscanini nonché il suo senso altissimo di libertà, di dignità umana e di uguaglianza. Le chiedo: è certo che oggi Toscanini, portatore di questi valori, andrebbe a Tel Aviv e non piuttosto a Ramallah o a Gaza a portare la sua solidarietà ai Palestinesi che lo storico Bruno Segre ha definito “ gli ebrei del nostro tempo”? Lei ricorda anche la lettera di ammirazione di Albert Einstein nei confronti di Toscanini. Si rilegga la bella lettera di Einstein, Hanna Arendt ed altri intellettuali ebrei al New York Times nel Dicembre 1948 dopo la strage di Deir Yassin. Il partito di Begin è definito senza mezzi termini “fascista”. E si era solo all’inizio della storia di Israele, oggi Stato fiero della sua etnocrazia realizzata attraverso l’apartheid e la pulizia etnica dei Palestinesi! Lei con la sua presenza contribuisce al decoro di immagine di questo Stato. Lei sa che molti artisti si sono rifiutati di esibirsi in Israele raccogliendo l’appello del movimento BDS. Vorrei rivolgere anche a lei questo appello. Ma se proprio non volesse o non Le fosse possibile rinunciare all’impegno, le chiedo: vada almeno anche a Ramallah e a Gaza. Per Gaza occorre l’autorizzazione di Israele, carceriere di due milioni di persone. Le diranno che ci sono problemi di sicurezza. Non gli creda, non è vero. Il popolo di Gaza La accoglierà festoso e grato e sicuramente ci sarà anche là un’orchestra onorata di essere diretta da Lei.

Un cordiale saluto.

Ugo Giannangeli, Veniano (CO) 14/12/2016»

ecoinformazioni on air/ Silvia

logo ecopopIl servizio di Gianpaolo Rosso in onda il 16 febbraio alle 7,15 su Radio Popolare. Ascoltalo nel nuovo sito di Radio Popolare nelle pagine di Metroregione. 

Silvia ha iniziato il suo impegno di solidarietà internazionale in Senegal con I bambini di Ornella, poi in Palestina nella West bank a Nablus e a Jenin. Silvia ha raccontato più volte la sua esperienza in iniziative dell’Arci e del Coordinamento comasco per la Pace. Silvia si è da poco laureata e ha deciso di tornare per una settimana in Palestina, impossibile per lei stare lontana dall’affetto dei suoi amici.

Arrivata a Tel Aviv l’11 febbraio è stata interrogata per ore, poi rinchiusa nel carcere dell’aeroporto per due giorni, le è stata concessa una sola telefonata quindi è stata costretta a ritornare in Italia, rimpatriata perché “pericolosa” e dichiarata non gradita per dieci anni.

Contro di lei nessuna accusa, nessuna imputazione, salvo quella di essere amica di persone conosciute nel campo di Aida in Palestina, amica di persone che stanno dalla parte sbagliata del muro. Quella di Silvia è una storia esemplare di come, anche per chi è italiana, in Israele non ci siano diritti umani né leggi internazionali che dovrebbero proteggere le persone dagli abusi della polizia.

Ora denuncia che le autorità italiane non fanno niente si dice distrutta ma dichiara: «lotterò più di prima, me lo hanno insegnato loro, me lo sono tatuata “lottare fino alla vittoria”, lo devo a loro anche se per ora è difficile mettere insieme i pezzi». [Gianpaolo Rosso, ecoinformazioni]

Leggi la terribile storia di Silvia A. a Tel Aviv.

 

Diritti violati/ Tel Aviv/ Comasca cooperante, interrogata, arrestata, detenuta e respinta

silviaQuesta è la storia di Silvia A., una ragazza della provincia di Como. Appena laureata voleva trascorre una settimana in Palestina. Arrivata a Tel  Aviv è stata interrogata per ore, poi rinchiusa  nel carcere dell’aeroporto per due giorni, quindi rimpatriata perché “pericolosa” e dichiarata non gradita per dieci anni. Contro di lei nessuna accusa, nessuna imputazione,  salvo quella di essere amica di persone conosciute nel campo di Aida in Palestina. Una storia esemplare di come, anche per chi è italiana, in Israele non ci sono diritti umani né leggi internazionali che dovrebbero proteggere cittadini italiani dagli abusi della polizia locale. Nel seguito ,il racconto di Silvia A. della sua terribile avventura.

«Sono carichissima, felicissima, mi sento anche bellissima, fortunatissima e tantissime altre cose che finiscono in issima perché sto per tornare in Palestina. Una settimana e tantissimi amici da abbracciare, un intero campo profughi da salutare, una laurea e un compleanno da festeggiare, un pieno di sorrisi all’asilo, incontrare finalmente degli amici che erano in carcere, poter ricevere un’importante chiamata dal carcere, insomma mi aspetta una settimana pienissima ma riuscirò a fare tutto!

E’ l’11 Febbraio, salgo sul mio volo per Tel Aviv e alle sette puntuale decolla. Quattro ore di volo tra sonno e ansia da visto, perché in Israele non si è ben accetti e tanto meno si può essere liberi di andare dove si vuole ed avere gli amici che si vuole, anzi per loro la Palestina non esiste. Atterro in anticipo alle 11.30, con il mio zainetto e un sorrisone mi metto in coda agli sportelli per richiedere il visto. «Sei già stata qua?» mi domandano, «Si» rispondo io, inutile mentire. Da quel momento sono iniziate una serie di domande a raffica: «dove sei stata le altre volte? Cosa hai fatto? Chi conosci? Conosci qualcuno in Israele? Impossibile che tu non conosca nessuno. Cosa vuoi fare qua ancora? Ormai conosci il paese non ha senso, perché vuoi rientrare?»
Tono imperativo e tempi stretti che a fatica lasciavano tempo alle mie risposte che cercavano di deviare su una vacanza che sarebbe durata solo sei giorni, la guardia si è tenuta il mio passaporto e mi ha detto di aspettare nella stanzetta verde. Ci sono tante altre persone, tutte dell’Europa dell’Est fermate per motivi di possibile immigrazione illegale, sono l’unica Italiana. Dopo un lasso di tempo abbastanza lungo da indolenzirmi il sedere, mi chiamano in un ufficio. Bandiere israeliane giganti e un santino di Bibi  Netanyahu dietro il ragazzo del mossad che mi interroga.
Sei ore. Sei ore di interrogatorio. Ha iniziato chiedendomi i motivi della mia visita, quante volte ero stata li, dove ero stata, quante notti avevo trascorso in una città e quante in un’altra, chi era entrato con me, cosa avevo fatto le volte precedenti, chi conoscevo, cosa studio e dove faccio volontariato, in che città della West Bank ero stata. Silenzio. Lo guardo negli occhi e lui con tono carino tra un colpo di tosse e l’altro mi dice di star serena, che sa tutto perché lui lavora per il governo e fa parte della polizia segreta. Vuole che gli racconti tutto, ma tutto cosa? Io nomi non ne faccio. Mi dice in che manifestazioni sono stata, cosa ho visto, mi chiede se sono stata a delle manifestazioni per la Palestina in Italia a Milano, mi dice che ho fatto del volontariato con i profughi e allora mi chiede anche se conosco qualcuno in Siria, se voglio andare in Siria, se ho dei numeri di persone siriane, mi richiede se quindi conosco dei siriani, degli eritrei e dei nigeriani che ho conosciuto non gliene frega nulla! Aspetto ancora. Vengo richiamata nuovamente da una ragazza in un altro ufficio questa volta.
Ripartiamo con le domande: «dove sei stata? Hai amici a Nablus? Chi conosci? Cosa hai fatto? Che città della West Bank hai visitato?» Poi gli ordini: «dammi il tuo numero di cellulare, dammi tutte le mail, come si chiama tuo padre, come si chiama tuo nonno, dimmi i nomi delle persone che conosci.» Papà Giovanni, nonno Antonio ma io non conosco nessuno.
Di nuovo nella sala d’attesa. Il tempo passa ed inizio ad aver sonno oltre ad essere sempre più convinta che il democratico stato d’Israele non mi rilascerà mai il visto anche se il ragazzo del mossad prima aveva cercato di convincermi a parlare in cambio del visto. Ha provato a farmi parlare facendo pressione psicologica, ripetendo più e più volte domande per farmi crollare e parlare, sosteneva che io avessi lanciato pietre, che io fossi sempre stata in prima fila a tutte le manifestazioni del venerdì, che io avessi urlato durante delle manifestazioni e al mio silenzio e alla mia perplessità ha deciso di dirmi: «Silvia se vuoi essere democratica tornatene in Italia qui non lo puoi essere».
Se vuoi essere democratica? Qui non lo puoi essere? Io non avevo mai avuto dubbi su questo perché Israele non è una democrazia, è un regime sionista.

Chiedo a tutti di fare una sforzo e provare a capire che paese continuiamo a sostenere, un paese che porta avanti da anni la pulizia etnica della Palestina con il silenzio complice di molti e la voce dei sostenitori dei nostri politici.

Dopo l’ennesimo interrogatorio e l’ennesima attesa mi hanno portato in un altro ufficio, parlandomi sempre a comandi mi han detto di sedermi. Mi hanno fatto una foto, hanno preso le mie impronte dopo di che il verdetto.
«Sei un soggetto pericoloso per la sicurezza di Israele, quindi ora torni in Italia e non potrai più entrare da qui e dalla Giordania per dieci anni.»
Dieci anni della mia vita, di amicizie, di famiglia, di amore. Dieci anni di vita rubata, rovinata che non mi daranno di certo indietro. Dieci anni per aver gli amici dalla parte sbagliata del muro secondo Israele.

Chiedo di chiamare in Italia per avvisare e di voler sapere l’ora del mio volo: «se hai soldi nel cellulare chiama pure, il volo lo stiamo cercando». Se hai soldi chiama pure? Follia pura, dopo otto ore tra interrogatori ed attese, dopo la decisione di rimpatrio non mi permettono di chiamare a casa. Urlo e guardandoli ripeto più volte “democratici”, inizia quasi a farmi ridere questa parola. Mi concedono la password del wi-fi. Torno ad aspettare e mentre mi sento morire dentro provo ad avvisare mamma che risponde felice credendomi arrivata al campo circondata dalla famiglia e da infiniti abbracci. «Mamma sono ancora in aeroporto, mi rimpatriano ma non so ancora quando».
Odio, pianti, forza, resilienza, tutti [gli amici palestinesi]  mi passano davanti agli occhi pieni di rabbia mentre lo stomaco mi si chiude. Mi portano un panino e una bottiglietta d’acqua.

Aspetto, nuovamente, ormai me ne sono fatta una ragione, ma l’attesa non è essa stessa il piacere. Chiedo del mio volo e non rispondono, richiedo. «Dopodomani». Dopo domani? E che giorno è dopo domani? È lontanissimo dopo domani.

Ovviamente non mi è concesso vedere il biglietto per realizzare che giorno sia dopo domani e l’ora del volo per poter avvisare in Italia, dopo mamma e amici si erano già mesi all’opera per contattare l’ambasciata e gli organi competenti.
Ed ora controllo sicurezza, mi rassicurano che in ogni caso si prenderanno cura di me mentre mi smontano lo zaino e mi controllano tutta, capelli e dita dei piedi compresi. Mi rifanno altre domande alle quali mi rifiuto di rispondere se non dicendo che dopo sei ore di interrogatorio e un rimpatrio ero anche stufa di dover dare spiegazioni. Il mio volo partirà il 13 febbraio alle ore 12.55 da Tel Aviv.

Sono stata quindi portata su una camionetta insieme ad altri tre uomini nelle prigione governative dello stato israeliano all’interno del complesso dell’aeroporto. Sbarre, filo spinato e telecamere regnano sovrane, quasi come a un check point. Per due notti sono stata detenuta nelle prigioni governative dell’aeroporto. Per due notti sono stata chiusa dietro delle sbarre, su un lettino dove il tempo era scandito dall’arrivo dei pasti e dalla luce del sole. Con me solo una maglia di ricambio e una chiamata in Italia che potevo effettuare rigorosamente stando seduta sul divanetto.
Pavimenti e bagni sporchi, cibo scadente e sbarre. Con me donne dall’est Europa e dalla Mongolia. Durante la notte i poliziotti sono entrati più e più volte urlando, chiamando, sbattendo le porte, la mattina un panino per colazione e stop. Niente aria aperta, niente spazzolino prima delle otto di sera.

La mattina del 13 febbraio alle 12.30 sono stata ricaricata sulla camionetta e sono stata accompagnata all’aereo e scortata sino al mio posto. Mi hanno deportata. Proprio così mi hanno chiamata, deportata, anche se poi non avevo la polizia a farmi la scorta sul volo, risultando così un soggetto indesiderato da rimpatriare; in compenso in Italia c’era la polizia ad accogliermi sul ciglio della porta dell’aereo che confusa dal fatto che fossi italiana e che non aveva senso che mi scortasse mi ha lasciata prendere il pullman come tutti gli altri passeggeri.

Tutto questo per cosa? Perché ho amici dalla parte sbagliata del muro secondo Israele, perché sono un soggetto pericoloso, perché ho visto delle manifestazioni, perché sono stata in West Bank, perché per me la Palestina esiste e credo nella sua lotta, perché credo nei diritti umani e non nel sionismo. Due giorni di detenzione, il rimpatrio/deportazione e dieci anni di ingresso negati. Un vita rovinata.
E le autorità italiane? Niente, non fanno niente.
Hanno le mani legate, dicono, Israele è più forte e comanda e così non ci tutelano, non come dovrebbero nonostante il diritto internazionale continui ad essere violato.
Ora, fino a che erano i miei amici palestinesi trovate delle scuse ed ora, come giustificate?
La mia vita è rovinata, distrutta ma ora lotterò più di prima, me lo hanno insegnato loro, me lo sono tatuata “lottare fino alla vittoria”, lo devo a loro anche se per ora è difficile mettere insieme i pezzi. Condividete la mia storia ed aiutatemi a far conoscere a più persone possibili quello che succede». [SIlvia A.]

29-30 gennaio/ Palestina a Milano

palestina-150x150L’Arci con  Gue, Associazione Randa, Fiom, Camera del Lavoro Milano, Assopace Palestina, Rete della Conoscenza, in collaborazione con Comunità Palestinese di Lombardia, organizzano Basta con l’occupazione israeliana. Due giorni di analisi, discussioni, proposte. Milano 29 – 30 Gennaio 2016. Scarica e diffondi il programma.  

18 ottobre/ Per la Palestina manifestazione a Varese

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Il Comitato varesino per la Palestina e il gruppo Radici dell’olivo invitano a partecipare alla marcia per il popolo palestinese che si svolgerà a Varese domenica 18 ottobre dalle 15 con partenza da piazza XX settembre. Leggi il testo della lettera diffusa dagli organizzatori.

«Per favore ci date una risposta?

Gentile signora, egregio signore, chiediamo a lei.

La domanda è semplice: perché se un negoziante spara a un ladro o a un rapinatore che fugge con un magro bottino riceve attestati di solidarietà e stima e qualcuno lo chiama eroe ed invece quando un Palestinese difende la propria casa, la propria terra, i propri familiari dai soldati e dai coloni israeliani (Nota importante in forndo) tutti lo condannano e lo chiamano “terrorista”?

Diteci: che cosa devono fare i Palestinesi perché il mondo si accorga delle loro ragioni ed intervenga in loro aiuto?

-Perché le menzogne di Israele trovano così ampio spazio su giornali e TV?

-Perché nessuno usa mai la parola “occupazione” per ricordare la semplice verità di un popolo espropriato della propria terra e della propria storia?

-Perché ad Israele tutto è sempre concesso?

-Perché invece nulla è concesso ai palestinesi? Hanno provato tutto:

– hanno lanciato pietre contro i carri armati per anni

– hanno attaccato con armi soldati e coloni armati, talvolta suicidandosi nell’azione

-hanno provato a dirottare aerei

-hanno provato a sequestrare una nave

– in carcere si sono lasciati morire di fame

-hanno opposto resistenza passiva mentre le ruspe gli abbattevano le case o gli olivi

– sono scesi in massa nelle strade per manifestare la loro disperazione e la loro rabbia per il silenzio del mondo

Che cos’altro devono fare? Vengono uccisi mentre zappano ,mentre pescano, mentre vanno a scuola, mentre dormono, mentre avviano un generatore con cui far funzionare un computer per poter gridare al mondo “Ma dove siete?”

Nour Rasmi Hassan aveva 30 anni, era incinta di 5 mesi ed aveva una figlia di due anni, Rahaf Yahya: sono rimaste sotto le macerie della propria casa bombardata dagli aerei israeliani. Loro sì, come tanti altri, sono vittime “civili” e non certo i coloni che girano armati di fucili mitragliatori.

Ora i Palestinesi, dopo essere stati derubati, imprigionati, uccisi, usati come cavie per le armi sperimentali, non possono neppure andare a pregare nella loro più sacra Moschea.

Qualcuno si è armato di coltello. Tu che lo condanni, dicci: che cosa deve fare? Deve arrendersi, andarsene, lasciare quella casa che la sua famiglia ha abitato per secoli? E dove deve andare? Per mare, per terra? Per trovarsi davanti un altro muro o altro filo spinato?

Noi gli abbiamo detto di rimanere, di difendersi, di resistere. Lei, gentile signora; lei, egregio signore, che cosa gli dice? Che cosa propone?

Nota importante

Lo stato di Israele ed i cittadini israeliani non vanno confusi con gli ebrei e la religione ebraica. Ci sono sparse nel mondo milioni di persone di religione o di ascendenza ebraica, ma la grande maggioranza di loro non vive e non vota in Israele;  molti di questi ebrei non sono d’ accordo con le politiche israeliane, e parecchi addirittura si vergognano e si arrabbiano per i crimini che gli israeliani commettono contro i palestinesi  usando la religione ebraica come copertura ed approfittando dello sterminio nazifascista degli ebrei europei per accusare di antisemitismo chi osi criticarli. E costoro si dissociano dai crimini di Israele gridando ” Non in mio nome!” per non esserne complici. [Comitato varesino per la Palestina e il gruppo Radici dell’olivo]

 

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