Tiziano Casartelli

Mostre/ La Triennale, il mobile e Cantù

Nell’ormai pluriennale opera di riappropriazione della storia dell’industria e dell’artigianato del mobile, condotta con intelligenza e tenacia da Tiziano Casartelli, Cantù è giunta quest’anno a riconsiderare il rapporto con la Triennale di Milano (e, prima, con l’originaria manifestazione di Monza).

Il rapporto dei produttori mobilieri canturini con l’importante manifestazione dedicata alla decorazione d’interni, all’arredo e all’architettura deve essere considerato per molti versi inevitabile e addirittura scontato, poiché quella era un naturale luogo non solo di promozione, ma anche di incontro e di confronto con quanto si andava contemporaneamente facendo in tutta Italia. Assai meno scontato è però indagare i modi concreti di questo rapporto: le partecipazioni, le sperimentazioni, i successi e le criticità, nonché le fondamentali relazioni avviate in previsioni e a seguito di quelle partecipazioni. Così la prima partecipazione alla “vetrina” di Monza, nel 1927, fu determinata dalla realizzazione da parte della ditta Paolo Lietti e Figli di un progetto di arredo “per il ceto medio” messo a punto da Gio Ponti ed Emilio Lancia per la Rinascente di Milano. Altrettanto importante fu, negli anni seguenti, la collaborazione con i progettisti d’avanguardia, non solo i razionalisti comaschi (Giuseppe Terragni, Gianni Mantero, Gabriele Giussani, Pietro Lingeri, Mario Cereghini), ma anche quelli milanesi (Mario Asnago, Claudio Vender), o altre personalità ai margini dell’avanguardia ma di sicuro mestiere (Agnoldomenico Pica, per esempio – o, appunto, Ponti e Lancia).

Tiziano Casartelli, curatore della mostra, all’inaugurazione

Nella mostra La Triennale, il mobile e Cantù – curata da Tiziano Casartelli -, aperta nell’ex chiesa di Sant’Ambrogio fino al 27 ottobre, questo pluridecennale rapporto viene indagato in modo approfondito e coinvolgente grazie alla presenza di numerosa documentazione, ma soprattutto di parecchi esemplari di mobili, alcuni originali (mai più presentati al pubblico dopo il loro passaggio alle varie Triennali) e altri fedeli riproduzioni. Poter vedere dal vivo questi modelli (e non solo percepirli attraverso la documentazione) è una questione fondamentale, poiché proprio su questo rapporto diretto con le persone (che avrebbero dovuto vivere con loro) sono fondati.

Si può così comprendere che i differenti mobili incarnano non solo differenti “stili” artistici,  ma veri e proprio modelli di vita, di cultura, di comportamento, così come si può apprezzare il ruolo, tutt’altro che marginale, avuto in questo sviluppo da Cantù e dalla sua produzione mobiliera, in un rapporto continuo e mai banale con una delle più importanti (e più antiche) manifestazioni del design italiano.

La sedia di Agnoldomenico Pica.
La scrivania di Gianni Albricci.

La Triennale, il mobile e Cantù

Un secolo di scambi e di confronti

Ex chiesa di Sant’Ambrogio, Cantù, fino al 27 ottobre

orari: fino al 6 ottobre lunedì-venerdì 16-19, sabato-domenica 10-12.30 16-19; dal 7 a 27 ottobre lunedì-venerdì 15.30-18.30, sabato-domenica 10-12.30 15.30-18.30

ingresso libero

In mostra a Cantù la storia e il fascino del mobile

“Cantù città del mobile”: una sintesi efficace, che però produce il più delle volte un effetto di totale ovvietà. Cantù città del mobile? ma certo, che bisogno c’è di pensarci su?… come Como città della seta, lo si sa, a parte – si intende – i recenti problemi di crisi.

Poi, per fortuna, c’è qualcuno che a quella domanda cerca una risposta. Così nasce, poco a poco, la storia del mobile a Cantù, una storia che quest’anno ricostruisce un nuovo affascinante capitolo grazie alla mostra Gio Ponti e Cantù (e al volume pubblicato per l’occasione).


Quel qualcuno che si fa le domande e cerca le risposte è Tiziano Casartelli, architetto, da tempo impegnato nell’approfondimento della storia del mondo del lavoro canturino (e brianteo) e quindi – ovviamente, in primo luogo – della storia della manifattura mobiliera, con il lento passaggio dalla riproposizione dei mobili tradizionali (“in stile”) a quelli moderni. L’evoluzione del distretto produttivo canturino avviene lentamente, e trova un suo momento fondamentale nell’esperienza della Selettiva, la mostra-concorso che, a partire dal 1955 e per un intero ventennio, si sforza di “modernizzare” la produzione canturina, con la progettata iniezione di massicce dosi di modernità, ampliando la prospettiva dalle morbide colline briantee fino ai panorami dell’intera Europa (e, addirittura, dell’Estremo Oriente). All’esperienza della Selettiva, Tiziano Casartelli ha dedicato una mostra e volume l’anno scorso, sull’onda dei quali aveva promesso un approfondimento. Nemmeno lui immaginava, però, che lo sviluppo sarebbe stato così importante. Continuando a studiare il rapporto tra le botteghe e le manifatture canturine e i progettisti milanesi (e, in particolare, la relazione con Gio Ponti, figura centrale per l’organizzazione della prima Selettiva del 1955), è infatti riuscito a risalire ai primordi di questo rapporto, fino all’inizio degli anni Venti, quando un Gio Ponti fresco di laurea comincia le sue prime esperienze professionali dedicandosi alla progettazione di arredamenti, e quindi entrando in contatto – per la realizzazione di questi mobili – con una delle più affermate botteghe canturine, quella di Paolo Lietti e Figli.

Risalire fino ai primi mesi del 1923 significa modificare radicalmente la storia della produzione del principale centro mobiliero italiano, e significa anche riuscire a connettere tutta una serie di avvenimenti posteriori in una sequenza significativa (a Gio Ponti si affiancheranno Albini, Palanti, Pica, Daneri, Buffa, Cassi Ramelli…), così da poter mettere in chiaro che Cantù, già negli anni Venti e Trenta, è tutt’altro che una realtà periferica e marginale; può essere considerata, invece, una delle culle della cultura del progetto in Italia.

Se questo è il nocciolo essenziale della ricerca storica (con il suo seguito, ovviamente, fino ai fasti degli anni Cinquanta e Sessanta), la sua articolazione in mostra non è da meno: grazie a un minuzioso lavoro di ricerca, viene esposto un nutrito gruppo di autentici capolavori, alcuni mai più visti dalle prime presentazioni degli anni Trenta, Quaranta e Cinquanta (e qualche altro ricostruito in seguito, uno – poi – addirittura eseguito appositamente per questa esposizione). Basta uno sguardo attento al divano in radica di noce ed ebano Macassar con intarsi in avoriolina di Franco Albini e Giancarlo Palanti (esposto alla IV Triennale di Monza del 1930 e da allora mai più visto), per rendersi dell’importanza di questa mostra e del lavoro di ricerca che l’ha prodotta. E basta soffermarsi davanti al prototipo ricostruito della cassettiera progettata nel 1959 da Gio Ponti, Antonio Fornaroli e Alberto Rosselli per comprendere l’importanza della cultura progettuale che in quegli anni a Cantù trovava, pur con tutte le difficoltà che è facile immaginare, la strada per diventare cultura materiale, conquista della piena modernità.

Con tutti i suoi mobili, i progetti, i documenti e le immagini fotografiche, la mostra è davvero un’occasione imperdibile per entrare nel “mondo del mobile”, non dalla strada della “mitologia” della Brianza operosa, ma da quella – saldamente fondata sull’indagine storica – dell’incontro fecondo tra progettisti e artigiani, tra cultura teorica e competenze pratiche.

Inutile dire che tutti si augurano che lo sviluppo delle ricerche riservi sorprese altrettanto stimolanti e godibili.

[Fabio Cani, ecoinformazioni]

 

Alcuni dei mobili in mostra:

Gio Ponti, Antonio Fornaroli e Alberto Rosselli, cassettiera (1959, realizzazione 2017)

Franco Albini e Giancarlo Palanti, divano (1930)

Gio Ponti, cassettiera con specchio (1947, realizzazione 1973)

Gio Ponti e Cantù

Design e artigianato del Mobili dalla Rinascente alla Selettiva

a cura di Tiziano Casartelli

Cantù, La Permanente Mobili, piazza Garibaldi

30 settembre – 22 ottobre 2017

orari: martedì-venerdì 15-18.30, sabato-domenica 10-12.30, 15-18.30

ingresso libero

 

venerdì 6 ottobre 2017, ore 21

presso la sede della mostra

presentazione del volume di Tiziano Casartelli

Gio Ponti e Cantù

edizioni Canturium

Cantù: un nome per l’arredamento

Il nome di Cantù è da lungo tempo una garanzia per la produzione dei mobili: a questa affermazione fa evidentemente riferimento il titolo della mostra allestita a Villa Calvi, sede del Municipio canturino fino al prossimo 4 ottobre.
Della produzione mobiliera l’esposizione affronta i fasti raggiunti nel corso del Novecento con una notevole scelta di materiale documentari di vario tipo: disegni, progetti, fotografie, pubblicità sulle riviste e – ovviamente – esemplari di mobili. Ne esce un quadro articolato e, forse, un po’ meno scontato di quanto la stessa mitologia locale vorrebbe credere riguardo all’affermazione del prodotto principe della Brianza comasca. C’è molta creatività, naturalmente, molta imprenditorialità, ma anche – accanto alla ricerca di nuovi modelli progettuali e promozionali – anche molta acquiescenza nei confronti dei gusti più tradizionali e commerciali…
Per alcuni versi si deve riconoscere come una delle caratteristiche fondamentali della produzione mobiliera canturina la capacità di tenere il piede in più scarpe, di promuovere, per esempio, gli arredi razionalisti e contemporaneamente (addirittura a volte sulle stesse riviste) i più retrivi esempi di pastiches eclettici, il tutto – si intende – sempre valorizzato da una mirabile capacità esecutiva artigianale, che è la vera chiave stilistica di ogni prodotto dell’area, fino al limite paradossale di non sapere per lungo tempo imboccare la via della produzione di massa.
I molti reperti esposti documentano, a volte allusivamente, altre volte esplicitamente, questo percorso non lineare, contribuendo a fare “memoria” di un successo imprenditoriale che è bene liberare dall’aura del mito. Lo stesso percorso, con maggiore dovizia di approfondimenti, è sviluppato nel denso catalogo pubblicato per l’occasione.
In mostra di particolare interesse sono alcuni degli arredi originali, a volte recuperati dalle case canturine stesse: tra gli altri quelli degli anni Sessanta, Settanta e Ottanta del Novecento sembrano degni di attenzione, forse perché non essendo abbastanza “antichi” sono stati fino ad ora un po’ snobbati. Merito di Tiziano Casartelli che da molto tempo si dedica a illustrare i tanti diversi aspetti del lavoro dell’area di Cantù, senza sminuirne i successi, ma anche senza dimenticarne gli autentici connotati storici. [Fabio Cani, ecoinformazioni]

 

Due vedute della mostra

CantùLegno-01

 

CantùLegno-02

29 maggio/ Il lavoro nel Canturino

invito_presentazione_libro_il_lavoro_nel_canturino_852503589Dall’età Napoleonica a fine Ottocento, presentazione del libro di Tiziano Casartelli, con l’autore, Fabio Cani, storico, e Mario Marelli, economista, giovedì 29 maggio alle 20.45 alla Sala convegni Zampese della Cassa rurale di Cantù, in corso Unità d’Italia 11.

Ecoinformazioni è un circolo Arci

Anche ecoinformazioni in Pressenza