Tra sport e razzismo/ Con l’Inter e l’Uganda nel cuore


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Le persone, ormai è evidente, ne sentono già abbastanza. Tra lavoro, bar e telegiornali si parla prevalentemente di cattive notizie, facendo crescere la desolazione e l’abbattimento individuale. Quindi perché passare una serata al Cinema Gloria per partecipare ad un dibattito su sport e razzismo, quando in altri multisala proiettano film più divertenti ed emozionanti?

Noi non siamo d’accordo e quelle pochissime persone che hanno scelto di esserci allo Spazio Gloria il 19 novembre meritavano comunque lo svolgimento del programma [e forse anche la proiezione del film che si è scelto di non svolgere]. Si trattava dell’ultima serata della rassegna Momenti Di Gloria con un incontro-reading prima del film su sport e razzismo, con la narrazione delle olimpiadi del 1968 in Messico e quella della creazione degli Inter Campus ugandesi alternando brevi video al racconto di Italo Nessi, medico e presidente di Medici con l’Africa Como.

L’iniziativa di fondare l’Inter Club  Kayunga è nata da un gruppo di medici dell’Associazione non governativa Cuamm – Medici con l’Africa che lavorano volontariamente in Uganda nel settore della cooperazione sanitaria. Casualmente alcuni dei medici ora in Uganda hanno scoperto di essere tifosi della stessa squadra, l’Inter, appunto, ed hanno deciso di costituire il club.

 

Grazie alla globalizzazione, sono molti gli ugandesi che seguono i campionati calcistici europei in televisione. Tra questi un rilevante numero si appassiona al calcio italiano. Non è stato difficile trovare persone che tifano per l’Inter Milan, ovvero per l’Inter di Milano.

Alcune partite del campionato italiano vengono trasmesse, oltre che da Rai International, dalla televisione satellitare sudafricana. Dallo scorso anno la Utv, televisione nazionale ugandese, trasmette quarti, semifinali e finali della Champion League europea.

Come si può facilmente immaginare, date le precarie condizioni di vita, sono poche le famiglie che possono permettersi una televisione e tanto meno una parabola.

Alcuni commercianti, sentendo profumo di affari hanno provveduto a dotare qualche bar, anche in zone remote, di una televisione e di impianto satellitare. La gente si raduna in questi locali pubblici, ove per la modica cifra equivalente a 25 centesimi di Euro, può guardare le partite.

Accade quanto succedeva in Italia agli inizi degli anni sessanta, ai primordi dell’era televisiva. Si può immaginare l’ambiente surriscaldato che vi si crea ed i commenti e le scene di esultanza o di rammarico.

L’ Inter Club Kayunga prende il nome dall’omonimo distretto (l’Uganda e’ suddivisa amministrativamente in distretti, equivalenti grosso modo alle nostre regioni) che dista una settantina di chilometri da Kampala, la capitale. Distretto che deve affrontare notevoli problemi sia dal punto di vista sanitario che sociale.
Kayunga in lingua Luganda, che è la lingua locale del distretto, significa unire, mettere insieme.
E’ per questo che è stato scelto questo nome: quello che si vorrebbe  fare è unire culture e genti diverse tramite il calcio.

La sede ufficiale del club è l’ufficio di coordinamento del Cuamm – Medici con l’Africa di Kampala. Questo perché il Coordinatore nazionale del Cuamm – Medici con l’Africa permette di usufruire gratuitamente dell’impianto di segreteria già operativo da anni.

Inoltre l’amministratore del Cuamm – Medici con l’Africa, Tito Dal Lago, è da sempre un accanito tifoso interista ed ora anche segretario dell’ Inter Club.

Gli obiettivi dell’Inter Club Kayunga sono tifare per la loro squadra del cuore e promuoverne l’immagine in Uganda e in Italia, solidarizzare con la popolazione ugandese, promuovendo i valori sportivi – impegno, lealtà, dedizione – troppo spesso dimenticati o lasciati in disparte, promuovere anche in ambito calcistico, considerato il crescente numero di calciatori africani del campionato italiano, una cultura di solidarietà tra i popoli e promuovere l’attività sportiva tra i giovani ugandesi anche come mezzo di crescita personale, sociale e culturale. [Valeria Peverelli, ecoinformazioni]

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