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Separazione all’italiana: la ricerca di Licia Badesi sulla separazione coniugale a Como (1865-1928)

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Separati di letto e di mensa: così si intitola la pubblicazione (edita da Elpo edizioni nel 2017) in cui l’autrice Licia Badesi, scrittrice, letterata e già deputata comasca, analizza gli sviluppi delle separazioni coniugali tra il 1865 e il 1928. L’opera è stata presentata nel pomeriggio di giovedì 12 aprile a Palazzo Volpi, sede della Pinacoteca civica di Como in via Diaz 84, con un accurato intervento di analisi storica, sociologica e giuridica al quale, accanto all’autrice, hanno partecipato Livia Sarda, presidente del Comitato Pari opportunità dell’Ordine degli avvocati di Como (che ha curato l’organizzazione dell’incontro), Adina Bonelli, archivista di stato che ha assistito Badesi nella sua ricerca storiografica, Giuseppe Monti, consigliere dell’Ordine degli Avvocati di Como e del Comitato Pari opportunità, e Raffaella Bianchi Riva, docente di Storia del diritto medievale e moderno dell’Università degli studi di Milano.
Il preludio all’opera di Badesi è un lungo e preciso lavoro di ricerca svolta nell’Archivio di Stato di Como, del quale Bonelli dà qualche dato numerico e che ospita, al momento, circa 95 000 documenti storici relativi alle province di Como e Lecco. Tra questi, Badesi ha consultato 1183 atti relativi alla separazione coniugale sul territorio comasco nel periodo storico compreso tra l’adozione di un codice civile italiano nell’ex Stato lombardo-veneto e i Patti lateranensi, stretti nel 1929 tra lo Stato fascista e la Chiesa.
L’oggetto di ricerca di Badesi, che segue un analogo percorso di studi da parte dell’autrice, può apparire assai specifico, considerando la frequenza relativamente bassa delle separazioni in quegli anni, che è insieme causa e conseguenza delle resistenze opposte dalla politica, dal diritto e dalle convenzioni sociali di matrice cattolica e patriarcale. Eppure, anche tale “atipicità” contribuisce a fornire un quadro accurato dell’evoluzione dei costumi, della giurisprudenza e dei rapporti di genere, ricostruendo il passato per comprendere il presente e individuando differenze e analogie.

Rammenta Sarda in apertura all’incontro: «Solo nel 1975 il divorzio per come lo conosciamo oggi è regolamentato dal codice civile italiano e attuabile ogniqualvolta venga a mancare definitivamente una condizione di serenità nella convivenza di coppia. Tale passaggio costituisce un importante punto di svolta nel riconoscimento legale della parità tra i sessi, specie per quanto riguarda la custodia dei figli: da quel momento in poi si parlerà di “responsabilità genitoriale” e non più di “patria potestà”». Espressione, quest’ultima, assai rivelatrice della prolungata preponderanza del marito/padre sulla moglie e sui figli, della cui educazione (ed eventuale punizione) il pater familias è (presente storico) responsabile.
La subalternità femminile (e filiale) è una condizione che rende difficoltosa non soltanto la convivenza con una figura maschile autoritaria e violenta, ma anche l’interruzione di tale vincolo, che la giurisprudenza, riflesso di una classe politica conservatrice, manterrà circoscritta a casi di grave intollerabilità e pericolo (accezione che esclude percosse occasionali, o con strumenti “leggeri”), come spiega Riva Bianchi in un dettagliato excursus storico sul tema della separazione. Le resistenze sono però anche di tipo culturale: da questo punto di vista pesa certamente la tradizione cattolica; comunque, la popolazione del lombardo-veneto fatica  ad accettare i passaggi tra diverse culture del diritto, opponendo resistenza alla giurisprudenza napoleonica, prima, e piemontese, poi (il codice Pisanelli, primo codice civile italiano, frutto di una mediazione tra l’ordinamento francese e quello austriaco), all’avvento dell’Unità d’Italia. L’ordinamento asburgico non prevede infatti il matrimonio civile (introdotto nel 1874 da Giuseppe II, ma revocato per la sua impopolarità) e laico e il divorzio, contemplati invece dal diritto napoleonico, Quest’ultimo, tuttavia, applica alla famiglia un modello centralizzato analogo a quello dello Stato (che troverà qualche eco nel periodo fascista), consentendo ma non semplificando la pratica del divorzio (che sarà con la Restaurazione), mantenendo una forte disparità di standard per quanto riguarda l’adulterio (l’infedeltà maschile è legalmente perseguita solo nel caso in cui il marito fedifrago mantenga una concubina in un dato luogo) e condannando solo i casi più estremi di violenza (a tal proposito: solo nel 1889 entrerà in vigore il codice Zanardelli, primo codice penale dello Stato italiano, condannando – non troppo severamente – la violenza coniugale con la reclusione).

Pur difficoltosa, la separazione coniugale consensuale è resa possibile dal codice civile dell’allora nascente Stato italiano. I casi in cui la richiesta arriva effettivamente da entrambi i coniugi sono però relativamente rari, osserva Badesi: il 60 per cento delle richieste di separazione nel periodo da lei considerato arriva dalle donne, stando ai 1138 atti da lei consultati nel corso della sua ricerca, relativi alla città e alla attuale provincia di Como. Un dato che rivela una diffusa sofferenza tra le donne rispetto a unioni matrimoniali infelici e a una strutturale condizione di inferiorità dal punto di vista coniugale e anche genitoriale. L’autrice menziona il caso di un ragazzo canturino che, in seguito alla separazione dei genitori, cerca rifugio dalla madre per sfuggire alla tutela di un padre violento, ma piuttosto che essere riaffidato a quest’ultima – Giulio ha ormai quattordici anni, dunque non avrebbe più bisogno (o diritto?) delle cure materne – sarà mandato in un istituto del Centro lago specializzato nella custodia di ragazzi problematici. La storia evidenzia la formale inferiorità di donne e figli rispetto alla figura di un “padre padrone” spesso violento, rivelando l’esposizione di bambini/e e ragazzi/e a episodi di violenza domestica praticamente “normalizzati”, rispetto ai quali la giurisprudenza si manterrà a lungo, si è detto, piuttosto tollerante. Un secondo caso a riguardo è quello di un piccolo impiegato che, respinto dalla prostituta del quale si era innamorato, la uccide con un coltello: tutto ciò per cui sarà condannato è il suo trasporto di un’arma da taglio, perché la sua “gelosia d’amore” – ritiene la giuria – ha costituito la “causa di forza maggiore” che l’ha spinto a commettere il delitto.

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E se l’emancipazione femminile, dentro e fuori dal vincolo matrimoniale, ha senz’altro compiuto grandi e importanti passi in avanti, anche e soprattutto grazie all’impegno delle stesse donne in questo senso, persiste tuttora una condizione di maggior fragilità rispetto al genere maschile, che interessa la sfera professionale-sociale e anche quella affettiva e familiare. Anche in un’epoca in cui lo scioglimento il vincolo coniugale si è fatto decisamente più semplice ai sensi di legge e rispettoso delle istanze dei figli oltre che della coppia separata, il problema della violenza di genere rimane endemico nella società italiana (e non solo), al cui contrasto dovrà necessariamente concorrere una diffusa disponibilità maschile all’autocritica, per ammissione di Monti, unico relatore uomo di un incontro seguito da un pubblico  – di circa trenta persone — prevalentemente femminile. Il lavoro condotto da Licia Badesi si configura perciò non come un’analisi storiografica ascritta a se stessa – non è questa, del resto, la ragion d’essere della ricerca storica – ma come indagine documentata delle premesse di una situazione che necessita ancora di trasformazioni e, non meno importante, come tributo alle storie personali di tante persone comuni, storie spesso difficili e problematiche che, senza il lavoro congiunto di archivisti e storici, cadrebbero inesorabilmente nel dimenticatoio. [Alida Franchi, ecoinformazioni]

Già on line sul canale di ecoinformazioni i video di Irene Falzone dell’iniziativa.

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