Mantegazza/ Togliersi le bende

Raffaele Mantegazza, pedagogista e docente alla Bicocca, il 17 aprile a Culturattiva in piazza Verdi a Como. Con una sciarpa rossa sugli occhi, senza poter vedere niente di ciò che mi stava intorno, ho iniziato il mio intervento davanti a studenti e insegnanti che avevano voglia di inventare una scuola nuova. Mi sono bendato non tanto per stigmatizzare un gesto inaccettabile (che può essere un errore, per quanto grave, e che può essere risolto chiedendo scusa, ma deve anche essere  ripreso da chi  governa la scuola) ma per mostrare come la scuola a volte non voglia vedere i ragazzi, le loro sofferenze, le loro speranze e i loro sogni.

Prima di me sono intervenute persone che hanno portato in piazza la scuola nella sua nudità; e quando siamo nudi non possiamo nasconderci, siamo come la scuola nella Dad, esposta agli occhi di tutti, senza paraventi, senza maschere. La scuola si sta giocando tutto, si sta giocando il suo avvenire e la sua stessa esistenza. Dopo di me sono intervenuti ragazzi e ragazze che hanno esposto la nudità delle loro sofferenze; chi non si sente capito dalla scuola, chi si sente intrappolato nella gabbia del 9 e dei 10 ma non ce la fa più a sostenere la pressione; abbiamo cercato di capire perché la scuola non può essere un luogo di gioia, di allegria e perché no, anche di comodità; non  perché si debba andare a scuola con i pantaloni del pigiama come si sta in Dad, ma perché quei pantaloni raccontano un bisogno di fisicità, di intimità e di benessere cui spesso la scuola non risponde. Abbiamo chiesto alla scuola di togliersi le bende, perché far bendare i ragazzi non è solo una invasione della loro privacy e un’offesa alla loro dignità, ma è una clonazione della cecità che viene chiesta a noi tutti da un sistema che non vuole testimoni, non vuole persone coraggiose che vedono e denuncianoLa scuola può essere lo spazio delle emozioni; anzi, di più, la scuola non può non esserlo perché le emozioni non sono una giacca che puoi appendere in corridoio e riprenderti all’uscita; la scuola deve prendersi carico del corpo e dell’anima dei ragazzi, in uno “star bene a scuola” che riguarda tutti, ragazzi e adultiLa scuola può essere l’ultimo rifugio dell’umano o il primo passo per la sua distruzione, come dimostrano le scuole del nazismo e del fascismo. La straripante umanità dei ragazzi e delle ragazze è il vero motivo per resistere, per continuare a praticare una pedagogia della resistenza che nella scuola (e non solo) trova uno dei suoi luoghi elettiviOccorre però saper vedere, e saper denunciare. Nessun principio di libertà didattica può giustificare azioni che ledono la dignità dei ragazzi e delle ragazze. Partiamo da Gaber, nella sua canzone “La caccia”: “io la benda non me la metto più” [Raffaele Mantegazza per ecoinformazioni] [La foto di copertina è di Fabio Cani, ecoinformazioni]

Leggi l’artciolo di Petro Caresana eFabio Cani sulle attività di Culturattiva del 17 pomeriggio.

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