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Il 16 giugno al teatro San Teodoro si è tenuto un incontro per discutere della presenza della ‘ndrangheta in Lombardia e a Cantù in particolare. L’incontro, promosso dalla lista civica Unire Cantù, è stato moderato dalla redazione di FuoriFuoco e ha visto gli interventi di Mario Portanova (Il Fatto Quotidiano), Paolo Moretti (La Provincia) e Veronica Borghi (laureata in Comunicazione e Società).

I ringraziamenti di Vincenzo Latorraca, avvocato ed ex candidato sindaco, hanno aperto l’incontro, insieme a una breve introduzione che ha voluto sottolineare l’importanza dell’impegno civile contro le cosche e del contributo culturale, necessario per sconfiggere il fenomeno della criminalità organizzata. La serata si è poi sviluppata dal macro al micro, seguendo dei cerchi concentrici per entrare sempre più nella realtà locale canturina.

Il primo relatore, Mario Portanova, giornalista d’inchiesta esperto di temi legati alla criminalità organizzata, è intervenuto in collegamento per disegnare un quadro della situazione mafiosa in Lombardia, con particolare riguardo alla presenza della ‘ndrangheta. Un fenomeno che tocca le vite di milanesi, comaschi, brianzoli, la cui presenza risale agli anni ‘50, con il varesotto che è stato prima culla di infiltrazioni nel 1958. Poi via via negli anni in tanti comuni lombardi sono arrivate famiglie ‘ndranghetiste, inserendosi nel territorio con attività lecite a fianco di quelle illecite. Persone innervate nel tessuto economico, sociale e anche politico. Portanova cita l’ex pm di Monza, Walter Mapelli, per parlare di una situazione di pervasività della ‘ndrangheta in Lombardia, diversa e più grave di quella che viene definita infiltrazione. Esistono famiglie radicate in decine di comuni, scovate e mappate soprattutto grazie all’operazione antimafia crimine infinito del 2010, che ha portato a circa 140 arresti solo in Lombardia. Un’ultima grande fotografia della criminalità organizzata nella regione.
C’è domanda di mafia e all’imprenditoria locale il servizio mafioso conviene economicamente e di conseguenza l’offerta si presenta. Non più omicidi frequenti, quindi, ma violenza a bassa intensità: minacce, incendi, usura, insulti, per non attirare eccessivamente l’attenzione.
In Lombardia e a Cantù in particolare, il mafioso si muove in equilibrio tra personaggio conosciuto ma nascosto, in grado di farsi sentire e essere riconoscibile grazie al nome.

Paolo Moretti, secondo relatore intervenuto, ha raccontato da dove tutto è nato con riferimento alle zone in cui ci troviamo: dalla ‘ndrina locale attiva già dagli anni ‘70 a Mariano Comense, gestita da Salvatore Muscatello, faro criminale marianese morto recentemente. Ha parlato della svolta dallo spaccio di eroina alla cocaina, del pizzo pagato dai commerciati a Olgiate, Bizzarrone, Monguzzo, Lipomo e non solo. Dell’operazione I fiori della notte di San Vito, inchiesta della Dda di Milano del 1994 sulle famiglie della ‘ndrangheta lombarda, la prima grande operazione che consentì di ricostruire i riti di affiliazione e portò a più di 300 arresti in tutta la regione. Dell’omicidio di Franco Mancuso a Bulgorello, colpevole di aver offeso il boss di Fino Mornasco Bartolomeo Iaconis. E poi di Turate, dell’omicidio del boss Diego Spinella.
Parlando propriamente della situazione processuale nelle zone di Cantù e limitrofe, Moretti racconta di testimoni che spesso avevano una sola paura: ripetere quanto raccontato ai carabinieri in pubblico e davanti agli imputati. Racconta del caso di un noto locale in centro a Cantù, dell’arresto di membri della famiglia Morabito insieme ad altri giovani ritenuti colpevoli di lesioni e estorsioni con aggravanti di stampo mafioso, ma non appartenenti direttamente alla ‘ndrangheta seppure utilizzassero metodi intimidatori simili.

Veronica Borghi, laureatasi in Comunicazione e Società, racconta del suo lavoro di tesi, in cui ha analizzato il caso di Cantù dal punto di vista della percezione degli abitanti riguardo la realtà criminale locale con particolare riferimento a Piazza Garibaldi. Una indagine in forma di questionario su come i commercianti si sentono in base agli avvenimenti recenti e agli arresti.
Ha raccontato di aver raccolto opinioni discordanti ed esempi di omertà ma anche consapevolezza.
C’è stato, infine, spazio per una discussione sul ruolo delle istituzioni e degli enti locali (è stata citata soprattutto la mancata costituzione in parte civile del Comune di Cantù nel recente processo per i fatti di piazza Garibaldi). Si è parlato delle difficoltà di sostentamento di beni confiscati grazie all’intervento di Benedetto Madonia (direttore del Centro Studi Sociali contro le mafie, Progetto San Francesco) e ci sono stati, tra gli altri, anche un intervento di don Giusto, interessato a fare luce sul problema delle sostanze stupefacenti per i giovani e di don Lino (storico parroco di Cantù) che si è rammaricato di non aver portato in auge questa battaglia quanto avrebbe voluto, sottolineando l’importanza del tema

Insomma, un incontro serale estivo che ha avuto il merito di aver portato voci anche giovani (sul palco tre su cinque erano under 25) a parlare di un fenomeno presente in tutta Italia e pervasivo nell’economia lombarda e nella stessa Cantù, che necessita di una costante educazione alla legalità e di una azione culturale forte per essere conosciuto e sconfitto. [Daniele Molteni, ecoinformazioni]

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