25 novembre/ Le parole sono pietre

La violenza virtuale è reale e banalizzarne la pericolosità porta alla “normalizzazione” di espressioni di odio. Vale per tutte e tutti. Ancor di più per le donne che molto più degli uomini subiscono attacchi sessisti e minacce. Vale per le giornaliste, doppiamente colpite perché le offese tendono anche a delegittimare il loro lavoro di inchiesta e di informazione.

La crescita di minacce e parole d’odio in Rete nei confronti delle donne giornaliste ha spinto la Coalition Against Online Violence, che riunisce una quarantina di associazioni, ad attivare, sotto la guida della International Women’s Media Foundation (IWMF), una piattaforma internazionale per il contrasto alla violenza sul web. La Commissione europea ha recentemente segnalato novecento aggressioni contro giornaliste e fotogiornaliste sui social nel 2020. Un dato allarmante confermato anche dal Center for Journalists (Icfj) che con l’Unesco ha realizzato un rapporto sulla violenza online (http://onlineviolenceresponsehub.org).

L’assegnazione del Premio Nobel per la Pace a due giornalisti, la filippina Maria Ressa, e il russo Dmitry Muratov, «Per i loro sforzi per salvaguardare la libertà di espressione, che è una condizione preliminare per la democrazia e una pace duratura», è davvero una buona notizia.

Maria Ressa, una giornalista coraggiosa, diventata un simbolo per gli attacchi on line e off line ricevuti, ha accolto l’annuncio con queste parole: «Viviamo sulle sabbie mobili, potremmo essere oscurati ogni giorno. In due anni sono stati presentati 10 mandati di arresto contro di me. […]. Il Premio? Uno choc».

Insulti sessisti e minacce all’incolumità rendono assai complesso il lavoro delle giornaliste anche in contesti meno ostili alla libertà di stampa della Russia di Putin (e il pensiero va subito ad Anna Politkovskaja, messa a tacere per sempre il 7 ottobre del 2006) e delle Filippine di Duterte.

Le giornaliste belghe Florence Hainaut e Myriam Leroy, nel documentario #FatUglySlut hanno raccolto testimonianze di professioniste della comunicazione vittime di ingiurie sessiste e campagne di aggressioni online ( guarda la versione sottotitolata in italiano).

La giornalista sudafricana Ferial Haffajee ha dichiarato alla Cnn, nel corso di una trasmissione su giornaliste che nel mondo hanno subito qualche forma di insulti e intimidazione in Rete di carattere sessista e misogino mentre facevano il loro lavoro: «Dobbiamo opporci a questi troll e non dobbiamo essere costrette a lasciare il giornalismo». Spesso, infatti, l’odio sociale rischia di trasformarsi in censura.

Le denunce, le lotte, le “scorte mediatiche” (colleghi e colleghe intervengono per rispondere agli insulti, confermare e amplificare quanto scritto dalla persona attaccata) con cui si contrasta il fenomeno non sono sufficienti a fermarne la crescita anche in Italia. Non è mai bastata, e certo non basta ora, la solidarietà che viene tempestivamente espressa a ogni attacco dalla Federazione nazionale della stampa. Le giornaliste chiedono risposte alle istituzioni e che siano i “maschi” a prendere parola, perché è tra loro che si trova il maggior numero di odiatori, spontanei o organizzati che siano.

GIULIA (GIornaliste Unite LIbere Autonome) ha collaborato nel 2020 a realizzare una “Mappa dell’intolleranza” nell’ambito di Vox-osservatorio sui diritti (Università Statale e Cattolica di Milano, La Sapienza di Roma e Aldo Moro di Bari) (https://giulia.globalist.it/documenti/2020/11/24/l-odio-online-che-chiude-la-bocca-alle-giornaliste-2068778.html).

Sugli account Facebook o Twitter di giornaliste impegnate in materie che la cultura stereotipata considera “da maschi”, come immigrazione, criminalità organizzata, politica, sport… si leggono commenti come «troia», «vai a fare la calza», «cessa», «sei solo brava con la bocca», «mostro di bruttezza e cattiveria», «ma lei come ha fatto a ottenere il permesso di fare la giornalista?», «parli delle donne stuprate, a te non sarebbe successo», «stronza», «puttana», …

La maggior parte delle offese non si riferisce a quanto le giornaliste scrivono, ma al genere, al sesso, al corpo. Essere donne è già considerato dagli odiatori un motivo per non poter svolgere la professione di giornalista. Perché, come ha scritto Michela Murgia «Di tutte le cose che le donne possono fare nel mondo, parlare è ancora considerata la più sovversiva».

Sette giornaliste vittime di “odio sociale”  ̶  Angela Caponnetto (Rainews24), Monica Napoli (Sky-Tg24), Marianna Aprile (Oggi), Marilù Mastrogiovanni (Il Tacco d’Italia, Idea dinamica), Antonella Napoli (Focus on Africa), Elisabetta Esposito (Gazzetta dello Sport), Nunzia Vallini, alla guida del Giornale di Brescia, unica direttrice in carica nei quotidiani provinciali lombardi  ̶  hanno raccontato esperienze e sentimenti in #STAIZITTAgiornalista!, il libro edito da All Around, nella collana “Studi” della Fondazione sul giornalismo “Paolo Murialdi” (2021, pag. 135, euro 15,00, ebook euro 5,99), scritto da Silvia Garambois e Paola Rizzi. Alle interessanti interviste si alternano schede di informazione e materiali di riflessione e approfondimento. All’introduzione di Vittorio Roidi, presidente della Fondazione Murialdi, che individua tra le cause del fenomeno: «il permanere, nel nostro Paese, di una radicata mentalità maschilista e patriarcale, per cui le donne non dovrebbero occuparsi di “determinati” temi né rivestire “determinati” ruoli pubblici, considerati esclusivo patrimonio maschile». Seguono tre Prefazioni: di Elisa Giomi commissaria Agcom, di Federico Faloppa, coordinatore della Rete nazionale per il contrasto ai discorsi e ai fenomeni d’odio e di Laura Boldrini, già presidente del Parlamento, che scrive: «Questo libro è anche la storia e la fotografia di una resilienza femminile e di una speranza che viene dalla stessa Rete, perché non tutto è perduto. Le giornaliste che denunciano, pubblicamente e in sede giudiziaria, e la nascita di “scorte medianiche”, fatte di amici e colleghi, sono la leva da cui ripartire. Verso dove? Verso la realizzazione di un cambiamento della mentalità, incentrata sulla parità e sull’uguaglianza, e la nascita di una coscienza digitale specie da parte delle giovani generazioni». [Celeste Grossi, ecoinformazioni]

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