Mobilitiamoci contro la ‘ndrangheta in provincia di Como

Roberto Fumagalli, presidente del Circolo Ambiente “Ilaria Alpi”, ha scritto per ecoinformazioni una analisi delle infiltrazioni mafiose nel comasco partendo dalla recente indagine che ha portato a numerosissimi arresti e controlli. Un sunto molto utile per trarre spunti di riflessione e soprattutto per chiedersi: come si possono fermare le mafie sul territorio?

fotografia del nucleo Carabinieri tutela ambientale
fotografia del nucleo Carabinieri tutela ambientale

«Non è sicuramente un caso che la maggior parte degli arresti (40 su 104), operati nella recente indagine antimafia, abbiano riguardato il territorio Comasco. Infatti la provincia di Como è tra le più infiltrate dalla ‘ndrangheta nel nord Italia, seconda solo a quella di Torino. Numerose sono le locali attive censite dalla Magistratura nel nostro territorio, tra queste: Cermenate, Mariano Comense, Fino Mornasco, Senna Comasco, Erba, Canzo e altre. Senza dimenticare le vicende che hanno travolto negli scorsi anni la città di Cantù. Il territorio Comasco vede, da alcuni decenni, un forte radicamento delle ‘ndrine e il fenomeno è dovuto, anche, alla vicinanza con la Svizzera. E altrettanto non è un caso che una parte dell’inchiesta della Magistratura, sfociata nei recenti arresti, abbia riguardato proprio il territorio elvetico, con ben quattro Cantoni coinvolti: non solo il Ticino, dove è nota da anni la presenza della ‘ndrangheta, ma anche Grigioni, Zurigo e San Gallo. La vicinanza alla ricca Confederazione elvetica fa sì che nei confinanti territori comasco e varesino, le mafie organizzino illeciti di vario tipo, da quelli più tradizionali come il traffico di cocaina, a quelli meno evidenti ma altrettanto destabilizzanti quali i reati finanziari. A riguardo di questa tipologia di illeciti, deve essere sottolineato l’importante lavoro di indagine svolto dalla Procura di Como con l’arrivo, 6 anni fa, del Procuratore capo dott. Nicola Piacente (che già si era occupato nella sua carriera di reati di mafia) e del sostituto Pasquale Addesso. E poi l’instancabile lavoro della Direzione Antimafia di Milano, con la PM Sara Ombra e il coordinamento della dottoressa Alessandra Dolci. Quest’ultima, nel descrivere l’inchiesta di questi giorni, ha parlato di una Società per Affari – ‘Ndrangheta 2.0, evidenziando proprio che, al fianco dei tradizionali illeciti (traffico di droga), la criminalità calabrese si sta spostando sempre più verso i reati finanziari. Infatti nella recente inchiesta, accanto agli illeciti come estorsione, corruzione e usura, vi sono contestazioni che vanno dalla bancarotta fraudolenta alla frode fiscale. Il tutto in svariati settori, dai trasporti e logistica, fino alla ristorazione o ai servizi di pulizia e facchinaggio.

La pm Dolci durante una delle conferenze organizzate in collaborazione con l’Arci di Como.

Ritornando alla Svizzera, in alcune intercettazioni gli esponenti dell ‘ndrangheta parlano di maggior facilità a compiere illeciti in territorio elvetico, poiché lì non esiste il 416 bis (il reato di associazione di stampo mafioso), mettendo in evidenza che in Italia la legislazione antimafia è sicuramente la più avanzata. Quello che invece manca, nel nostro Paese, è una diffusa cultura della legalità. La recente inchiesta comasca rivela – e non è una novità – come la criminalità organizzata abbia permeato le Istituzioni e la politica, coinvolgendo nel malaffare delle figure istituzionali. Nelle intercettazioni vengono ad esempio citati alcuni consiglieri comunali in carica, della città capoluogo così come di Cantù o Lomazzo (nessuno di loro risulta indagato). Risulterebbero invece coinvolti a vario titolo nell’indagine ex sindaci o assessori di comuni del territorio (Lomazzo, Fino Mornasco). La prima azione da intraprendere dovrebbe dunque partire dall’interno delle stesse Istituzioni: nei confronti del fenomeno mafioso si deve passare dall’indifferenza (o, in certuni casi, dalla connivenza), ad una lotta strenua dentro e fuori i pubblici palazzi.  

Serve poi un’azione da parte del mondo delle imprese, che a volte della ‘ndrangheta sono vittime – come nel caso della Spumador – mentre in altre situazioni sono disposte a venire a patti con la criminalità organizzata, come nel caso degli stessi imprenditori che si rivolgono ai mafiosi per risolvere i problemi di liquidità. In tal modo le imprese finiscono per diventare strumenti con cui le mafie realizzano il lavaggio del denaro sporco, proveniente dai traffici illeciti.

L’incendio alla discarica di Mariano Comense del febbraio 2018, fonte Vigili del Fuoco.

L’altro elemento che emerge dalle recenti indagini comasche (non solo la più recente di questi giorni, ma anche le inchieste sui traffici di rifiuti de La Guzza e di Senna Comasco), è che i personaggi coinvolti sono spesso gli stessi delle precedenti investigazioni giudiziarie, a volte già raggiunti da condanne di mafia passate in giudicato. In tal senso occorre un’attività di prevenzione, per evitare che queste stesse figure si ripresentino sulla scena, direttamente o dietro copertura di prestanome. In questa direzione, un’utile azione è quella che sta conducendo la Prefettura della confinante provincia di Lecco, che annovera negli ultimi due anni il più elevato numero di interdittive antimafia emesse. Questi provvedimenti (che, detto in estrema sintesi, impediscono alle imprese di contrarre con la pubblica amministrazione o di ricevere sussidi pubblici) sono stati adottati nei confronti di diverse società, dalla ristorazione all’edilizia ai servizi. Il presupposto dell’interdittiva è l’affiliazione o il collegamento dei titolari (formali e/o di fatto) con persone già colpite in passato da precedenti condanne. La Prefettura di Como potrebbe agire con la stessa propensione dell’omologa lecchese; infatti anche nella nostra provincia materiale ce ne sarebbe moltissimo. Le interdittive sono un provvedimento di prevenzione, che il Prefetto può adottare – nei casi previsti dalla legge – prima che si consumino reati, sui quali è invece competente la Magistratura.

Lo abbiamo visto anche nelle inchieste sugli illeciti ambientali – le cosiddette ecomafie – che hanno coinvolto il Comasco. Noi come Circolo Ambiente “Ilaria Alpi” lo diciamo da tempo: nel settore del trattamento e dei trasporti dei rifiuti servirebbe un Daspo ambientale, ovvero una sorta di interdittiva per evitare che persone inserite nel circuito mafioso, continuino a commettere reati ambientali, come purtroppo abbiamo visto nei numerosi casi comaschi, quali i roghi di rifiuti o gli sversamenti abusivi di materiali di scarto (anche su terreni agricoli), che hanno colpito numerose zone della nostra provincia. In definitiva quello che serve per sconfiggere le mafie nella nostra provincia, è un’azione corale da parte delle Istituzioni, delle imprese, della società civile. Cosa aspettiamo?» [Roberto Fumagalli, presidente del Circolo Ambiente “Ilaria Alpi”]

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