Pochi studenti per cambiare la scuola

Poche e pochi, ma anche a Como le e gli studenti hanno attraversato la città per chiedere, in occasione della mobilitazione nazionale del corpo studentesco promossa da Unione degli studenti il 18 novembre, una scuola più partecipata e a misura di chi la vive. Hanno partecipato anche Arci, Non una di meno, Agedo, Fridays for future ed il comitato Salute mentale bene comune. 

Fino all’ultimo, dato che i manifestanti erano solo una cinquantina, la partenza del corteo è stata in bilico. Alla fine, nonostante la scarsa responsività della popolazione studentesca, dovuta anche a chiari problemi comunicativi e di chiarezza delle rivendicazioni da parte di chi ha organizzato, si è preferito svolgere un’iniziativa dinamica rispetto ad un presidio statico. In poco più di un’ora, allora, la manifestazione si è mossa da Porta torre a Giardini a lago, toccando alcuni punti rilevanti sia per la politica studentesca locale che per le rivendicazioni portate avanti dalla campagna #Oradecidiamonoi, di Uds.

Dopo l’iniziale intervento di Arci, che ha invocato un vero movimento studentesco in una fase storica in cui i diritti sono troppo spesso violati e l’istruzione è premessa alla formazione, il passaggio per via Carducci, tra i licei Volta e Ciceri, è stata occasione per ribadire il concetto di educazione formativa.

La scuola non dev’essere uno spazio aziendale, in cui le persone sono formate in ottica di sfruttamento ed impiego nel sistema capitalistico, bensì una realtà di crescita. Programmi nozionistici, valutazioni schematiche ed alienazione rispetto al presente storico-sociale non sono certo viatici in questa direzione; eppure, il neo-ministro Valditara pare orientato verso un’idea di scuola ben più prossima all’utile dei padroni che al bene di chi la vive.

Il passaggio davanti al Comune ha portato a parlare del rifiuto del fascismo e dell’omolesbobitransfobia in politica, a livello locale con Rapinese come sul piano nazionale, in cui la deriva totalitaria è rappresentata dal governo Meloni. Gli studenti e le studentesse devono farsi portavoce di questa opposizione alle politiche reazionarie, e devono pretendere un’educazione scolastica laica, antifascista e che non impedisca l’autodeterminazione. 

Infine, il passaggio per piazza Cavour ha permesso di rimettere sotto i riflettori l’annosa ed irrisolta questione dei trasporti, troppo cari e troppo poco funzionanti per potersi dire integranti il diritto allo studio. A questo proposito, alla stazione di Como-Borghi è stato appeso uno striscione contro Trenord e la sua smania di profitto, a causa della quale i biglietti sono carissimi ed i disservizi, anche gravi, quotidiani.

La rappresentanza e la salute e sicurezza, in aula e sul luogo di Pcto (ferisce ancora il ricordo di Giuseppe, Lorenzo e Giuliano, morti di sfruttamento), sono gli altri due temi portati in piazza dagli studenti, che chiedono una scuola più partecipata e strutture non fatiscenti. I casi di cronaca che raccontano di crolli e infiltrazioni, in provincia come in tutto il territorio italiano, sono troppo frequenti perché il problema passi in sordina.

Nonostante le rivendicazioni coerenti con lo stato dell’arte della politica scolastica, il corteo comasco è stato un insuccesso. Viene da chiedersi se lo scollamento tra un’entità che si pone come corpo intermedio tra scuola e studenti e gli studenti stessi sia talmente profondo da impedire, al di là della frustrazione pandemica, di costruire un reale processo di cambiamento dal basso. D’altra parte, il disinteresse per la scuola, che ormai è poco più che un “momento di vita” precedente un futuro climatico drammatico ed un’altrettanto poco auspicabile realtà adulta di sfruttamento e precarietà, è abbastanza comprensibile. 

La necessità sembra essere quella di riavvicinare le parti, ritrovando problemi ancora più concreti ed immediati della vita scolastica, e convergendo verso di essi attraverso un taglio analitico-politico. A fronte della risposta di piazza del 18 novembre, sembra inevitabile un lavoro che riparta dall’ascolto, dalla radicalizzazione e dalla presa di coscienza del (triste, attualmente) destino comune del corpo studentesco. [Pietro Caresana, ecoinformazioni]

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