Tra i riflessi del ’43-’45 comasco

Nella serata di venerdì 9 dicembre, la biblioteca comunale di Moltrasio ha ospitato la presentazione de Lo specchio rotto. Giornalismo, narrazioni e documenti durante la Repubblica sociale italiana e la Resistenza nel comasco 1943-1945 [Nodolibri, 500 pagine, 25 euro]. L’incontro, con Rosaria Marchesi e Fabio Cani, autrice ed autore del libro, si è tenuto all’interno della rassegna Dal 28 al 28, organizzata da Arci Como, Istituto di storia contemporanea “Pier Amato Perretta”, Cgil Spi Dongo e Centro studi schiavi di Hitler.

Lo specchio rotto è un titolo calzante per il lavoro di Marchesi e Cani, un testo fortemente documentario ma che non ha pretese di onniscienza. Il tema, chiaro fin dal sottotitolo, è l’occupazione nazista e la guerra civile italiana per come sono state vissute nel comasco. Il libro, però, non si propone tanto di essere un resoconto storiograficamente esaustivo, quanto di seguire attraverso il filo editoriale de La provincia di Como, unico giornale pubblicato allora e di fatto gazzettino nazifascista, non la storia ma le storie (alcune) del territorio locale, tra vicende note e fatti quasi sconosciuti.

La provincia stessa, dopo il 25 luglio, con l’arresto di Mussolini e il passaggio di potere a Badoglio, vive una vicenda redazionale abbastanza travagliata, che la vede passare rapidamente da una direzione antifascista al controllo da parte dei tedeschi (un non meglio specificato Klein è direttore dal 13 settembre 1943), per poi finire, senza cognizione di causa esatta nemmeno da parte dei redattori stessi, sotto Giorgio Aiazzi. Insomma, un susseguirsi di figure e di spinte anche politiche che testimoniano non solo della capacità trasformistica dei vertici, ma non solo, fascisti (e lo testimonia il fatto che Aiazzi, per ciò che riguarda Como, compare a novembre ’43 e sparisce il 26 aprile 1945); emerge anche la trama di potere culturale e propagandistica che, data l’occupazione tedesca, interesserà il comasco tra istanze delle camicie nere e influenza nazista.

Il merito de Lo specchio rotto è questo: non accontentarsi di una narrazione sommaria, fatta di nomi e date, bensì di seguire le voci disponibili negli archivi, quando raggiungibili, e di farle parlare. Da questa polifonia, che diventa documento storico grazie al lavoro critico e ricostruttivo che la passa al vaglio, lo specchio rotto di Marchesi e Cani riflette trasversalmente momenti bui come il caso Puecher e la sanguinaria faccenda della cascina Lögh, ma ricostruisce anche la propaganda nazifascista, da quella antipartigiana alle promesse di felicità lavorativa in Germania (ricostruita nel libro anche con il contributo di Valter Merazzi, del Centro studi schiavi di Hitler).

Il lettore de Lo specchio rotto, insomma, troverà sì un resoconto storico dettagliato, ma non si confronterà con un manuale, bensì con una rilettura critica dell’unica fonte giornalistica di allora suffragata dagli archivi partigiani, polizieschi, fascisti, militari. L’esito di questo lavoro è duplice: oltre alla restituzione cronologica e fattuale, traspare il clima politico di un’epoca di oppressione e repressione in cui fare giornalismo era per certi versi impossibile. Non si può non constatare quindi che nei casi, come quello de La provincia nel biennio ’43-’45, in cui si diventava la voce del padrone, il prodotto editoriale toccava spesso toni e contenuti che è difficile associare, ottant’anni dopo, al concetto di “informazione”.

Il libro di Marchesi e Cani, in ogni caso, non si pone come resoconto completo, ma anzi come apertura di ricerca. La conclusività non è tra i fini de Lo specchio rotto, che anche in questo fa fede al proprio titolo: i frammenti dello specchio restituiscono immagini incomplete, parziali, che trovano nella loro molteplicità e varietà la propria forza ma che restituiscono un quadro complessivo con numerosi vuoti. Alla luce del potenziale archivistico, dei saperi nascosti tra le righe dei documenti e delle testimonianze mai raccontate da coloro (sempre meno) che vissero quell’epoca, i riflessi di questo specchio possono essere un punto di partenza per studi successivi che riannodino storie, ricostruiscano vicende e riportino alla luce personaggi e luoghi che sono cruciali ma la cui conoscenza, ad oggi, è solo superficiale. [Pietro Caresana, ecoinformazioni]

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