Fabio Cani

2 novembre/ Cinema a due voci

Sabato 2 novembre alle ore 17 alla Biblioteca comunale di Como, prende il via la rassegna Cinema A due voci 2019 curata da Alberto Cano in collaborazione con il Lake Como Film Festival, che apre le iniziative del Festival A due voci della Casa della Musica, quest’anno interamente dedicato a Nietzsche e alla musica come filosofia.

Il primo film in programma è Offenbach’s Secret una pellicola proiettata per la prima volta in Italia, firmata dal celebre regista ungherese István Szabó, autore, tra gli altri, del celebre Mephisto vincitore di un premio Oscar nel 1982., quale miglior film straniero,  Questo lavoro di Szabó è invece incentrato sulla figura del compositore Jacques Offenbach, compositore profondamente stimato da Nietzsche, e si svolge interamente durante la rappresentazione di due sue operette Les deux Aveugles e Croquefer. Oltre alla sua musica vivace, il film musicale include lussureggianti costumi, dettagli d’epoca e una sorprendete scenografia.

Seguiranno, sempre in Biblioteca comunale a Como, mercoledì 6 novembre Al di là del bene e del male di Liliana Cavani (alle ore 20.30) e sabato 9 novembre Le grand Bal di Laetitia Carton (alle ore 17.30).

Tutte le iniziative del Festival A due voci 2019 sono ad ingresso libero

Mostre/ A Chiasso e Rancate la comunicazione artistica tra Otto e Novecento

Per una singolare coincidenza, due mostre da poco inaugurate in Canton Ticino mettono in evidenza i meccanismi della comunicazione artistica moderna, nel momento del suo nascere tra la metà dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. Proprio per questo stretto rapporto ideale e perché, ciascuna con le proprie specificità, entrambe contribuiscono a illuminare lo stesso argomento, consigliamo di provare a visitarle in sequenza, essendo entrambe – tra l’altro – godibilissime.

La prima (in ordine spaziale provenendo dal Comasco, e in ordine temporale per inaugurazione) è quella del m.a.x.museo di Chiasso dedicata a Marcello Dudovich, grande esponente della cartellonistica pubblicitaria italiana nei primi decenni del Novecento. Il titolo Fotografia fra arte e passione mette in evidenza la particolarità di questa esposizione, dove l’accento è posto sul processo di costruzione dell’immagine grafica finale, spesso fondata su un uso attento del mezzo fotografico come generatore di idee e suggestioni. Dudovich, quindi, utilizza in prima persona la macchina fotografica non solo per prendere “appunti visivi” ma anche per indagare la possibile articolazione della sintassi visiva, del ritmo, della disposizione. È un uso niente affatto ingenuo e strumentale dell’immagine fotografica, che si dispone in continuità con l’altra tecnica di sviluppo della comunicazione, ovvero il disegno. Anzi, l’unico appunto che si può avanzare a questa mostra, originale e stimolante, è proprio di non aver sottolineato appieno questo rapporto dialettico, molto stretto, tra fotografie e disegni nella fase elaborativa dei grandi cartelloni pubblicitari di Dudovich. Tra l’altro, alcuni di questi piccoli studi a matita sono assolutamente deliziosi, ed è importante notare come, nell’usare i differenti mezzi tecnici ed espressivi, Dudovich li valorizzi nelle loro caratteristiche costitutive (ovvero: non scatta fotografie al solo scopo di trarne degli elementi per il futuro cartellone, né disegna schizzi semplicemente di progetto, ma in entrambi i casi sviluppa delle opere che potrebbero anche avere “vita autonoma”), fino al punto che nel cartellone (o nella copertina) finale il risultato, nuovamente ridefinito nelle sue regole generative, è talmente rielaborato che – a volte – è persino difficile riconoscerne gli elementi originali.

L’esposizione di Chiasso trova poi un completamento in una piccola sezione di otto manifesti presentati all’interno del percorso espositivo di Villa Bernasconi a Cernobbio, che – da parte sua – contribuisce a contestualizzare in modo pressoché perfetto le affiches di Dudovich in uno dei più alti esempi architettonici dell’Art Nouveau lombarda. Tra questi cartelloni c’è anche quello per la stagione di spettacoli organizzata nel 1899 al Teatro Sociale di Como, in occasione dell’Esposizione Voltiana.

La seconda mostra è quella, appena inaugurata, della Pinacoteca Züst di Rancate, dedicata a Pittura, incisione e fotografia nell’Ottocento. Il titolo principale Arte e arti è così generico che rischia di generare malintesi, quasi che la mostra presentasse un’ampia raccolta di materiali senza troppe selezioni. Viceversa, quella di Rancate è una mostra di ricerca, tutta tesa a verificare due particolari filoni di indagine: in primo luogo, come si evolve nel corso dell’Ottocento (e – in particolare – intorno alla fatidica data del 1839, quando venne ufficialmente presentata la prima tecnica fotografica del dagherrotipo) l’opera d’arte nelle sue varie possibilità di moltiplicazione e diffusione dell’immagine, fino a entrare a pieno titolo in quell’ “epoca della sua riproducibilità tecnica” che, a partire dal noto saggio di Walter Benjamin, si è rivelata talmente centrale da diventare quasi un formuletta espressiva continuamente ripetuta, e, in secondo luogo, come questa evoluzione si sia ripercossa nella pratica artistica di un cospicuo gruppo di pittori italiani e ticinesi (tra gli altri: Filippo Carcano, Federico Faruffini, Luigi Monteverde, Mosè Bianchi, Uberto Dell’Orto, Francesco Paolo Michetti, Giuseppe Pellizza da Volpedo, Filippo Franzoni, Luigi Rossi, Spartaco Vela).

Nella prima sezione vengono presentate alcune opere di provenienza francese, con al centro le “scuole” di Barbizon e di Arras e il luogo mitico della foresta di Fontainebleau, dove si può seguire quasi passo passo l’elaborazione di un nuovo sguardo artistico a confronto con il contemporaneo evolversi delle capacità del mezzo fotografico. Tra le tecniche particolari messe a punto dopo la presentazione della fotografia, c’è anche il cliche-verre, in cui una lastra di vetro affumicata viene “incisa” (semplicemente asportando parti della materia che annerisce il vetro) così da poterla poi usare più o meno come un negativo fotografico, stampando su carta sensibile più copie dello stesso disegno “autografo” dell’artista. Di questa tecnica sono presentati in mostra alcuni esempi di Corot, Millet, Daubigny e anche dell’italiano Antonio Fontanesi.

L’indagine prosegue poi, con la seconda sezione, entrando nel vivo dei laboratori degli artisti, da cui sono stati recuperati esempi straordinariamente significativi dell’utilizzo delle immagini fotografiche e del rapporto dialettico che si instaura tra esse (quasi sempre materiali di studio) e l’opera finale (quasi sempre un dipinto a olio, da cavalletto). Si capisce così che lungi dall’essere un mero ausilio della memoria o una comoda scorciatoia per evitare le lunghe sedute per i ritratti, le fotografie intervengono nel processo creativo degli artisti con un ruolo di stimolo e suggestione, proponendo nuovi tagli dell’immagine o anche evidenziando particolari ed espressioni che “a occhio nudo” sarebbe difficile cogliere. Anche in questo caso, come poi per Dudovich, l’uso della macchina fotografica è tutt’altro che ingenuo, è anzi estremamente sorvegliato e – a tratti – persino sperimentale: gli artisti testano sequenze e montaggi, non si limitano a “copiare” le fotografie. Si direbbe quasi che imparano a fotografare secondo il loro stile pittorico, rinnovando in questo modo persino il modo di usare la fotografia (ed è una cosa ancora diversa dall’emergere di uno stile “pittorialista” nella fotografia dell’Ottocento). L’esempio più significativo è – secondo la mia sensibilità personale – in una fotografia e in un dipinto di Spartaco Vela, intitolati Alla cava, dove lo scatto fotografico originale comprende una figura “mossa” in primo piano che sembra davvero ispirata da un quadro, e che proprio per questo riesce a moltiplicare la forza “documentaria” dell’immagine.

Si può aggiungere che altre ricerche, anche in ambito comasco, hanno ulteriormente confermato questo modo di procedere degli artisti tra Otto e Novecento e che quindi sarebbe ora che tali considerazioni entrassero a pieno titolo nella narrazione storico-artistica.

Nell’esposizione di Rancate tutto ciò è mostrato con metodo e chiarezza, facendo leva su un gruppo di opere di notevole livello e di efficace comunicativa.

Alla fine, resta la netta sensazione che osservare e considerare con la doverosa attenzione questi quadri, cartelloni, fotografie e incisioni serva anche a capire come funziona – nella nostra vita quotidiana – l’ossessiva presenza della comunicazione visiva.

[Fabio Cani, ecoinformazioni]

L’allestimento al m.a.x.museo a Chiasso

L’allestimento a Villa Bernasconi di Cernobbio

L’allestimento alla Pinacoteca Züst di Rancate

Marcello Dudovich (1878-1962) fotografia fra arte e passione

a cura di Roberto Curci e Nicoletta Ossanna Cavadini

Chiasso (CH), m.a.x. museo, via Dante Alighieri 6

29 settembre 2019 – 16 febbraio 2020

Orari: martedì-domenica 10-12, 14-18; lunedì chiuso

Ingresso: CHF/euro 10, ridotto CHF/euro 7

Info: 004158 1224252, http://www.centroculturalechiasso.ch

Cernobbio, Museo Villa Bernasconi, largo Campanini 2

Orari: lunedì-venerdì 14-18; sabato e festivi 10-18

Info: 031 3347209, http://www.villabernasconi.eu

Ingresso: euro 8, ridotto euro 5

Arte e arti

Pittura, incisione e fotografia nell’Ottocento

a cura di Matteo Bianchi, con la collaborazione di Mariangela Agliati Ruggia, Elisabetta Chiodini

Rancate (Mendrisio), Pinacoteca Züst

20 ottobre 2019 – 2 febbraio 2020

Orari: martedì-venerdì 9-12, 14-18; sabato-domenica e festivi 10-12, 14-18; lunedì chiuso

Ingresso: CHF/euro 10, ridotto CHF/euro 8

Info: 004191 8164791, http://www.ti.ch/zuest

Staffetta solidale intorno al Lario: la tappa di Como e Cernobbio

L’arrivo della staffetta a Como

La staffetta solidale promossa da Un miglio non ci basta, che ha percorso l’intero periplo del Lago di Como nelle giornate di venerdì, sabato e domenica 4, 5 e 6 ottobre, è passata questa mattina da Como e poi si è trasferita a Cernobbio.

A Como, durante la marcia per i nuovi desaparecidos di Como senza frontiere, dedicata anche a ribadire il No ai Centri di espulsione per migranti (Cpr), ci sono stati vari interventi, tra cui quello di Como senza frontiere, di Francesca di Un miglio non ci basta, di don Giusto Della Valle parroco di Rebbio e di Celeste Grossi.

Poi, a Cernobbio, dopo il trasferimento a piedi o in bicicletta, l’intervento di Paolo Limonta, maestro elementare e consigliere comunale di Milano, e le canzoni sull’emigrazione di D’Altrocanto (Franco Dall’Olio, Sandro Tangredi e Bruno Venturini).
Di seguito una cronaca per immagini della tappa di Como e Cernobbio. [foto Fabio Cani, ecoinformazioni] Guarda i video dell’iniziativa.

L’intervento di Francesca, di un Miglio non ci basta.
L’intervento di don Giusto Della Valle
Il passaggio dal Monumento alla Resistenza Europea
Il passaggio da Villa Olmo
Sulla strada per Cernobbio
L’intervento di Paolo Limonta
A Cernobbio, presso l’imbarcadero
Sandro Tangredi
D’Altro Canto (Franco Dall’Olio, Sandro Tagredi, Bruno Venturini)

Mostre/ La Triennale, il mobile e Cantù

Nell’ormai pluriennale opera di riappropriazione della storia dell’industria e dell’artigianato del mobile, condotta con intelligenza e tenacia da Tiziano Casartelli, Cantù è giunta quest’anno a riconsiderare il rapporto con la Triennale di Milano (e, prima, con l’originaria manifestazione di Monza).

Il rapporto dei produttori mobilieri canturini con l’importante manifestazione dedicata alla decorazione d’interni, all’arredo e all’architettura deve essere considerato per molti versi inevitabile e addirittura scontato, poiché quella era un naturale luogo non solo di promozione, ma anche di incontro e di confronto con quanto si andava contemporaneamente facendo in tutta Italia. Assai meno scontato è però indagare i modi concreti di questo rapporto: le partecipazioni, le sperimentazioni, i successi e le criticità, nonché le fondamentali relazioni avviate in previsioni e a seguito di quelle partecipazioni. Così la prima partecipazione alla “vetrina” di Monza, nel 1927, fu determinata dalla realizzazione da parte della ditta Paolo Lietti e Figli di un progetto di arredo “per il ceto medio” messo a punto da Gio Ponti ed Emilio Lancia per la Rinascente di Milano. Altrettanto importante fu, negli anni seguenti, la collaborazione con i progettisti d’avanguardia, non solo i razionalisti comaschi (Giuseppe Terragni, Gianni Mantero, Gabriele Giussani, Pietro Lingeri, Mario Cereghini), ma anche quelli milanesi (Mario Asnago, Claudio Vender), o altre personalità ai margini dell’avanguardia ma di sicuro mestiere (Agnoldomenico Pica, per esempio – o, appunto, Ponti e Lancia).

Tiziano Casartelli, curatore della mostra, all’inaugurazione

Nella mostra La Triennale, il mobile e Cantù – curata da Tiziano Casartelli -, aperta nell’ex chiesa di Sant’Ambrogio fino al 27 ottobre, questo pluridecennale rapporto viene indagato in modo approfondito e coinvolgente grazie alla presenza di numerosa documentazione, ma soprattutto di parecchi esemplari di mobili, alcuni originali (mai più presentati al pubblico dopo il loro passaggio alle varie Triennali) e altri fedeli riproduzioni. Poter vedere dal vivo questi modelli (e non solo percepirli attraverso la documentazione) è una questione fondamentale, poiché proprio su questo rapporto diretto con le persone (che avrebbero dovuto vivere con loro) sono fondati.

Si può così comprendere che i differenti mobili incarnano non solo differenti “stili” artistici,  ma veri e proprio modelli di vita, di cultura, di comportamento, così come si può apprezzare il ruolo, tutt’altro che marginale, avuto in questo sviluppo da Cantù e dalla sua produzione mobiliera, in un rapporto continuo e mai banale con una delle più importanti (e più antiche) manifestazioni del design italiano.

La sedia di Agnoldomenico Pica.
La scrivania di Gianni Albricci.

La Triennale, il mobile e Cantù

Un secolo di scambi e di confronti

Ex chiesa di Sant’Ambrogio, Cantù, fino al 27 ottobre

orari: fino al 6 ottobre lunedì-venerdì 16-19, sabato-domenica 10-12.30 16-19; dal 7 a 27 ottobre lunedì-venerdì 15.30-18.30, sabato-domenica 10-12.30 15.30-18.30

ingresso libero

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