Fabio Cani

Poesia/ I muri parlano, basta ascoltare

Non so se credere alle congiunzioni astrali (non c’è una cometa da qualche parte che incombe su di noi?) o agli effetti postumi della pandemia, di certo Como, negli ultimi giorni, si ritrova con un surplus di azione civica “poetica”.

Dopo la ribellione dolce di Luminanda contro l’insipienza culturale della giunta, dopo la protesta personale (nel senso migliore del termine) di Roberto contro l’incapacità del sindaco di vedere i problemi, questa notte, sui muri della città, sono comparse addirittura delle poesie! Davanti all’ingresso della Biblioteca (e quale posto più giusto di quello?) e negli immediati dintorni, sono stati affissi alcuni versi, a cura del Movimento per l’Emancipazione della Poesia.

Immagino che le parole scelte per essere ingrandite «Chissà cosa senti quando hai freddo / davvero e non sai come riscaldare le tue paure» non siano state scelte a caso… Il «freddo» ai nostri occhi non può che evocare la cosiddetta «emergenza» e le «paure» che vengono agitate e strumentalizzate. Che qualcuno traduca tutto ciò in provocazione poetica non può che «riscaldarci».

Forse c’è speranza anche per questa città.

[Fabio Cani, ecoinformazioni]

Arte/ Black lives, black ink

Se Black lives matter comincia a dare forma all’arte, forse una speranza c’è: quella che cambi la percezione della situazione, che le ovvietà cedano progressivamente il passo a sensazioni più articolate, che le emozioni evolvano in consapevolezza. Non sarebbe poco.

Che a Como queste istanze vengano messe in mostra è fonte di ulteriori speranze: se si muove la periferia dell’impero, forse i tempi stanno davvero cambiando (Times they are a-changing, tanto per citare).

Alla libreria Plinio il Vecchio, in via Vittani a Como, è allestita da qualche giorno una mostra: Hands of protest è il titolo, Disegni ispirati al movimento “Black lives matter” il sottotitolo, Richard Tosczak l’autore. Sono alcune opere (gli spazi sono ridotti) che hanno al centro le persone, e soprattutto le loro mani. Con un segno potente, fluido, vibrante (e persino sensuale) l’autore (originario del Belgio, dov’è nato nel 1966, formatosi in Canada, dove ha studiato ad Alberta, e approdato a Como non si sa come) racconta uno spaccato delle proteste di queste settimane: segni tracciati su cartoni di recupero, espressioni dirette su materiali poveri.

Sono, come s’è detto, soprattutto mani: più spesso arrabbiate (pugni chiusi e dita medie alzate), qualche volta più dolci (di fronte all’ingresso ne spicca una che offre un fiore). Colore nero, pastoso (si direbbe quasi inchiostro da stampa), ma anche biacca a illuminare i volumi. Poi, nella seconda stanza, una grande presenza centrale con figure intere o quasi: da un lato un uomo, dall’altro una donna (in piano americano), e il cartello ormai iconico “I can’t breathe”.

È una piccola mostra: non cambierà il mondo, certo, ma potrebbe cambiare la nostra attenzione, per un momento almeno. E poi restare.

Grazia all’amica Pia, che l’ha proposta, e all’amico Alberto, che l’ha accolta. E a voi, se la vorrete vedere. E capire.

[Fabio Cani, ecoinformazioni]

Il teatro è vivo? Viva il teatro!

Nel giorno delle possibili riaperture (improbabili, se non proprio impossibili), il mondo del teatro e dello spettacolo comasco si ritrova in piazza davanti al principale teatro cittadino per sottolineare che il teatro non è morto, anzi… ha sempre più voglia di vivere

Da oggi teatri, cinema e sale da concerto hanno il permesso di rapire i battenti, ma si scontrano con regole di distanziamento che impediscono nella quasi totalità dei casi una reale operatività. Teatri stabili e traballanti sono quindi molto preoccupati del futuro, dopo oltre tre mesi di stop forzato, e interi anni di lavoro e di progetto andati in fumo. Così lavoratori e lavoratrici dello spettacolo, spettatori, allievi, amatori, amanti del teatro e della cultura, giovani e vecchi, professionisti e dilettanti, «maschi, femmine e cantanti» come direbbe il poeta (cioè il cantautore) hanno deciso di uscire allo scoperto «per chiedere un dialogo e immaginare e creare nuove soluzioni». In tanti (almeno duecento).

Chi ha organizzato ha chiesto a tutti e tutte di portare un oggetto di «affezione teatrale» – una maschera, un costume, un libro, e chi più ne ha più ne metta – di esibirlo e di condividerlo. Poi ci sono stati appelli, discorsi (brevi), citazioni, rulli di tamburo, qualche canto. Infine un lungo applauso – che nel caso del teatro è quanto più possibile simbolico e significativo -.

Non è mancata nemmeno una comparsata (in gergo teatrale, si intende) dell’assessora alla Cultura Carola Gentilini, che ha espresso le proprie buone intenzioni e le (ovvie) rassicurazioni.

E dunque: viva il teatro!

[Fabio Cani, ecoinformazioni]

Di seguito, alcuni momenti e dettagli della manifestazione:

L’epidemia perfetta

Se chiedete a Google qual è il significato di “tempesta perfetta” (un modo di dire che si sente ripetere abbastanza spesso, non sempre a proposito), questa è la risposta: «Il termine tempesta perfetta è impiegato in meteorologia per descrivere un ipotetico uragano che colpisca esattamente l’area più vulnerabile di una regione, provocando il massimo danno possibile per un uragano di quella categoria».

(altro…)

25 aprile 2020/ L’omaggio al Monumento alla Resistenza Europea

Pur in assenza della cittadinanza, il Monumento alla Resistenza Europea, luogo simbolo dell’antifascismo comasco, ha ricevuto l’omaggio delle corone d’alloro e della bandiera dell’ANPI.

Qui sotto lo striscione presente da molti anni alla cerimonia della mattina del 25 Aprile, quest’anno solo in forma virtuale.

[Fabio Cani, ecoinformazioni]

Siamo qui. Sanatoria subito

Sabato 4 aprile si è tenuta la prima assemblea nazionale telematica della campagna “Siamo qui – Sanatoria subito”, cui ha aderito anche Como senza frontiere, convocata dopo un’ampia e numerosissima adesione di realtà sociali e singole persone all’appello per la sanatoria dei migranti irregolari ai tempi del Covid-19 (adesioni aggiornatehttps://bit.ly/2x5voaQ).

67 persone hanno partecipato collegandosi alla piattaforma web, mentre la diretta video è stata ripresa dalla pagina facebook (https://www.facebook.com/siamoquisanatoriasubito/videos/898461717259019/) raggiungendo migliaia di visualizzazioni, che si aggiungono a tutte le persone che hanno seguito lo svolgimento tramite il sito meltingpot.org e la diretta FM e in streaming su Radio Onda d’Urto.

Un risultato estremamente positivo che conferma l’urgenza di una regolarizzazione generalizzata, in un momento in cui la diffusione del coronavirus sta facendo emergere con ancora più drammaticità tutte le disuguaglianze sociali già presenti nella società, l’accesso differenziale alla sanità e alle prestazioni sociali.

La discussione ha quindi ricevuto i contributi di realtà dislocate su tutto il territorio nazionale, dal nord al sud del paese, dalle metropoli alle zone agricole, che hanno tracciato una cartografia di cosa significa essere irregolari, vivere espropriati di ogni diritto, finire reclusi in un CPR a causa di un impianto legislativo, dalla legge Bossi-Fini alla Minniti-Orlando fino alla legge Salvini, che ha creato schiere ingenti di “invisibili”.

Assenza di pieno accesso alla sanità pubblica e alla cure sanitarie, negazione della libertà di movimento, sfruttamento, povertà, lavoro nero, abitazioni insalubri o mancanza di alloggio e acqua corrente: una situazione che colpisce più di seicentomila persone e che, a seguito della crisi economica aggravata dal coronavirus, potrebbe colpire coloro che saranno impossibilitati a mantenere i requisiti di reddito e lavoro, oppure a convertire il proprio permesso temporaneo in un permesso di soggiorno stabile. Ma a rischio sono anche le decine di migliaia di persone che si trovano nelle sabbie mobili dei ricorsi, dopo il rigetto delle loro richieste di protezione internazionale.

C’è un tratto comune che ha caratterizzato tutti gli interventi di chi ha partecipato all’assemblea: l’urgenza di agire, perché il tempo dentro la pandemia non scorre allo stesso modo per tutti e tutte. Per le persone che non hanno il titolo di soggiorno ora è estremamente più complicato avere accesso alla sanità, percepire un reddito, fare la spesa, avere un pasto caldo e mettere in atto tutte le precauzioni necessarie per non contrarre il virus. E’ per questo che un primo importante risultato, anche se parziale, potrebbe essere quello dell’accesso senza vincoli di residenza e regolarità del soggiorno alle forme di sostegno economico e ai buoni spesa previsti dal decreto “Cura Italia”. Non possono essere solo il volontariato e le reti di mutualismo, che in questi giorni si stanno prodigando in molteplici forme solidali, a preoccuparsi di chi non ha il reddito sufficiente o non riesce a mettere insieme il pranzo o la cena.

La soluzione perciò emersa dalla discussione non può che essere una sola: un provvedimento di sanatoria generalizzata senza altro requisito ulteriore rispetto al mero dato fattuale della presenza in Italia.

Per raggiungere questo obiettivo, in attesa di poter tornare nelle piazze, si è deciso di attivare fin da subito alcune iniziative virtuali per dare massima visibilità alle istanze, auspicando che la campagna per la sanatoria venga fatta vivere sui territori, coinvolgendo le comunità migranti e le reti antirazziste, coordinandosi poi a livello nazionale. E’ importante inoltre trovare riferimenti attivi, in primis in quegli amministratori, sindaci e presidenti di regione che possono sostenere le innumerevoli ragioni della sanatoria e contribuire alla promozione dell’iter normativo e istituzionale necessario per l’adozione urgente dei relativi provvedimenti legislativi.

Nel concreto si propone:

➡ Una campagna social “Condividi il tuo Siamo qui”.
Chiediamo a tutti e tutte di fare delle foto con cartelli e striscioni con la scritta nelle diverse lingue “Siamo qui. Sanatoria subito” e di inviarli alla pagina facebook e alla mail: sanatoriasubito@gmail.com.

➡ Di stampare il materiale grafico che sarà disponibile sulla pagina facebook, di attaccarlo nelle bacheche, sui muri e di portarlo nei luoghi di maggior frequentazione.

➡ Un MAILBOMBING della piattaforma per giovedì 9 aprile dalle 9 alle 13 verso il Ministero dell’Interno, il Presidente del Consiglio e le Prefetture locali di riferimento (a fondo pagina tutti gli indirizzi mail).

📌 TESTO DA INVIARE VIA MAIL

Al Presidente del Consiglio dei Ministri, Giuseppe Conte
Al Ministro dell’Intero, Luciana Lamorgese
Ai Prefetti

OGGETTO: RICHIESTA DI SANATORIA GENERALIZZATA

La campagna “Siamo qui – Sanatoria subito”:

di fronte alla situazione di irregolarità in cui versano più di seicentomila cittadini e cittadine stranieri/e, e alla loro estrema difficoltà nell’accesso ai diritti fondamentali (casa, salute, alloggio, lavoro, reddito ecc);
situazione resa ancora più grave e problematica a causa della pandemia da coronavirus e dalle disposizioni dei decreti recanti “Misure urgenti in materia di contenimento e gestione dell’emergenza epidemiologica da COVID-19”.

Richiede con urgenza:

– un provvedimento immediato di sanatoria generalizzata per tutti i cittadini e le cittadine stranieri/e sprovvisti di titolo di soggiorno che veda come unico requisito la presenza attuale in Italia;

– una sanatoria delle “procedure in corso” articolata in:
a) rinnovo automatico con presunzione dei requisiti dei permessi di soggiorno in scadenza o già scaduti;
b) conversione automatica su istanza di parte e con presunzione dei requisiti di tutti i permessi di soggiorno, compresi quelli totalmente o parzialmente non convertibili;
c) blocco delle espulsioni, dei trattenimenti nei Centri di Permanenza per il Rimpatrio (CPR) e degli allontanamenti già in corso o avviabili.

➡ Indirizzi mail:

Presidente del Consiglio:
usg@mailbox.governo.it

Ministero dell’interno:
gabinetto.ministro@pec.interno.it
gabinetto.dlci@pecdlci.interno.it
affarilegislativi.prot@pec.interno.it

➡ Prefetture locali

Lombardia
Brescia: protocollo.prefbs@pec.interno.it
Como: protocollo.prefco@pec.interno.it
Cremona: protocollo.prefcr@pec.interno.it
Lecco: protocollo.preflc@pec.interno.it
Lodi: protocollo.preflo@pec.interno.it
Mantova: prefettura.prefmn@pec.interno.it
Milano: protocollo.prefmi@pec.interno.it
Monza: protocollo.prefmb@pec.interno.it
Pavia: protocollo.prefpv@pec.interno.it
Piacenza: protocollo.prefpc@pec.interno.it
Sondrio: protocollo.prefso@pec.interno.it
Varese: prefettura.prefva@pec.interno.it

Scioperi antifascisti del marzo 1944: la memoria al tempo del virus

Si è svolta “in forma privata” la cerimonia di commemorazione delle vittime degli scioperi antifascisti del 6 marzo del 1944, che anche a Como costituirono un momento fondamentale per la lotta contro l’oppressione del regime fascista e nazista.

Quest’anno, a causa delle doverose cautele imposte dalla situazione dell’epidemia Covid-19, la cerimonia di ricordo dei deportati della Tintoria Comense e della Tintoria Castagna, morti nei campi di concentramento nazisti ha visto la partecipazione del solo sindaco di Como, Mario Landriscina, in rappresentanza di tutte le autorità, e di pochi familiari delle vittime. Ridotta nella partecipazione, la cerimonia non è stata sminuita nel significato.

La memoria non può e non deve essere sospesa, così come la consapevolezza che quelle ideologie di oppressione e negazione dell’umanità non sono del tutto tramontate. Dagli scioperi di marzo alla Liberazione d’aprile passò più di un anno, e altri settantacinque ne sono trascorsi da allora: l’impegno antifascista non è ancora terminato.

[Fabio Cani, ecoinformazioni]

Posata la prima pietra d’inciampo a Como

È stata posata a Como, nella mattinata del 20 febbraio 2020, la prima pietra d’inciampo in città. È dedicata ad Aldo Raffaello Pacifici, deportato prima al campo di concentramento italiano di Fossoli, poi ad Auschwitz e lì ucciso il giorno stesso del suo arrivo, il 6 agosto 1944.

Per la posa, in via Brogeda 11, si è svolta una breve cerimonia, con la presenza del sindaco di Como, Mario Landriscina, e del nipote della persona ricordata, Aldo Pacifici.

Le “pietre d’inciampo” sono il frutto di un progetto artistico di memoria di Gunter Demnig, il quale ha cominciato questo processo di commemorazione e di ricordo “non retorico” a Colonia nel 1992; il nome “pietre d’inciampo” (in tedesco stolpersteine) si richiama a una citazione della lettera ai Romani dell’apostolo Paolo: «Ecco, io metto in Sion un sasso d’inciampo e una pietra di scandalo; ma chi crede in lui non sarà deluso» (9, 33). Da allora, questa iniziativa, che idealmente vorrebbe arrivare a ricordare tutti i milioni di deportati e sterminati dai regimi nazifascisti, ha conosciuto un crescente successo: oggi in Europa le pietre d’inciampo posate sono quasi ottantamila, in Italia sono circa un migliaio, a Milano più di 80.

Ciononostante, a Como il progetto originale è ancora di incerta comprensione: forse per questo il Comune di Como ha pensato bene di collocare la pietra d’inciampo in posizione defilata, quasi nascosta, contro il muro sul marciapiede a lato dell’ingresso, quando invece le pietre vanno collocate in posizione centrale, davanti all’abitazione da cui i deportati sono stati strappati (è appena il caso di ricordare che all’inizio del progetto, a Colonia, vi furono roventi polemiche da parte di alcuni proprietari di case – evidentemente di famiglia diversa da quella dei deportati – che non volevano il loro marciapiede “deturpato” da un ricordo così drammatico). A Como, sembra quasi che il Comune voglia dire: ricordiamo sì, ma non troppo; “inciampiamo”, ma anche no; se la gente non vede e non si fa domande, che problema c’è?

Spiace che un’iniziativa importante sia stata così sottovalutata.

Spiace anche perché la collocazione della pietra d’inciampo dedicata ad Aldo Raffaello Pacifici è molto significativa per più di una ragione: non solo per la vicenda personale di Pacifici, funzionario di quello Stato che poi lo rinnegò, ma anche perché vicina a quella frontiera italo-elvetica che Pacifici con i fratelli cercò di varcare e da cui invece fu respinto (non a Chiasso, però, ma nella zona di Porto Ceresio); una vicenda che naturalmente evoca (e lo ha fatto esplicitamente il nipote Aldo Pacifici in occasione della Giornata della Memoria 2020) le più recenti drammatiche vicende di quei migranti che per superare le frontiere mettono a rischio la propria vita.

L’iniziativa della pietra d’inciampo a Como è nata dalla proposta del consigliere di minoranza Vittorio Nessi ed è stata accolta dal Consiglio Comunale di Como (ma bisogna anche ricordare che la proposta era stata avanzata a Como, fin dal 2015, in un convegno organizzato dall’ANPI con la partecipazione di Adachiara Zevi, che del progetto è stata la prima promotrice in Italia; proposta poi reiterata in modo ufficiale alla celebrazione pubblica della Giornata della Memoria del 2018 nell’intervento dell’Istituto di Storia Contemporanea “Pier Amato Perretta”). Un’iniziativa che speriamo possa continuare con la posa di altre pietre, per rafforzare la memoria e per migliorarne la comprensione, presso la cittadinanza e presso chi ha la responsabilità del suo governo.

[Fabio Cani, ecoinformazioni]

La sostenibile leggerezza del dialogo

A dispetto del calendario, il Mese della Pace 2020 di Como prosegue imperterrito, con incontri di notevole importanza: spirato gennaio, si continua a febbraio, anche per non dimenticare che il 1° marzo, non lontano dal territorio comasco (per la precisione: a Varese), farà tappa la Marcia mondiale per la Pace e la Nonviolenza.

Sabato 1° febbraio, nell’auditorium della Biblioteca Comunale di Como, è stata la volta dell’incontro sul Disarmo interiore organizzato dal gruppo Dialogo tra religioni (uno dei sette che hanno dato vita alle molteplici iniziative del Mese della Pace), mentre venerdì 7 febbraio, nell’aula magna dell’Università dell’Insubria a Sant’Abbondio, si terrà l’incontro sugli articoli 10 e 11 della Costituzione, organizzato da Anpi e Istituto di Storia Contemporanea.

L’incontro sul Disarmo interiore ha costituito un esempio coraggioso e utile di come si possa affrontare un tema complesso a partire da sensibilità diverse, senza scadere nell’esibizionismo delle proprie appartenenze e anche senza ritirarsi in quell’eccesso di “politicamente corretto” che sfuma facilmente nell’ipocrisia.

Intanto chi ha organizzato e chi è stato disponibile a mettersi in gioco si è dovuto confrontare con un terreno linguistico particolarmente scivoloso (“disarmo” è parola polisemica quant’altre mai: rifiutare le armi certo, ma anche togliere l’impalcatura di sostegno – “disarmare” la volta di un ambiente, per esempio – e che dire delle domande “disarmanti”?). Non bisogna essere Nanni Moretti per aver chiaro che “le parole sono importanti”, e quindi parlare del disarmo senza ritrovarsi “in disarmo”, non è cosa né ovvia né semplice. Eppure, con tutta l’approssimazione del caso, nell’incontro ci si è riusciti.

Al tavolo quattro rappresentanti di differenti approcci al tema della “fede” (di nuovo alle prese con problemi terminologici: non tutti gli atteggiamenti sono religiosi!), in ordine di “apparizione”: don Michele Pitino – della Pastorale giovanile della Diocesi di Como –, l’imam Hamid Zariate – medico torinese, esperto nel dialogo interreligioso –, Marita Bombardieri – docente e responsabile Donne Ist. Buddista Soka Gakkai –, Roberto Negrini – professore del Politecnico di Milano, qui in veste di “laico” senza religione –. Moderatore, discreto ed efficace, dell’incontro è stato il giornalista Paolo Bustaffa.

Impossibile dare conto di un incontro durato oltre due ore, ma di certo si può dire che i discorsi ascoltati dal pubblico numeroso (non meno di 150 persone), per quanto un po’ attempato, sono stati importanti e utili. In particolare è risultato assai efficace il primo giro di interventi in cui ciascuna delle persone coinvolte ha esposto i propri caposaldi riguardo al tema della giornata: il “disarmo interiore” ovvero il superamento di atteggiamenti di chiusura nei confronti degli “altri”, il riconoscimento delle differenze, l’importanza del dialogo. Da punti di vista differenti (anche molto differenti) c’è stata una sostanziale convergenza su un atteggiamento che si potrebbe definire “umano”: è questo il vero valore che tutti dovrebbero portare avanti, un valore che è condizione preliminare alle sue interpretazioni (di chi ritiene che gli esseri viventi siano “figli e figlie di dio” e chi ritiene piuttosto che il vero “miracolo” – ma di nuovo siamo alle prese col linguaggio… – sia nella relazione di qualche milione di elementi che danno vita agli esseri…).

Dando per scontata una certa enfasi – che a tratti può essere sembrata un po’ ingenua – sulla speranza (se tutti siamo così tanto d’accordo, come mai il mondo va in un’altra direzione? – del resto il contrario sarebbe risultato sinceramente paradossale), dai molti discorsi sono emerse alcune parole chiave.

La consapevolezza: è ciò che distingue la persona umana dagli altri esseri viventi. Non l’intelligenza (che condividiamo con gli animali e – forse – persino con i vegetali), ma l’essere consapevoli, avere coscienza di sé.

Le differenze: letteralmente se fossimo tutti identici non ci sarebbe vita, cioè storia. Differenza non è (non dovrebbe essere) diseguaglianza. Dovrebbe essere argomento di grave preoccupazione il fatto che nel mondo contemporaneo crescono esponenzialmente le disuguaglianze, mentre si vorrebbero eliminare le differenze, consegnando tutti e tutte a un pensiero “unico”.

Il dialogo: senza di cui non c’è (non ci può essere) crescita di una collettività, di una comunità.

Essere consapevoli delle differenze significa riconoscere l’esigenza del dialogo, del confronto, della messa a punto di “nuove” strategie. Da questo derivano poi le cose concrete da fare: tra le tante, riportare al centro l’educazione, la formazione, l’istruzione (che anche uno Stato che si dice “moderno” come l’Italia ha colpevolmente messo da parte), riconoscere la centralità dell’universo femminile, individuare pratiche di lungo respiro che però coinvolgano le singole persone, in modo che le soluzioni non vengano più solo delegate ad altri (ma – bisogna aggiungere – senza dimenticare che qualcuno ha pur sempre il dovere di mettere in pratica certe decisioni per il bene comune!).

Tra le tante parole pronunciate – e appropriatamente analizzate -, una è forse mancata: conflitto. Il conflitto – cioè il confronto sincero, serrato, tra posizioni differenti – è cosa ben diversa dalla guerra, anzi le è antitetico. Non si può pensare che le differenze si compongano senza sforzo, come per magia… È invece indispensabile trovare modalità per elaborare i conflitti in modo non violento (non solo in senso fisico).

Un paradosso si è aggirato nella sala biblioteca, tra le righe dei buoni propositi. Quello formulato da Karl Popper – filosofo epistemologo liberale del XX secolo – riguardo alla “tolleranza verso gli intolleranti”. Si potrebbero aggiungere molte riflessioni a questa efficace provocazione. Mi limito a due. La prima è, ancora, di carattere filosofico-storico: poco prima del fatidico Sessantotto, Herbert Marcuse dedicò un breve saggio alla “critica della tolleranza” poiché nella tolleranza c’è rischio dell’acquiescenza. La seconda è di carattere più strettamente politico: la Costituzione Italiana – che è stata correttamente evocata anche nell’incontro in biblioteca – pone alcune ideologie (il fascismo, il nazismo, il razzismo, più in generale il totalitarismo) fuori dall’orizzonte politico e culturale della nazione: l’intolleranza non è ammessa.

Il disarmo, cioè la non violenza, non è e non deve essere né ingenuo né imbelle. Bisogna continuare a cercare, a conoscere, a confrontarsi.

[Fabio Cani, ecoinformazioni]

Qui la ripresa video dell’intero incontro, gentilmente messa a disposizione dal Tavolo interfedi.

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