Fabio Cani

Un concerto documentario per Chet Baker

Un Cinema-Teatro di Chiasso colmo fino al limite ha accolto lo spettacolo Tempo di Chet, dedicato alla musica e alla vita del grande trombettista Chet Baker: uno spettacolo a metà fra concerto e teatro.

Lo si potrebbe forse definire docu-concert, se il neologismo non fosse un po’ troppo audace… Il palcoscenico è infatti diviso in due piani (anche scenograficamente): davanti si svolge l’azione teatrale che attraverso una serie di rapidi quadri ripercorre la vicenda umana di Chet Baker, e dietro – rialzato al di sopra dell’ideale bancone da bar – si tiene un vero e proprio concerto con Paolo Fresu (tromba e flicorno), Dino Rubino (pianoforte) e Marco Bardoscia (contrabbasso). I due piani restano fisicamente separati (una sola volta un attore “invade” il palco musicale), ma sono perfettamente complementari nel raccontare la figura del protagonista.

Chet Baker incarna, in un certo senso, uno degli archetipi del jazz: quello del grande musicista che si è fatto da sé (al di fuori di studi regolari) e che da sé si è distrutto (a causa, principalmente, dell’abuso di droghe). In realtà – come sempre – la storia è più complessa e nella vicenda biografica di Chet si agitano molti altri temi, molte altre criticità. E il testo di Leo Muscato (che è anche regista) e Laura Perini le porta – con misura – in evidenza: le dinamiche razziali tra bianchi e neri (nel caso del jazz all’apparenza rovesciate, poiché tradizionalmente è musica “black”), quelle di classe (che si intuiscono nell’origine popolare-rurale di Chet, che veniva dall’Oklahoma), quelle dei comportamenti (tra omologazione e “devianza”).

Tutto questo è raccontato – come in un documentario, appunto – da alcune testimonianze rese da persone che hanno “incontrato” Chet Baker in diversi momenti della sua vita, e da pochi flash back sui primi momenti della sua vita e della sua carriera. Ma soprattutto è raccontato dalla musica che si snoda quasi senza soluzione di continuità per tutto lo spettacolo: non colonna sonora ma vero e proprio concerto che assume il ruolo di coprotagonista della rappresentazione. Nella sequenza dei brani si alternano alcuni standard cari alle performance di Chet con altri appositamente scritti da Paolo Fresu, e il mix è talmente ben orchestrato che non è facile (almeno per i non-addetti-ai-lavori) distinguere i secondi dai primi (a parte alcuni classici risaputi, si intende: come ‘Round Midnight, peraltro esplicitamente citato).

Bravissimi i tre musicisti: non solo Paolo Fresu ma anche Dino Rubino e Marco Bardoscia. Molto efficaci gli attori che, a parte Alessandro Averone – cui spetta il ruolo di Chet Baker -, sono costretti a un vero e proprio tour de force nell’interpretare tanti diversi testimoni. Sostenuto il ritmo ed evocative le scene.

Se un rilievo può essere mosso è quello relativo alla “rimozione” di quel pezzo di vita di Chet Baker che va dal nucleo centrale raccontato nello spettacolo, negli anni Cinquanta, fino alla morte, ovvero il probabile suicidio ad Amsterdam, pure evocato nel finale, che però è datato ben trent’anni dopo, nel 1988. Forse non tutto il pubblico si rende conto sono passati trent’anni e che in quel lasso di tempo Chet è comunque riuscito ad esprimere – nonostante tutte le difficoltà – grande musica (quella versione lunga di My Funny Valentine citata proprio all’inizio dello spettacolo sarebbe in effetti quella del suo ultimo concerto, poco prima della morte). Ma è poca cosa, a confronto con la magica inserzione finale della sola voce di Chet Baker che canta Blue room.

Un ottimo modo di raccontare un musicista, senza celebrazione, ma con molta intensità.

Memoria resistente: i partigiani Ballerini e Cantaluppi

Il 75° anniversario della barbara uccisione dei giovani partigiani Luigi Ballerini ed Enrico Cantaluppi, attuata dai fascisti a Como il 24 gennaio 1945, è stata l’occasione per rinnovare l’impegno ad approfondire la memoria di quegli anni di lotta contro il fascismo.

Le vicende dei due giovani Luigi Ballerini (nato ad Albate nel 1925 ) ed Enrico Cantaluppi (nato a Lipomo nel 1923) delineano infatti un panorama che ancora si racconta assai poco: quello delle bande partigiane in ambiente urbano, raccolte sotto le sigle di GAP (Gruppi di Azione Patriottica) e SAP (Squadre di Azione Patriottica), spesso interscambiabili – tanto che si parla anche di GAP-SAP – e altrettanto spesso adottate al di fuori di un reale controllo da parte degli ideatori originari (attivi soprattutto nei grandi centri industriali di Torino e Milano). Anche a Como, quindi, esistettero queste formazioni, ma con caratteristiche loro proprie, che a volte sostituirono alla precisa identità politica e ideologica dei fondatori, l’entusiasmo e l’ardore giovanile: furono formazioni quasi “irregolari” non sempre propriamente clandestine (qualcuno restava addirittura a vivere in famiglia), e spesso autoreferenziali, nel senso che rispondevano ai propri capi, senza che questi fossero inseriti in un contesto più ampio (com’era invece per le Brigate Garibaldi o per quelle – di diverso orientamento politico – di Giustizia e Libertà); per questo, spesso, si assumevano i compiti e le azioni più audaci.

È il caso del tentativo di cattura del maggiore Petrovich della Guardia Nazionale Petrovich, portato avanti da un commando di tre uomini (forse con l’appoggio esterno di un quarto), che andò storto fin dall’inizio. I due partigiani Ballerini e Cantaluppi vennero quindi arrestati, torturati e infine “fucilati” senza processo, come atto di gratuita violenza.

Non tutto, anzi: abbastanza poco, è stato chiarito di quell’azione, e versioni differenti sono sempre state sussurrate a mezza bocca, avanzando pure dubbi sull’utilità dell’impresa.

Anche per questo, nella bella commemorazione tenuta questa mattina da Silvio Peverelli (nipote del Ballerini), riprendendo alcune della diverse versioni, è stata più volte ripetuta l’esigenza di approfondire quella vicenda, non perché ci siano ragioni di dubitare delle intenzioni e dei comportamenti delle due giovani vittime – il cui sacrificio anzi si propone come autentica ricerca di giustizia e di un nuovo futuro per la nazione italiana umiliata da anni di guerra, di occupazione tedesca, di crimini fascisti, e prima ancora da un ventennio di regime liberticida -, ma perché è sempre importante capire quali siano stati i concreti meccanismi dell’agire resistenziale e reciprocamente quelli della repressione nazi-fascista.

Una commemorazione tutt’altro che rituale, quindi, anticipatrice – si spera – di ulteriori ricerche.

Alla cerimonia promossa dall’ANPI di Como hanno partecipato – in rappresentanza dei rispettivi comuni – anche la presidente del Consiglio comunale della città di Como, Anna Veronelli, e l’assessore alla Cultura del Comune di Lipomo, Giuseppe Rigamonti.

[Fabio Cani, ecoinformazioni]

24 gennaio/ Commemorazione partigiana

Venerdì 24 gennaio 2020 ricorre il 75° anniversario dell’uccisione dei partigiani Enrico Cantaluppi (di 21 anni) di Lipomo e Luigi Ballerini (di 19 anni) di Albate, torturati e fucilati dai fascisti dopo un’azione contro il maggiore Petrovich della GNR.

L’ANPI li ricorderà con una breve cerimonia e la deposizione di una corona alle ore 11.00 a Como in viale Innocenzo XI angolo via Benzi, dove furono uccisi.

Alla commemorazione saranno presenti la presidente del Consiglio comunale di Como Anna Veronelli, in rappresentanza della Città, e Giuseppe Rigamonti, assessore alla cultura del Comune di Lipomo. Interverrà Silvio Peverelli.

Tutti e tutte sono invitate a partecipare per ricordare e tenere viva la memoria del sacrificio di giovani che hanno dato la vita per gli ideali di libertà, giustizia sociale, pace e fratellanza.

Nazra: da Balerna uno sguardo sulla Palestina

Nazra in arabo significa sguardo. È il nome che è stato dato a un festival indipendente e autoprodotto ideato in Italia da alcune associazioni che sostengono i diritti palestinesi e dedicato appunto a cortometraggi che raccontano la realtà dell’occupazione in Cisgiordania e a Gaza.

Come tutte (o quasi) le iniziative nate dal basso non gode di troppa eco sui principali mezzi di comunicazione e quindi non è facile accedere alle sue proposte. Ed è un vero peccato, perché le opere presentate a questo festival sono di grandissimo valore e di grandissimo interesse. Quindi è stata un’occasione veramente importante quella offerta a Balerna (pochi chilometri passato il confine elvetico) dall’Associazione di Cultura Popolare e dall’Associazione Svizzera Palestina sabato 18 gennaio per vedere una selezione di video presentati (e premiati) alle prime tre edizioni del Festival.

Monica Macchi

Introdotti con competenza, misura ed efficacia da Monica Macchi, collaboratrice del festival Nazra e grande esperta di Medio Oriente e di Palestina in particolare, i video proiettati a Balerna hanno offerto una panoramica ricca e stimolante non solo sulla situazione attuale in Palestina (nelle zone occupate ma anche in Israele) ma anche sul fermento culturale della produzione cinematografica palestinese (all’interno della quale hanno un ruolo fondamentale i giovani e le donne), che nonostante le ristrettezze e le limitazioni imposte dal regime di occupazione militare sa trovare modi di espressione straordinari.

La selezione ha spaziato dai documentari “classici” di denuncia delle criticità della vita quotidiana palestinese (con una presenza insistita dell’esperienza dei checkpoint ), a riflessioni sulla storia della Nakhba e della Palestina prima della fondazione dello Stato di Israele, fino a elaborazione narrative di grande malinconia ma anche di liberatorio humor.

Un’inquadratura del video Ave Maria di Basil Khalil

Tra tutti, il più straordinario ci è sembrato Ave Maria del giovane Basil Khalil (attualmente residente a Londra): racconto di un surreale incontro-scontro tra una famiglia di coloni ebrei e una piccola comunità di suore carmelitane votate al silenzio, proprio all’inizio dello Shabbath, e alle prese con le rispettive rigide regole…

The parrot (Il pappagallo) di Darin J. Sallam

Con efficace piglio narrativo, The Parrot (Il pappagallo), della regista Darin J. Sallam, racconta della stratificazione della società israeliana, dove gli immigrati di area sefardita (i Mizrahim) sono evidentemente, e fin dalle origini, marginalizzati rispetto ai più facoltosi e culturalizzati askenaziti.

Rana Alamuddin nel video Bomboné di Rakan Mayasi

Bomboné affronta il tema dei “rapporti di coppia” attraverso le sbarre delle carceri israeliane: marito e moglie (interpretati da Saleh Bakri e Rana Akamuddin, capaci davvero di comunicare attraverso un gesto o uno sguardo un intero mondo) sono costretti al contrabbando di sperma pur di riuscire ad avere un figlio e non rinunciare quindi al loro sogno di futuro.

Ma bisognerebbe ricordare anche altri video, tutti utili per farsi un’idea meno approssimativa della situazione in Palestina (bisogna almeno citare High Hopes Grandi speranze – che con materiali d’archivio segue il fallimento degli accordi di Oslo attraverso la parabola dell’oppressione dei beduini palestinesi – con una toccante testimonianza del grande Eduard Said); tutti infatti fanno parte della lotta del popolo palestinese per affermare i propri diritti, tra cui anche quello all’espressione culturale.

[Fabio Cani, ecoinformazioni]

Mese della Pace 2020: un incontro per conoscere il carcere

Uno degli incontri più attesi tra i molti organizzati per il Mese della Pace 2020 era quello dedicato al carcere, fortemente voluto dal settore “Carcere e periferie” nato in seno al gruppo organizzatore: occasione per conoscere un luogo separato e rimosso dalla coscienza collettiva.

Video di Mara Cacciatori e Musa Drammeh

Con soddisfazione, quindi, è stato apprezzato il notevole numero di persone convenute in biblioteca ieri sera, 17 gennaio: un pubblico attento, segno evidente di un’esigenza di partecipazione e informazione.

L’incontro ha dato in primo luogo la possibilità di fare il punto su una situazione particolarmente complessa, come il direttore del carcere Fabrizio Rinaldi ha più volte ripetuto: la “casa circondariale” del Bassone a Como (questa la sua denominazione corretta) accoglie circa 430 persone; di queste una cinquantina sono donne; da qualche tempo – inoltre – è stata aperta anche una sezione per transgender dove sono attualmente presenti 15 persone. La casa circondariale registra uno dei tassi di sovraffollamento più alto d’Italia: oltre il 190%, il che significa che la popolazione reclusa è quasi il doppio di quella che dovrebbe essere e che alcune celle pensate come singole sono oggi usate per due o addirittura tre persone. Un altro problema grave per il carcere di Como è costituito dal fatto che – progettato come luogo a servizio del territorio (quindi per persone in attesa di giudizio, come indica la sua titolazione originaria) – è oggi usato in gran parte per persone che scontano la pena definitiva (sono circa i due terzi del totale). Circa la metà della popolazione carceraria è costituito da tossicodipendenti, così come la metà dei reclusi è di nazionalità diversa dall’italiana.

Fabrizio Rinaldi, direttore del carcere del Bassone

Raccontare una realtà così complessa non è cosa da poco, ed è quindi comprensibile che nell’incontro coordinato dal giornalista Marco Gatti siano stati privilegiati gli aspetti positivi, gli sforzi messi in atto per offrire a detenuti e detenute un «percorso di responsabilizzazione» – come ha sottolineato il direttore -, le pratiche di accoglienza – come ha ricordato il cappellano padre Michele -, le attività di formazione professione – che l’associazione Homo Faber, rappresentata ieri sera da Patrizia Colombo, organizza da oltre 15 anni -, o ancora le attività sportive – proposte dal 2002 dalla Uisp, di cui ieri sera hanno dato conto Federico Ioppolo e Concetta Sapienza.

Il rischio era quello di dare del carcere una versione edulcorata, confinando tra le righe la drammaticità della situazione (un atteggiamento che ha trovato la sua paradossale espressione nell’intervento dell’assessora ai Servizi sociali del Comune di Como, che è giunta ad affermare che la «carenza di risorse» ha l’effetto positivo «stimolare il volontariato»); l’accalorato intervento dell’avvocato Marcello Iantorno ha quindi avuto il merito di riportare in primo piano la condizione disastrosa delle carceri italiane (quella del Bassone è solo un poco migliore della media), inserite in un sistema che spesso interpreta l’osservanza della legge in termini meramente punitivi (quasi nulla è stato detto dell’importante esperienza della giustizia riparativa – che anche a Como ha conosciuto in questi ultimi anni – espressioni di grande interesse e utilità). La complessità del rapporto tra territorio e carcere – complessità autentica, si intende – è stata messa in evidenza dalle contraddittorie risposte rispetto alla richiesta di una maggiore apertura dell’esperienza carceraria, anche e soprattutto in prospettiva di una formazione più completa per quelle figure professionali che poi con questo mondo dovranno confrontarsi (Claudio Fontana – per esempio – ha sollecitato la possibilità di un lavoro comune con gli studenti di Giurisprudenza): da un lato ci si è chiusi dietro una richiesta di “riservatezza”, dall’altro si sono valorizzate le esperienze che hanno consentito anche a giovani e giovanissimi di entrare in rapporto con le persone recluse, attraverso la mediazione della narrazione.

Basterebbero comunque gli interventi di due giovani ex carcerati (uno detenuto per 9 mesi, l’altro per 5 anni), con la loro ricchezza umana e le loro esperienze, per affermare che l’incontro è servito a squarciare – almeno in parte – il velo di colpevole distrazione che separa chi è fuori da chi è dentro.

Nell’intervento finale Abramo Francescato – a nome del Coordinamento comasco per la Pace e del gruppo organizzatore della Pace – non ha mancato di sottolineare quanto il tema della Pace abbia importanza nel ragionamento su reclusione ed esclusione, quanto la modalità della repressione e della detenzione sia utilizzata nella società attuale per mettere da parte i problemi radicali: mentre si discute di come “rendere più umane” le carceri, le leggi cosiddette “sicurezza” propongono per i problemi delle migrazioni solo luoghi di detenzione come i CPR.

La Marcia della Pace di domenica 19 gennaio è l’occasione per riflettere sulla complessità e la connessione di tutte queste questioni.

[Fabio Cani, ecoinformazioni]

Già on line sul canale di ecoinformazioni tutti i video, di Mara Cacciatori e Musa Drammeh, dell’incontro.

8 novembre/ In coro a sostegno dell’accoglienza

Venerdì 8 novembre 2019, alle ore 20, presso la Cooperativa Moltrasina in via Raschi a Moltrasio c’è un Apericoro con un ricco buffet e il CaroCoro, diretto da Vittorio Liberti, che interpreta La gatta cenerentola.

Il ricavato della serata andrà a sostenere le attività di ComoAccoglie.

Indispensabile la prenotazione ai numeri 349 3294273 (Antonella) o 3289636321 (Claudio).

Lisa Bosia Mirra: una vittoria per i diritti umani

Con una nota l’Osservatorio giuridico ticinese comunica che la Corte di Appello e di Revisione penale dello Stato e Repubblica del Cantone Ticino ha ridotto, con una sentenza datata 15 ottobre, le multe a carico di Lisa Bosia Mirra, accusata di reati connessi alla cosiddetta “immigrazione clandestina” nel periodo dell’estate 2016 in cui tra Como e il Ticino l’affollamento dei migranti in transito era stato particolarmente grave. Nella sentenza, inoltre, si afferma in modo esplicito che fornire assistenza alle persone migranti non può essere considerato un reato.

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